La rivoluzione e il problema del suo tradimento

La storia ha dimostrato che il tradimento è parte costitutiva di qualunque tentativo insurrezionale o di qualunque esperienza rivoluzionaria, riuscita o fallita che sia. Cioè la domanda non è sul “se” avverrà, ma sul “quando”. La II Internazionale arrivò a tradire gli operai, clamorosamente, non solo in tempo di pace, votando in parlamento a favore dell’imperialismo delle rispettive nazioni borghesi, e a favore dei crediti di natura militare con cui far scoppiare la I guerra mondiale, ma anche nel corso della guerra stessa, evitando accuratamente di trasformare la guerra imperialistica in guerra civile, anzi, accusando i comunisti russi d’averlo fatto e d’aver imposto la dittatura contro la reazione dei capitalisti e dell’aristocrazia terriera. Un atteggiamento, questo dei socialisti riformisti, assolutamente vergognoso, senza precedenti storici.

Forse per questa ragione si può sostenere che se non è possibile costringere nessuno a fare la rivoluzione, non si può neppure impedire a nessuno di tradirla. La rivoluzione va fatta nella libertà di coscienza, e sulla base della medesima libertà può essere tradita. Naturalmente quando si parla di “tradimento”, ci si riferisce a persone che sino all’ultimo momento non stavano dalla parte del nemico.

Il tradimento è, in realtà, un atteggiamento molto complesso, proprio perché è anzitutto nei confronti di se stessi, cioè nei confronti delle idee in cui fino a un momento prima si era creduto con convinzione. Naturalmente chi lo compie, difficilmente sarebbe disposto ad ammettere che, mentre tradiva, stava tradendo se stesso. In genere ci si rende conto d’essere stati dei traditori solo dopo un certo tempo, quando si può constatare che in seguito al proprio gesto gli eventi han preso una direzione inaspettata, che non si era prevista. Il pentimento avviene sempre troppo tardi, benché sia indispensabile per mettere a posto la propria coscienza, a prescindere dal perdono che si può ricevere, che comunque risulterà sempre molto gradito.

Ovviamente qui non si sta parlando di agenti infiltrati da parte del nemico, o di spie, doppiogiochisti di cui il nemico, dietro forti compensi, si serve per sabotare qualcosa d’importante dell’avversario. Queste mezze misure di bassa lega, favorite da governi senza scrupoli, inducono chi le compie a non avere una vera identità umana, ma una semplice identità mercenaria, che si prostituisce per denaro o che, in nome di un ideale, pensa di non avere alcun problema di coscienza ad assumere una doppia personalità. Peraltro non è mai con queste misure che si può vincere o perdere una guerra, realizzare o abbattere una rivoluzione. Al massimo si può accettare una rivelazione fatta spontaneamente da qualcuno collocato dalla parte del nemico. Poi sarà cura, da parte di chi la riceve, verificarne l’attendibilità.

Qui si sta parlando di militanti di un partito ufficialmente costituitosi tramite un’apposita riunione (congresso, conferenza…), si sta parlando di attivisti che giocano un ruolo significativo, di propagatori di idee rivoluzionarie, con cui si vorrebbe rovesciare un governo in carica o addirittura creare un’alternativa al sistema dominante, per costruire una società migliore, più giusta e democratica.

È difficile individuare con certezza le motivazioni che fanno scattare la decisione di tradire. Non esistono condizioni specifiche che possano impedire con sicurezza il formarsi di un’intenzione del genere. I motivi per cui si tradisce possono essere molto diversi. Qui se ne possono elencare soltanto alcuni:

  1. Se non si è abituati a soffrire, a resistere alle privazioni, a vivere nelle ristrettezze, se la soglia del dolore è molto bassa si può aver paura di ciò che il nemico può farci nel caso in cui ci catturi.
  2. Se si è vissuto molto tempo in povertà e non si ha una ferma volontà nel realizzare un determinato ideale, può allettarci un’offerta generosa, in termini economici, da parte del nemico.
  3. Se durante la preparazione di una rivoluzione non si è riusciti a ricoprire un ruolo significativo, apicale, basato sulle proprie aspettative, ci si può illudere di esercitarlo compiendo un tradimento in un qualche momento cruciale per le sorti della rivoluzione.

In genere, chi tradisce perché convinto d’essere nel giusto, difficilmente si rende conto di tutte le possibili conseguenze del suo gesto, proprio perché tende a circoscriverle a qualcosa di specifico, che può avere ricadute solo nell’immediato. Il problema è che il peso delle nostre decisioni sfugge sempre al nostro controllo. Le relazioni umane non assomigliano a quelle tra animali e neppure a quelle tra umani e animali.

Chi tradisce in buona fede, pensando di compiere un gesto di responsabilità, un’azione di buon senso, è convinto che prima o poi la sua decisione gli verrà riconosciuta come giusta, avveduta. Un traditore sa benissimo di apparire tale nei confronti dei capi di un movimento rivoluzionario; però è anche convinto che un giorno il movimento saprà capirlo, ovvero si convincerà che aveva ragione, che aveva saputo vedere le cose più in là di tutti, con maggiore acume, e anzi aveva avuto il coraggio di assumersi una precisa responsabilità, a dispetto delle opinioni dominanti.

Il traditore ci tiene a passare per una persona accorta, prudente. Non aspira certamente a starsene nascosto per il resto dei suoi giorni, anche se in un primo momento, se teme per la propria vita, dovrà farlo. Se egli è onesto, in buona fede, è assolutamente convinto che il proprio tradimento abbia impedito di compiere azioni giudicate scriteriate, che avrebbero comportato conseguenze nefaste su tutto il movimento. Non si rende conto che tradire i leader di un movimento significa tradire il movimento stesso, che si troverà in balìa dell’odio del nemico.

Tuttavia la cosa più paradossale del tradimento è che, in realtà, non serve a niente. La storia non si può fermare, meno che mai con dei tradimenti individuali. Al massimo i tradimenti, quelli collettivi, possono rallentare il suo percorso, possono prolungare le sofferenze degli oppressi, ma non possono impedire le rivoluzioni democratiche, la realizzazione del socialismo. Nella storia, di tanto in tanto, il livello di sopportazione delle masse oppresse raggiunge il limite oltre il quale scoppia il finimondo, che lo si voglia o no.

I tradimenti non servono a niente neanche se fossero compiuti da persone assennate nei confronti di chi volesse imporre la propria dittatura, o la esercitasse nella maniera più vergognosa sul piano umano. Il tradimento può servire per eliminare la persona fisica del dittatore, ma non serve per eliminare le sue idee o il processo politico che le sue azioni hanno voluto rappresentare. Quando Bruto e Cassio hanno ucciso Cesare, non hanno potuto impedire che la repubblica si trasformasse in impero; anzi, hanno decisamente favorito tale transizione. I processi storici sono infinitamente più importanti di qualunque azione individuale.

La storia viene fatta dalle masse popolari, consapevoli di se stesse o raggirate da qualche leader senza scrupoli. Le masse possono sentirsi vittime di circostanze sfavorevoli, che ritengono superiori alle loro forze; oppure possono illudersi di cambiare le cose a prescindere dalla forza oggettiva di tali circostanze. In ogni caso sono sempre loro che cambiano la storia. E l’unico modo per farlo in maniera intelligente è quello di dimostrare che si sta rispondendo a bisogni reali che appartengono a grandi collettività.

Se vogliamo, i tradimenti più tragici sono quelli non eclatanti, quelli prosaici, perché quotidiani, quelli che non si vedono, che neppure lo storico riesce a percepire. Sono i tradimenti che il popolo compie nei confronti di se stesso. Sono quelle piccole ma costanti concessioni che si fanno alle azioni sbagliate. Sono i tradimenti fatti per pigrizia, per noncuranza, per un certo senso di fatalismo o di quietismo, oppure quelli dovuti al fatto che si è sottovalutata la gravità di una certa azione, nella convinzione ch’essa non avrebbe inciso più di tanto sulle abitudini da tempo consolidate, appartenenti alla collettività. Sono queste piccole cose che, sommate tra loro, mandano in rovina la democrazia. Ognuna di loro non appare così grave, ma tutte insieme costituiscono una vera tragedia.

Questo spiega il motivo per cui all’interno di un collettivo bisogna tenersi reciprocamente sotto controllo. La comunità locale, autogestita, deve avere la piena responsabilità della propria esistenza.

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