Conclusione su Cinico Engels

Dunque che cos’è il socialismo engelsiano? È una specie di correttivo all’uso individualistico della grande industria, che si basa sostanzialmente su una forma di patteggiamento con gli imprenditori: il socialismo promette che le forze produttive non verranno messe in discussione e che anzi, con una gestione più razionale delle stesse, il benessere aumenterà per tutti e non vi saranno più crisi di sovrapproduzione, mentre la borghesia, dal canto suo, dovrà rinunciare alla proprietà giuridicamente privata dei mezzi produttivi. Il socialismo quindi non sarebbe altro che un “piano matematico” (economico e finanziario) che pone fine all’anarchia produttiva basata sul profitto individuale. Il piano, ovviamente, sarebbe anzitutto “nazionale”, ma considerando lo sviluppo impetuoso del capitalismo nella seconda metà dell’Ottocento, in cui si realizzò la seconda rivoluzione industriale, si potrebbe prevedere una regolamentazione anche su scala internazionale, proprio per evitare scompensi e attriti tra una nazione e l’altra, le quali, ovviamente, si trovano a gestire risorse molto diverse tra loro.

Come avrebbe potuto “estinguersi” lo Stato al cospetto di un progetto così ambizioso, resta un mistero. Engels aveva sicuramente mostrato l’esigenza di smantellarlo progressivamente, ma non era riuscito a porre le basi metodologiche per farlo. Gestire i meccanismi della grande industria non sarebbe stato certamente un gioco da ragazzi. Non a caso, sotto il cosiddetto “socialismo reale” lo Stato non scomparve affatto, anzi assunse forme decisamente autoritarie, diventando un Leviatano di matrice hobbesiana.

Come noto, il sistema capitalistico non vuole saperne di “piani statali” che controllino la produzione privata; al massimo accetta l’idea che lo Stato protegga i monopoli in tutte le maniere, oppure l’idea che lo Stato gestisca unicamente i propri insignificanti monopoli (p.es. sali e tabacchi, lotterie nazionali ecc.), e che intervenga direttamente sui mercati soltanto in casi di particolare gravità economica o finanziaria. Di regola, quando i capitalisti vedono che le contraddizioni del sistema stanno diventando ingestibili, preferiscono ricorrere a conflitti armati, che servono non solo come valvola di sfogo (psicologica) per distrarre l’attenzione delle masse dai problemi più urgenti, ma anche come forma d’investimento del capitale. Nei conflitti regionali è infatti evidente che il capitalismo risponde immediatamente alle esigenze economiche dell’industria militare, che ha periodicamente bisogno di ristrutturarsi; inoltre là dove l’intervento militare distrugge buona parte della ricchezza altrui, subito gli imprenditori si presentano per operare la ricostruzione del territorio. Una nazione può far scoppiare dei conflitti regionali non solo per impossessarsi di risorse altrui, ma anche per dimostrare ai propri rivali in economia quanto essa sia forte. Nei casi più critici, quando il capitale si sente minacciato molto seriamente, si può ricorrere a conflitti internazionali: cosa che nel Novecento è già successa due volte (e forse tre, se si considera anche il periodo della cosiddetta “guerra fredda”).1

Il capitale, messo alle strette, ha reazioni scomposte, può anche arrivare a distruggere la sua stessa ricchezza, ovviamente nella convinzione di poter risorgere più forte di prima. Infatti, esso vive nella continua illusione di non poter avere rivali di sorta sul piano tecnologico; anzi, quando non li ha, finisce col crearseli, proprio per tenere alta la tensione, facendo capire che se gli affari non vanno come dovrebbero andare, qualcuno dovrà pagarne le conseguenze.

Il problema è che, coi mezzi bellici attualmente a disposizione, mettersi a fare ragionamenti del genere può diventare molto pericoloso per l’intera umanità (enorme numero di morti e invalidi permanenti) e per la natura (devastazioni ambientali irreversibili). Senza poi considerare che lo stesso capitalismo può ulteriormente incattivirsi quando vede formarsi concrete alternative alla sua egemonia mondiale: nella I guerra mondiale si formò la rivoluzione bolscevica e nella seconda il socialismo statale come sistema economico di valenza mondiale. L’unico risultato che il capitalismo ha ottenuto dalle due guerre mondiali è stato il trasferimento dell’egemonia mondiale dalle mani di Francia e Inghilterra a quelle degli Stati Uniti, mentre quello ottenuto dalla “guerra fredda” è stata l’implosione del “socialismo reale”, che però ha fatto nascere un nuovo competitore internazionale, la Cina, che sul piano della produzione capitalistica sembra aver imparato tutto molto velocemente.

Ora il capitalismo occidentale è nella fase dello smantellamento progressivo dello Stato sociale, che è iniziata a partire dall’amministrazione americana di Reagan e inglese della Thatcher. E da allora, nonostante le molteplici crisi di sovrapproduzione, bancarie e borsistiche, ciò non ha conosciuto soste. In assenza di socialismo sul piano internazionale, al capitalismo pare inutile tenere in piedi un organismo nato allo scopo di far credere ai lavoratori che per essere “socialisti” non c’è alcun bisogno di fare una “rivoluzione politica”.

Se vogliamo, il socialismo scientifico – per come lo presenta Engels – è soltanto una forma di controllo superiore degli interessi individuali. Dovrebbe servire per evitare quegli improvvisi scompensi di mercato che mettono a repentaglio le forze produttive. L’attuale “socialismo di mercato” della Cina sembra avere tutte le caratteristiche per dimostrare la fondatezza del “socialismo engelsiano”. Quello staliniano non poteva averle “tutte”, proprio perché controllava “troppo” lo sviluppo produttivo. Era esageratamente soffocante, come d’altra parte quello maoista, ch’era la versione “rurale” dello stalinismo “industriale”. Bisognava lasciare un certo margine di manovra all’iniziativa individuale e limitarsi a intervenire dall’alto soltanto quando tali iniziative escono fuori dai limiti consentiti.

Davvero il socialismo cinese è una forma di “socialismo”? Solo perché la terra è rimasta di proprietà statale? Solo perché molte aziende importanti sono direttamente gestite dallo Stato? Solo perché l’economia è regolamentata da un partito sedicente “comunista”? Sembra in realtà che questa forma di “socialismo di mercato” sia una sorta di capitalismo (privato e statale) che il partito al governo presume di poter controllare grazie al proprio autoritarismo. La libertà d’iniziativa borghese è stata concessa con fare paternalistico, nella convinzione di poterla revocare in qualunque momento. La stessa cosa accadde nello Stato della chiesa durante il Rinascimento. La borghesia prosperava alla grande, ma quando scoppiò la Riforma protestante e il papato s’accorse che la borghesia avrebbe potuto approfittarne per rivendicare un certo potere politico, subito scattò la Controriforma e quello Stato ripiombò, inaspettatamente, nel Medioevo. Poi, con l’aiuto degli spagnoli, la Chiesa bloccò lo sviluppo economico di quasi tutta la penisola, almeno sino a quando, con l’unificazione nazionale, la borghesia non riuscì a imporre il capitalismo a tutto il Paese. Il paternalismo apparentemente bonario del papato, dopo aver mostrato esplicitamente la sua faccia truce, fu costretto poi a ridimensionarsi notevolmente nelle sue ambizioni di dominio politico quando il fascismo gli impose i Patti Lateranensi; dopodiché, con la svolta del Concilio Vaticano II, finì con l’accettare, volontariamente, di percorrere la strada del capitalismo (salvo gli inutili ripensamenti della coppia ultrareazionaria Wojtyla-Ratzinger). Ovviamente se una sorta di “controriforma” scoppiasse in Cina, le conseguenze sarebbero ben diverse. Un’anticipazione di questo può essere considerata la protesta di piazza Tienanmen nel 1989.

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Bisognerebbe cercare di capire, se si vuole che una “conclusione” diventi la premessa di una nuova ricerca, come sia stato possibile che una rivoluzione, quale quella bolscevica, condotta su ideali altamente democratici, si sia trasformata in una delle peggiori dittature della storia, gestita da una banda di criminali.2

Non è possibile infatti che la democraticità di una rivoluzione debba dipendere dalla personalità di qualche leader e non anche dalla realizzazione di strutture (sociali, politiche, culturali) in cui sia il popolo ad essere protagonista del proprio destino. Probabilmente la risposta a questa domanda va cercata nella mancata decentralizzazione dei poteri, cioè nel fatto che, per fare dello Stato qualcosa destinato non a scomparire ma a rafforzarsi sempre più, si è approfittato dello scontro armato contro le classi reazionarie e contro le potenze straniere che, finita la I guerra mondiale, cercarono di abbattere il governo in carica e occupare quell’immenso Paese. La vera controrivoluzione venne fatta direttamente dallo stalinismo, in nome dell’unità del partito e dell’integrità dello Stato, sfruttando gli ideali rivoluzionari vissuti al tempo di Lenin.

Bisogna, in sostanza, cercare di capire se dalla fine del comunismo primitivo ad oggi sia passato troppo tempo per avere un senso adeguato della democrazia, per cui qualunque rivoluzione si possa compiere è inevitabilmente destinata al fallimento. Oppure se esistono delle condizioni sufficientemente praticabili per scongiurare questo fatalismo. Di sicuro sappiamo che se un popolo ha bisogno di uno “Stato” per difendersi dai propri nemici, e non è in grado di farlo da solo, qualunque rivoluzione è destinata a trasformarsi nel suo contrario.

Lo Stato infatti è un organo privo di personalità, è anonimo, astratto: in nome di una presunta “ragion di stato” si possono compiere tutti gli abusi che si vogliono, anche i crimini più efferati. Lo Stato è la forma laicizzata delle passate divinità religiose, e i rivoluzionari sono i nuovi sacerdoti. Se non si pongono le condizioni per il suo tangibile, progressivo e definitivo superamento, la democrazia non esisterà mai.

In nome della “verità” si possono compiere le azioni più vergognose. Nella Russia rivoluzionaria la verità principale fu quella della proprietà collettiva dei mezzi produttivi, cioè i mezzi che decidono l’esistenza di un’intera società. Bastò affermare il principio sacrosanto della proprietà collettiva per creare un sistema fortemente dittatoriale, in cui chi era al potere avrebbe usato qualunque mezzo pur di restarvi.

La “verità” aveva finito con l’usare mezzi disumani contro tutti gli altri valori, convincendo la società che, al cospetto dei “nemici del popolo”, era giusto farlo. Alla fine lì usò anche contro se stessa. Infatti tutti i mezzi produttivi appartenevano di nuovo a una cricca di persone che, attraverso lo Stato, gestiva qualunque cosa, incluse le coscienze, poiché nei processi contro i “nemici del popolo” gli imputati non potevano essere giustiziati se prima non confessavano i loro crimini.

La “verità” amava imporsi con la forza dell’ideologia, oltre che con l’ideologia della forza, e i principali mezzi che usava erano terroristici, fisicamente e psicologicamente letali. In nome di un’idea “statalistica” del socialismo si distrusse completamente la democrazia. In nome di una presunta “giustizia” gestita dall’alto, quella per la quale la presunzione d’innocenza non esiste, si eliminò ogni forma di libertà personale. I cittadini dovevano soltanto obbedire, fidarsi di chi li governava, e quando il dittatore, padre della patria, morì, finirono col versare fiumi di lacrime sul suo feretro.

I crimini son stati talmente tanti che ancora oggi non se ne conosce l’entità. D’altra parte la Russia non disponeva, come invece la Gran Bretagna o la Francia o gli Stati Uniti, di un vasto impero coloniale da usare come valvola di sfogo per le proprie contraddizioni. I vari governi comunisti han dovuto opprimere gli stessi cittadini del loro sterminato territorio, famoso per i suoi undici fusi orari.

Sono stati talmente abituati ad obbedire che anche quando hanno avuto l’occasione, con Gorbačëv, di affermare la democrazia, hanno saputo approfittarne solo per rinunciare a qualunque idea di socialismo. Anzi, i peggiori, tra loro, accusarono proprio lui d’essere responsabile di questo sfacelo. Non avevano capito che l’alternativa al socialismo statale non poteva provenire dal capitalismo privato, ma solo da loro stessi.

Ora stanno subendo una nuova illusione, quella di credere che le dinamiche del capitalismo possano essere tenute sotto controllo da uno Stato forte, gestito con autorità. La stessa cosa sta accadendo in Cina, dove addirittura il governo al potere, nonostante la svolta decisa verso il capitalismo, pretende ancora di definirsi “comunista”. Il “socialismo statale” si è trasformato in una sorta di “capitalismo statale”, che forse diventerà l’erede del capitalismo privato di marca occidentale.

Tutto ciò ci fa capire che le prossime rivoluzioni dovranno porsi il problema di come smantellare lo Stato nel più breve tempo possibile. È il concetto stesso di “istituzione” che va superato. Ognuno dovrà essere messo nelle condizioni di attribuire solo a se stesso la responsabilità delle proprie azioni. L’istituto stesso della “delega” dovrà essere profondamente rivisto, in quanto la democrazia o è diretta o non è.

Attenzione che con queste considerazioni non vogliamo dire che le rivoluzioni possono essere fatte solo da grandi masse popolari coscienti di sé, cioè solo quando si ottiene la maggioranza assoluta dei consensi. Le rivoluzioni (da quella inglese di Cromwell a quella cinese di Mao) vengono sempre dirette da una minoranza di intellettuali; semmai questi devono beneficiare di una forza popolare sufficientemente forte ed estesa, che condivide i medesimi ideali e che va messa in grado di fronteggiare l’inevitabile reazione dei poteri costituiti, i quali esprimono gli interessi di un’infima minoranza. Il lavoro di aggregazione e di organizzazione che deve fare il partito non è sempre – come voleva la socialdemocrazia tedesca – “lungo e paziente”, ma, a seconda delle circostanze, può anche essere veloce e inaspettato, in quanto deve saper cogliere di sorpresa i governi al potere. Ecco perché è importante una lotta parlamentare ed extraparlamentare.

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Ma vogliamo dire anche un’altra cosa. Il fatto stesso che non si sia compiuta una rivoluzione politica quando il momento sembrava favorevole, non deve far pensare ch’essa sarà più facile la prossima volta. È vero che, col passar del tempo, le contraddizioni del capitale diventeranno sempre più acute ed estese geograficamente, ma non esiste alcun nesso causale, automatico, tra gravità degli antagonismi sociali e lotta armata contro il sistema oppressivo. Occorre sempre tener conto del fattore soggettivo, cioè della capacità di organizzare un consenso di massa attorno a un progetto eversivo. In tal senso, se si perdono le occasioni favorevoli, le prossime saranno ancora più difficili da gestire, in quanto, nel frattempo, il sistema sarà riuscito a prendere delle contromisure, si sarà adeguato al mutare dei tempi, facendo concessioni strumentali sul piano sovrastrutturale (p.es. nei valori, negli stili di vita, nei comportamenti, nella mentalità…), al fine di controllare meglio le proprie contraddizioni economiche di fondo. Il che ovviamente non rende il sistema meno irrazionale, né che non si possano ripresentare nuove occasioni per abbatterlo.

Lo stesso Engels è costretto ad ammettere l’importanza del “fattore soggettivo”, là dove nell’Evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, scrive: “Se la ragione e la giustizia effettive non hanno sino ad ora regnato nel mondo, ciò proviene solo dal fatto che non se ne è avuta sino ad ora una giusta conoscenza. Mancava proprio quel singolo uomo geniale che ora è apparso e ha riconosciuto la verità; ch’egli sia comparso ora, che proprio ora sia stata riconosciuta la verità, non è un avvenimento inevitabile che consegua necessariamente dal nesso dello sviluppo storico, ma un puro caso fortunato. Sarebbe potuto nascere ugualmente cinquecento anni prima e avrebbe allora risparmiato all’umanità cinquecento anni di errori, di lotte e di sofferenze”.

Naturalmente sta parlando di Marx, ma lo fa con un certo tono romantico, come se si trattasse di un nuovo Mosè o di un nuovo Gesù Cristo. C’è molto misticismo nelle sue parole e anche molto intellettualismo illuministico. Infatti la liberazione dalle oppressioni non dipende affatto da una profonda consapevolezza della natura contraddittoria di un sistema economico. Sarebbe una grande disgrazia dell’umanità dover attendere ogni volta un genio ferrato in economia politica. In fondo che cosa è stato il Capitale se non una enorme spiegazione economica di una cosa che Marx aveva già capito vent’anni prima, nei Manoscritti del 1844, e cioè che la proprietà privata dei mezzi produttivi è un’assurdità, se con essa si separano i prodotti ottenuti con tali mezzi da coloro che li usano, facendo del lavoratore un soggetto alienato ed espropriato.

L’Europa occidentale aveva più motivi d’insorgere contro il capitale nel 1848, all’epoca in cui Marx scrisse il Manifesto, che non all’epoca in cui egli pubblicò il primo volume del Capitale. Le contraddizioni del sistema si vedono ad occhio nudo, a livello fenomenico. Non può essere che così. Solo quando non è così, si può dire che i tempi per insorgere non sono “maturi”. È solo sulla base di questa macroscopicità delle ingiustizie che l’uomo comune, che potrebbe anche essere analfabeta, dovrebbe reagire.

Per fare del socialismo una “scienza” non c’è bisogno di analizzare per filo e per segno tutte le possibili contraddizioni del capitalismo: è sufficiente offrire al sistema un certo margine di tempo perché dimostri di non essere in grado di mantenere le proprie promesse. L’albero si vede dai suoi frutti, non dalle sue radici: se non ne dà, va tagliato.

Quel che manca, per fare le rivoluzioni, non è tanto l’intelligenza acuta delle cose, ma la convinzione che chi gestisce il sistema non ha né la capacità né la volontà di risolvere le sue antinomie di fondo. Posta tale convinzione (che è poi una forma di disincantamento), si tratta soltanto di essere coerenti, organizzandosi in maniera conseguente per abbattere il sistema. Chi sceglie la soluzione stoico-buddistica, quella della rassegnazione, si comporta in maniera opportunistica, anche se, sul piano pratico, sembra condurre un’esistenza all’insegna di valori altamente morali.

Semmai oggi potremmo dire di avere un vantaggio rispetto ai tempi di Marx ed Engels: abbiamo sperimentato 70 anni di “socialismo reale” e ci siamo accorti che non è quello il modo migliore per eliminare la proprietà privata dei mezzi produttivi. Tuttavia il fatto che oggi sia avvenuta la rivoluzione borghese sia in Cina che in Russia, facendole uscire dal loro pseudo-socialismo, non sta di per sé a significare che siamo più vicini al crollo finale del sistema. Se anche crollasse una certa forma di capitalismo, quella di tipo occidentale, in cui lo Stato si pone al servizio degli imprenditori privati, nulla ci autorizzerebbe a pensare che si sia più vicini alla realizzazione del vero socialismo. Anzi, potremmo pensare il contrario, e cioè che ci stiamo avvicinando a una gestione più autoritaria del capitale, quella in cui lo Stato pretende di regolamentare le contraddizioni del capitale e di condizionare le scelte degli imprenditori. Cosa che in Europa avvenne sotto il nazifascismo e che però durò molto poco, proprio perché Germania e Italia non avevano le forze sufficienti per opporsi al resto del mondo. Né le aveva il Giappone in Asia.

La massima che dovrebbe essere stampata nella mente di un soggetto rivoluzionario è molto semplice: Tutto ciò che può servire per sostenere che la transizione al socialismo è vicina, può essere usato per sostenere che è lontanissima.

Note

1 Stando agli storici, anche con la guerra dei Sette anni (1756-63) tra Regno Unito da una parte e Francia dall’altra, più i rispettivi alleati, si può parlare di un conflitto “mondiale”.

2 Che fosse una banda di criminali lo dimostra, al di là di tutti gli innumerevoli orrori compiuti, il trattamento riservato al maresciallo Žukov, l’eroe che durante la II guerra mondiale contribuì in maniera decisiva alla difesa di Mosca, Leningrado e Stalingrado, e alla definitiva sconfitta dei nazisti fino all’occupazione di Berlino. Cfr I. Ickov – M. Babak, Tra Hitler e Stalin, ed. Ponte alle Grazie, Firenze 1994.

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