Biografia di Grido Galavotti

I connotati fisici che si leggono sul porto d’armi di Grido Galavotti (che usava per andare a cacciare a Monte Grimano) sono i seguenti: statura 1,82 cm, corporatura robusta, colorito sano, capelli brizzolati, barba rasa, occhi castani; il resto tutto regolare e nessun segno particolare (strano non si fossero accorti del braccio destro più corto).

A questi il deputato Stefano Servadei, che era stato dirigente della Federazione Socialista Forlivese sin dalla sua costituzione e segretario dal 1954 al 1963, e che ben conosceva Grido, ha aggiunto in una lettera indirizzata al sottoscritto: «anche fisicamente era un nodo di quercia, molto cordiale ed immediato».

Assai più particolareggiati sono i dati che le Prefetture e le Questure, tenendolo continuamente sorvegliato in quanto «sovversivo», inviavano al Ministero dell’Interno, spesso però in maniera del tutto errata, come p.es. quando scrivevano ch’era andato a lavorare a Milano nel 1919 (invece del 1916) o ch’era ritornato a Riccione nel 1926 (invece del 1922).

D’altra parte per anni i tutori dell’ordine han fatto confusione sulla sua data di nascita, sul luogo di nascita (Rimini o Riccione) e, ovviamente, sul suo nome (Grido, Guido). E questo nonostante che i dati somatici fossero incredibilmente dettagliati (si parla addirittura di «andatura ondulante»), come se si volesse cercare una giustificazione fisiognomica (lombrosiana?) al suo essere «socialista», salvo poi scordarsi, anche loro, di evidenziare, tra i segni particolari, il fatto che avesse il braccio destro più corto del sinistro! Una conferma di questo razzismo biologico la si nota facilmente là dove sia Grido sia Domenico vengono ritenuti di modesta intelligenza, semplicemente perché privi di significativi titoli di studio.

Grido nasce a Riccione (allora borgo di Rimini) il 3 febbraio 1889. Orfano di madre l’anno seguente, trova l’affetto che gli manca grazie a una zia, Teresa. Nell’anno scolastico 1904-1905 è iscritto alla Scuola Tecnica Pareggiata del Ministero della Pubblica Istruzione, a Rimini, una scuola post-elementare che, con l’indirizzo commerciale, preparava alla carriera impiegatizia nei servizi o nelle imprese commerciali, e nel 1907 prende la licenza, ma non può proseguire gli studi per motivi economici. Dalla pagella scolastica risulta che andava benissimo in matematica e, stranamente, meglio in francese che in italiano, ma se la cavava egregiamente anche in storia, geografia e scienze naturali.

Entra nel Partito socialista nel settembre del 1907 (sezione giovanile di Riccione), avendo lavorato nel campo cooperativistico e sindacale per un biennio. La sua partecipazione viene svolta a titolo gratuito non solo nel movimento politico, ma anche in quello sindacale, cooperativistico e mutualistico.

Si sposa in Comune con Annunziata Caroni detta «Ciadina» nel 1910, a 21 anni, mentre lei ne aveva 17.

Partecipa ai Congressi nazionali del Partito socialista sia a Reggio Emilia nel 1912 che ad Ancona nel 1914, quando ancora Mussolini era una delle figure-chiave del socialismo nazionale (a quelli provinciali è rappresentante della sezione socialista di Riccione). Durante la cosiddetta «settimana rossa» (tra il 7 il 14 giugno del 1914), dirige scioperi e attività sovversive.

Nella prima pagina del settimanale «Lotta di classe», del 18 luglio 1914, una sua lettera è indirizzata al socialista Pavirani, che aveva commentato negativamente la pusillanimità dei socialisti riminesi, che per le elezioni amministrative dello stesso anno avevano voluto lasciare mano libera ai conservatori (clerico-moderati), col pretesto di non aver uomini validi da candidare e temendo che, in caso di illeciti amministrativi, sarebbero stati subissati di critiche dal partito.

Grido criticava i socialisti riminesi dicendo che non avevano voluto prendere in considerazione le candidature dei compagni riccionesi. E Pavirani fece notare che la maggioranza dei conservatori, essendo stata votata soltanto dal 16% degli elettori iscritti, non poteva avere alcuna autorità politica e che, piuttosto che veder tutelato, da parte del Commissario prefettizio, il diritto di esercitare l’opposizione, i socialisti riminesi avrebbero fatto meglio a «imparare sul gran libro della vita vissuta», anche perché i conservatori non erano certo più competenti di loro.

Intanto preparava memoriali e istanze a favore dell’autonomia comunale di Riccione, recandosi spesso a Forlì con suo padre Domenico.

Dal 1914 al 1916 presiede una Società Operaia di Mutuo Soccorso di Riccione e tiene la segreteria, gratuitamente, della Società Marinai, uniche due istituzioni riccionesi di una certa importanza sociale. In sostanza aiutava le famiglie che avevano gli uomini in guerra. La miseria era tanta non solo per il blocco dell’attività balneare ma anche perché, per motivi militari, la pesca era stata permessa solo entro i primi 500 metri dalla costa. Tutto il territorio costiero era soggetto ad azioni di guerra (a Riccione vi saranno circa 60 morti). La suddetta Società Marinai si fa promotrice, nel 1915, della richiesta di un decreto governativo che permettesse, a chi esercitava una qualunque attività produttiva, una dilazione significativa per il pagamento dei debiti (60 giorni dall’effettiva conclusione della pace).

Dal 10 gennaio al 2 aprile del 1915 Grido organizza la Società Anonima Carrettieri di Riccione che gli si riconosce «capacità indiscussa» per la parte relativa alla contabilità «in partita doppia all’americana».

Nell’ottobre successivo accompagnò per primo una squadra di operai in zona di guerra (Friuli: Villa Vicentina, Cervignano ecc.), cosa di cui fu ringraziato dal sottoprefetto di Rimini. E nell’inverno, con Giuseppe Amati, ottenne sussidi per sfamare misere famiglie riccionesi.

Nel febbraio-marzo del 1916 andò con suo padre, rappresentante della Società Marinara, a Roma due volte per chiedere aiuto e lavoro per i riccionesi e per patrocinare la causa del Comune autonomo, in cui lui e suo padre avevano sempre creduto.

Il 25 giugno riceve, dal vice-Presidente del Consiglio di amministrazione della Società di Mutuo Soccorso di Riccione, la stima per aver svolto, in qualità di Presidente (eletto a grandissima maggioranza) della medesima Società, «benefiche iniziative» a favore delle Cooperative di consumo, del Magazzino delle granaglie, della Biblioteca popolare, dell’autonomia comunale di Riccione e per l’iscrizione di soci alla Cassa Pensioni e Beneficenza. S’era dimesso per far fronte alle gravi condizioni economiche della propria famiglia.

Per un mese è segretario del Comitato pro-terremotati, sorto il 17 ottobre, in seguito al disastroso terremoto dello stesso anno, cominciato il 17 maggio (con epicentro a Case Monaldini) e terminato con la scossa di magnitudo quasi 6 del 16 agosto (l’epicentro fu a Misano Adriatico)1. Aveva ottenuto dal Comune di Rimini che le stoffe per gli indumenti militari fossero distribuite alle povere donne cucitrici (quasi tutte a Riccione). Era responsabile dell’assegnazione di capanni e tende per l’alloggiamento dei tanti terremotati e per la distribuzione dei viveri. Tutti impegni a titolo gratuito – lo ribadisce più volte –, nonostante le precarie condizioni della propria famiglia.

Quando il Presidente del Sottocomitato accetterà le sue dimissioni, lo farà «con grande rincrescimento». Grido infatti, con la famiglia, aveva deciso di trasferirsi a Milano, da dove otterrà per sua sorella, che gestisce col marito Del Bianco un bar al mare, un piccolo contributo per i danni subiti a causa del terremoto. Invece non otterrà nulla per la sua casa di Riccione, avendo inoltrato la domanda a tempo scaduto.2

In quanto militante di spicco del Partito socialista riccionese, egli era stato mandato, il 16 novembre 1916, a Milano a svolgere, da stipendiato, l’incarico di segretario propagandista della Federazione Lombarda dei Circoli Operai, che da 7.000 soci sparsi in 35 Circoli, grazie anche alla sua attività, che terminò definitivamente il 31 marzo 1922, da consigliere delegato, era arrivata ad avere 249 Società cooperative e Circoli federati, con oltre 60.000 soci.

Nel faldone dei documenti di Grido vi è una lettera del 30 giugno 1919, speditagli da suo padre Domenico, il quale, con una grafia molto incerta, si complimenta di uno splendido articolo che Grido aveva pubblicato sull’«Avanti!» e sul «Germinal», e conclude dicendo di sperare in Lenin. L’articolo era contro i pescecani che hanno accumulato capitali senza fare alcuna fatica. È l’unica lettera di Domenico conservata da Grido. Il fatto che gli dica di essere «sempre bravo» lascia presumere che Grido avesse scritto altri articoli di natura politica. Spesso si firmava con lo pseudonimo «gigi».

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Il 16 settembre 1919 (stando al rogito del notaio Giuseppe Buffoli, n. 12758), grazie soprattutto all’iniziativa di Grido, promossa e sviluppata, sin dal 1916, in vari congressi cooperativi regionali e nazionali, si costituisce a Musocco (prov. Milano)3, il Consorzio Cooperativo di Produzione e Acquisto Vini, con sfera d’azione sul territorio nazionale, i cui componenti erano i soci della Federazione Lombarda dei Circoli Operai. La Cooperativa di Consumo esisteva però dal 1914.

La sua idea di fondo fu l’acquisto collettivo del vino da parte degli stessi soci della Federazione (poi il Consorzio si specializzerà in produzione diretta e acquisti collettivi di uve, vini, marsala, vermouth e liquori a base di vino).4

Detto Consorzio, presieduto dal prof. Luigi Minguzzi quando Grido ne era Direttore-Procuratore, presentò bilanci consuntivi sui 18-20 milioni di lire annui.

Al 13 marzo 1920 le sue funzioni manageriali erano diventate le seguenti:

1. dirigere l’azienda;
2. fare proposte al Consiglio di Amministrazione;
3. procedere agli acquisti, vigilando sulla conservazione delle merci;
4. fissare i prezzi di vendita;
5. firmare gli atti e i contratti, la corrispondenza e i mandati;
6. rappresentare l’azienda in giudizio;
7. dare corso alle delibere del Consiglio di Amministrazione;
8. dirigere tutto il personale lavorativo;
9. redigere una relazione semestrale per il Consiglio di Amministrazione;
10. disporre di voto consultivo nelle riunioni del Consiglio di Amministrazione e nelle Assemblee generali dei soci.

Il motivo della nomina a Direttore stava nell’esigenza, emersa formalmente il 18 dicembre 1918, di coordinare il lavoro di tutto il personale del Magazzino Alimentare di via Carlo Maria Maggi, 6/8, al fine di soddisfare le esigenze di tutte le cooperative e gli enti che da esso si rifornivano, senza fare parzialità nei confronti di chicchessia e coordinando al massimo tutte le mansioni, con onestà ed efficienza.

A quel tempo Grido percepiva 18.000 lire annue di stipendio, più una partecipazione del tre per mille sulle vendite generali del Consorzio. La durata del contratto era quinquennale e, in caso, di non rinnovo, la buonuscita sarebbe stata pari a un anno dell’ultimo stipendio (e sarà di circa 20.000 lire).

Nel settembre del 1920, a nome del Consorzio, acquista a Squinzano (provincia di Lecce) un grande stabilimento vinicolo: il Consorzio stava diventando uno dei migliori d’Italia. Grido non lo dice, ma esso suscitava le invidie persino dei comunisti.5

Un altro stabilimento da controllare era quello di Casorzo Monferrato. Il deposito delle merci era a Vigentino (Milano).

Nel mese in cui operò a Squinzano per organizzare l’attività, lo fecero diventare a Musocco, non dietro sua richiesta, Consigliere comunale e Assessore alle Divisioni delle Finanze e della Pubblica Istruzione. L’assegno annuo di mille lire per l’attività di Assessore fu da lui devoluto all’«Avanti!», giornale del suo partito.

Grido ha lasciato un quaderno di copie di lettere spedite da Squinzano, in cui spiega, a partire dal 18 novembre 1920, la sua attività di Direttore del Consorzio. Vi sono varie curiosità degne di nota, p.es.: era stata scelta la Puglia come partner perché il vino che là si produceva aveva più gradi e un vino di 11 gradi, anziché 10, valeva 20-25 lire in più; Grido voleva che i fratelli Colaci (Vito e Vincenzo) diventassero agenti esclusivi del Consorzio per tutta l’Italia meridionale, con una gratifica annuale a forfait di 10.000 lire, oltre al pagamento di tutti i viaggi in treno e le provvigioni a percentuale solo dai venditori. Era un’offerta di tutto rispetto, in quanto, generalmente, uno stipendio medio mensile, a quel tempo, poteva essere di 500-600 lire: aggiungendo a questo il cosiddetto «caro-viveri» di 220 lire, si arrivava a circa 800-900 lire mensili.

Intanto, a sua insaputa, la Prefettura di Forlì, il 27 giugno 1919, inviava al Ministero dell’Interno e alla Questura di Milano una scheda biografica su di lui, qualificandolo come «socialista rivoluzionario» e «sovversivo pericoloso» da tenere sotto controllo. È ritenuto di «carattere assai vivace e impulsivo, di mediocre intelligenza, cultura ed educazione, avendo compiuto la terza Tecnica. È lavoratore fiacco, frequenta compagnie sovversive. È socialista fervente, iscritto al partito e tiene conferenze pubbliche. Nel partito ha poca influenza perché lo considerano un esaltato. È stato denunciato per eccitamento alla rivoluzione, a causa di un comizio tenuto a Ospedaletto di Coriano. A Milano però, ove è segretario di un circolo operaio, non risulta che svolga attività sovversiva. Con la famiglia si comporta bene. Non è mai stato sottoposto all’ammonizione né proposto per il domicilio coatto».

Tuttavia viene denunciato al magistrato perché il 21 luglio 1919 aveva organizzato a Riccione una dimostrazione, con tanto di pubblico comizio, senza averne l’autorizzazione. Di questo reato verrà amnistiato l’8 ottobre successivo.

Nel gennaio 1921 rappresenta, per una settimana, al Congresso di Livorno le sezioni del Partito socialista di sette Comuni limitrofi a Milano. Prima d’allora s’era limitato a rappresentare la sezione di Riccione nei Congressi della Federazione provinciale. A Livorno si dichiara «massimalista» (la corrente di Serrati, Lazzari, Ferri e Labriola), contro ogni divisione di destra (Turati, Treves, Modigliani e Prampolini) e di sinistra (Gramsci, Terracini, Gennari, Bordiga e Bombacci).

Nel giugno successivo, a Squinzano, si ammala così gravemente di tifo (per aver mangiato lattuga non ben lavata, così almeno dice l’ultima sua figlia sopravvissuta, la cara Speranza dalla memoria di ferro) che a Riccione lo danno per morto! È costretto a rinunciare all’incarico il 26 dicembre 1921. Lo prende anche la nevrastenia ed è costretto a ritornare a Riccione. Ma nell’agosto dello stesso anno deve rifugiarsi per un po’ di tempo in alta Italia, essendo ricercato da delinquenti fascisti.

Il 27 settembre 1922 scrive una lunga lettera da Squinzano a Galeazzo Pullè, l’ingegnere che collaborò alla costruzione del Grand Hotel (1929): faceva parte del Direttorio fascista di Riccione. Doveva conoscerlo molto bene perché inizia con «Caro Galeazzo».

Gli dice subito che il 21 settembre da alcuni fascisti (tra cui il conte Guarini, che non conosce) gli era stato intimato, a nome del Direttorio fascista, di abbandonare Riccione al massimo entro tre giorni e di fare una dichiarazione con cui sconfessare i suoi trascorsi politici e affermare il suo unico amore per la patria.

Grido sostiene fermamente d’essere un patriota e che, se anche durante la prima guerra mondiale era su posizioni neutraliste, non fece nulla contro l’Italia scesa in guerra. Quanto alle idee politiche, è e vuole restare socialista, poiché ama i lavoratori, avendolo dimostrato nel corso della I guerra mondiale. Dichiara inoltre di non aver mai badato ai propri interessi personali. Dice poi di stimare il conte Felice Pullè, di mestiere medico.

È intenzionato a ritornare a Riccione, da Milano, per motivi di salute, in quanto è da sedici mesi che sta male. Si disinteressa della vita politica. Si è impegnato soltanto per chiudere la vertenza fra la Società Stadium e la Cooperativa Muratori, e poi perché la tassa di soggiorno restasse tutta a Riccione.6

Dichiara di vivere appartato, con scarsa salute e con modesti affari di commercio, con cui deve mantenere tre figli. Sarebbe per lui una tragedia dover lasciare la «bella città-giardino» in cui è nato. In quanto socialista non ha mai fatto del male a nessuno: è a favore della pace e della concordia sociale. Non può sconfessare il suo passato.

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Dal gennaio 1922 (anno dell’improvvisa morte di Domenico) al dicembre 1923 Grido è tutto preso dalla vicenda giudiziaria connessa all’eredità del padre. Esiste una cartella piuttosto corposa, all’interno del faldone dei suoi incartamenti, inerente a tale questione. I documenti sono anche piuttosto complessi, certamente non esaurienti l’intera vicenda, per il cui esame completo e rigoroso occorrerebbe non solo una ricerca presso i due tribunali di Forlì e di Bologna, ma anche non poca competenza in campo di diritto civile e patrimoniale. Ci si potrebbe fare una tesi di laurea. Qui possiamo soltanto limitarci a darne un breve riassunto.

Alla morte di Domenico la seconda moglie, Virginia Caldari, e i suoi tre figli (Lorenzo era minorenne) erano intenzionati a liquidare Grido e la sorella Teresa con una cifra forfettaria relativa al complesso dei beni mobili e immobili di Domenico. Guido e Teresa invece chiesero la nomina di un sequestratario per il giudizio di divisione di tutti i cespiti: cosa che il Tribunale di Forlì fece il 31 luglio 1922, nominando il rag. Pietro Scala di Rimini. Quando quest’ultimo, il 25-26 settembre, assistito dall’ufficiale giudiziario Landini, della Pretura di Rimini, tentò di provvedere al sequestro, un gruppo di fascisti, capeggiati dal tenente Pappalardo, ospiti nel medesimo albergo, li fecero desistere, con minacce, dal compiere il loro dovere, al punto che lo Scala, successivamente, si dimise dal suo incarico, sostituito poi dal rag. Luigi Montanari di Forlì.

Si arrivò al punto che il 22 novembre 1922 il fratellastro di Grido, Giordano Bruno, organizzò una sorta di intimidazione, con tanto di olio di ricino, nei suoi confronti. I sei fascisti che dovevano somministrarglielo (Casadio Ettore, di Faenza, Gusella, Rossi, Berni, Signorini e un certo «Munèl») furono però impediti da altri tre fascisti riccionesi (Del Bianco Ernesto, Conti Renato e Papini Aristodemo, capi del Direttorio di Riccione), che ebbero un grave diverbio soprattutto col Casadio, intimandogli di andarsene, sicché la cosa si risolse per fortuna solo in uno spavento generale da parte dei familiari di Grido. Il quale, però, per non farsi soffiare sotto il naso la legittimità eredità, decise di andare sino in fondo con gli avvocati.

Si finì infatti in tribunale, sia a Forlì, in prima istanza, che a Bologna, in appello. La Caldari e i figli erano d’accordo a dividere i beni ma con esclusione dell’albergo, essendo esso intestato alla sola Caldari, che poté avvalersi di alcuni documenti di rilevanza giuridica:

  1. la particella n. 2236, su cui venne edificato il Lido e che apparteneva al demanio statale sin dal 1885, era stata intestata a lei in forza di un atto d’acquisto dell’8 agosto 1906 (rogito Camillo Ferri), che nella mappa di Riccione fece diventare la particella la n. 3094;
  2. nella stessa data la Caldari aveva ottenuto dal cav. Carlo Teni un prestito di 40.000 lire per spese di edificazione dell’albergo, offrendo come garanzia un’ipoteca sul terreno e sul fabbricato di sua esclusiva spettanza, mentre il marito interveniva come fideiussore solidale, acconsentendo che l’ipoteca fosse estesa a uno stabile di sua proprietà;
  3. il «rogito Concina» di Mantova del 16 maggio 1918, ebbe lo scopo di farle ottenere dalla Banca Cattolica di quella città un mutuo di 350.000 lire per ampliare l’edificio dell’albergo, dietro rilascio di una cambiale, firmata da lei e dal marito e, per avallo, dal cav. Teni (nell’ipoteca non veniva fatta alcuna distinzione tra i beni intestati a lei e quelli intestati a Domenico);
  4. la Caldari era iscritta all’Ufficio delle imposte dirette di Rimini ove pagava le tasse per l’esercizio dell’albergo (dal 1° luglio 1907 al 1° gennaio 1920 su un reddito netto di lire 3.200; dal 1° gennaio 1920 il reddito fu elevato a lire 18.000). L’esercizio effettivo dell’albergo porta la data del 1910, con 23 camere da affittare.

In sostanza i giudici le diedero ragione: la parte centrale dell’edificio dell’albergo le apparteneva di fatto, in quanto costruito su un lotto che le apparteneva di diritto, per cui il Lido doveva essere escluso dall’asse ereditario e Guido e Teresa dovevano accontentarsi di una cifra forfettaria.

Tuttavia Grido negli atti giudiziari riteneva che la Caldari e i figli fossero comproprietari solo di una parte dell’albergo, in quanto Domenico aveva fatto fideiussioni ipotecando beni di sua esclusiva spettanza, tant’è che secondo ulteriori rogiti (del 2 luglio 1910 e del 5 agosto 1911) Domenico aveva acquistato altri terreni arenili, da solo o insieme alla moglie; sicché Grido attribuisce indirettamente al fascismo lo scippo della sua quota (circa 240.000 lire, senza considerare però le passività) relativa al valore dell’albergo, valutato sul milione di lire.

Il 29 giugno 1923 il cav. Carlo Teni di Goito, rappresentato dall’avv. Ugo Foscolo Foschi, cita in giudizio tutti gli eredi di Domenico Galavotti e di Virginia Caldari, in quanto costoro avevano firmato cambiali non pagate per 100.000 lire con scadenza il 30 giugno 1918.

Il 4 luglio viene firmato da tutte le parti in causa, per la vertenza giudiziaria sulla successione ereditaria di Domenico, una sorta di «patto di non belligeranza»: Grido, Teresa, Virginia Caldari e i suoi figli Bruno, Ribelle e Lorenzo (ancora minorenne) accettano il responso che vorrà emettere il commissario prefettizio per il Comune di Riccione, Augusto Marani, avente un «mandato imperativo e inappellabile», in modo da non lasciare insolute le pendenze di carattere legale e finanziario. Non si conosce però la cifra forfettaria con cui vennero liquidati Grido e sua sorella.

Intanto la Prefettura di Forlì, nel 1923, continua a ritenerlo un soggetto pericoloso e chiede che venga vigilato.

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Il 17 gennaio 1925 il giornale fascista «La testa di ponte» (anno III, n. 3), il cui direttore era G. M. Collinucci e il redattore responsabile Giovanni Gattei, pubblica un lungo articolo non firmato contro Grido, dal titolo Sullo sfondo di un processo per falso. Misterioso episodio di cronaca nera che vuole essere chiarito. Un signore minacciato di morte alla stazione di Rimini è impedito da sconosciuti di presentarsi al Tribunale di Forlì.

Grido aveva denunciato i fratellastri Bruno e Ribelle alcuni mesi prima per aver falsificato la firma del genitore Domenico su due assegni della Banca di Sconto, per un importo complessivo di lire 1.500. Il falso – secondo lui – era stato commesso ai primi del 1922.

Ribelle e Bruno erano già fascisti iscritti al partito, mentre Grido – scrive l’articolista infilando elementi politici in una vicenda che con la politica non aveva nulla a che fare – «è un avversario implacabile del fascismo e non è escluso che il suo accanimento contro i fratelli possa avere anche un movente politico».

Il 13 gennaio 1925 si era aperta la causa penale presso il Tribunale di Forlì. Bruno e Ribelle erano in stato di detenzione. Nell’aula di giustizia mancava solo Grido. Il presidente Gianneschi si mise improvvisamente a leggere un telegramma che Grido gli aveva appena inviato attraverso l’avvocato Bonini (che però smentirà questa circostanza), con cui sosteneva di non poter essere presente all’udienza perché alla stazione di Rimini era stato minacciato di violenza da parte di ignoti.

Grido era salito sul treno alla stazione di Riccione ed era sceso momentaneamente a Rimini per acquistare un giornale ed era stato lì che aveva subìto le minacce.

Il presidente del Tribunale era stato dunque costretto a rinunciare all’udienza e pretendeva che per la successiva Grido venisse scortato dai Carabinieri.

La Pubblica Sicurezza, il Comando di stazione e la Milizia – scrive l’articolista – hanno ritenute infondate le accuse di Grido, perché in quel momento vi erano funzionari di P.S., carabinieri e militi in stazione, e nessuno s’accorse di nulla o di nulla venne informato.

Grido ha dichiarato ai Carabinieri ch’era stato fermato nei pressi del chiosco dei giornali della stazione di Rimini da due individui ben vestiti, che portavano il distintivo del fascio e che gli avevano detto di non andare a Forlì se ci teneva alla pelle. Non erano di Riccione e lui non li aveva riconosciuti. Grido si ritirò in un bagno pubblico, fece partire il treno, poi uscì per andare a telegrafare, infine si recò dal suo avvocato.

L’articolista è convinto che dietro questa faccenda, che reputa «inverosimile» vi sia qualche «mano nera americana che gioca di questi terribili tiri ai pacifici cittadini d’Italia». Inoltre sostiene:

1. che Grido, quindici giorni prima, aveva dichiarato che non si sarebbe presentato in tribunale;
2. che avrebbe accettato di presentarsi soltanto dietro le insistenze del «Fascio»;
3. che i due imputati non hanno alcun interesse a ostacolare la testimonianza di Grido;
4. che i due provocatori possono essersi travestiti da fascisti;
5. che pochi riccionesi credono in questo romanzo d’appendice.

Il 24 gennaio lo stesso giornale fascista (n. 4), una settimana dopo, parla di «vertenza disgustosa», con cui Grido, «conosciuto come un esponente del bolscevismo riccionese», «un rivoluzionario pericoloso al n. 100», ha cercato, in sordina, «di far il processo al fascismo».

L’articolista scrive che sullo stesso treno erano saliti «il Dott. Sanzio Serafini, Segretario Politico del Fascio di Riccione, e il Capo Stazione Francesco Sirocchi, pure iscritto al Fascio di Riccione, entrambi fino allora in buonissime relazioni con Grido Galavotti ed entrambi chiamati testimoni al processo anzidetto», ai quali Grido «non domandò aiuto», ma anzi dai quali «qualche giorno prima aveva richiesto ed avuto l’appoggio per ottenere un prestito di lire 8.000».

L’aula del Tribunale di Forlì era assai affollata, specialmente di riccionesi accorsi numerosi ad assistere al processo. Grido, interpellato per primo, dichiarò che da quattro anni non apparteneva a nessun partito, non riceveva nessun giornale, voleva bene all’Italia ed era un buon patriota. Doveva dire così perché quella volta essere «comunisti» voleva dire essere «internazionalisti», cioè inaffidabili come cittadini.

Poi vengono ascoltati i suoi avvocati: Cavina di Bologna e Bonini di Rimini, che l’avevano patrocinato in occasione dell’eredità lasciata da Domenico Galavotti. L’avvocato Bonini parlò anche delle violenze gravi e sistematiche compiute dai fascisti in quell’epoca a sostegno dei fratelli Bruno e Ribelle Galavotti.

L’articolista qui aggiunge che Grido aveva anche voluto raccontare al Procuratore del Re che la sera del 3 dicembre 1924 si era presentato da lui il dott. Michele Basigli, membro del Direttorio del Fascio di Riccione, per pregarlo di intervenire all’udienza indetta per il 13 gennaio 1925, «volendo con ciò dedurre che egli era stato complice, lunga mano, dell’esecuzione della violenza consumata in suo confronto alla stazione di Rimini. E dire che il buon dott. Basigli ha fatto parecchie e svariate firme per Grido Galavotti e la stessa mattina del 13 gennaio, mentre Grido era in viaggio verso la latrina, faceva a sua moglie un prestito di lire mille».

Quest’ultimo fatto, oltre a essere scritto con un periodare contorto, ha dell’incredibile: Grido avrebbe cercato di far capire che il fascista Basigli (suo amico!) si era recato da lui il 3 dicembre per invitarlo ad andare al processo e da ciò egli avrebbe dedotto che Basigli sarebbe stato «complice» dell’intimidazione! Se era davvero suo amico avrebbe fatto meglio a dirgli di non andarci, preavvisandolo che quel processo si sarebbe trasformato in una sentenza giudiziaria contro il «bolscevismo».

In ogni caso gli avvocati Giommi e Corrias riuscirono a far assolvere Bruno Galavotti per non aver partecipato al fatto e Ribelle Galavotti per inesistenza di reato. Sulla base di che cosa non si sa, non essendoci evidentemente stata alcuna perizia calligrafica. «L’onesto verdetto – conclude l’articolista – fu accolto dall’unanime, spontaneo e caloroso applauso del pubblico, che il Presidente tentò invano di frenare. Quegli applausi significavano solidarietà con gli innocenti e piena riprovazione della montatura processualmente ispirata da un mostruoso livore famigliare».

Una vicenda emblematica, questa, dei rapporti che a Riccione s’instaurarono tra socialismo e fascismo. Lo dimostra anche la lettera che il 7 febbraio l’avvocato Bonini scrive al direttore del giornale «Testa di Ponte», lamentandosi di alcune gravi inesattezze dell’articolista, che qui riassumiamo per brevità. 1. Grido aveva spedito il telegramma prima di recarsi dal proprio avvocato e questi ne aveva spedito un altro al Procuratore del Re (Presidente del Tribunale); 2. non era stato Grido a chiamarlo come testimone al processo ma lo stesso Procuratore; 3. l’avvocato non aveva mai attribuito ai fascisti il fatto di avere con la violenza impedito nel 1922 l’esecuzione di una sentenza civile di sequestro dell’hotel Lido, semplicemente perché non avrebbe mai chiamato in causa delle motivazioni politiche in una contesa di tipo patrimoniale; 4. quando fa l’avvocato non chiede ai clienti la tessera politica, pur essendosi sempre deliberatamente astenuto dal difendere sovversivi in processi politici.

A questa lettera il direttore risponde difendendo il corrispondente riccionese del suo giornale, il quale a sua volta, il 27 febbraio, conferma quanto già scritto in precedenza e in particolare ch’era stato proprio l’avvocato Bonini a sostenere ch’erano stati i fascisti a impedire il sequestro dell’albergo.

In pratica il giornalista voleva mettere in cattiva luce l’avvocato, facendolo passare per un «bolscevico», e l’avvocato, temendo per la propria carriera in quel clima di caccia alle streghe, aveva cercato di tutelarsi alla bell’e meglio.

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Nel mese di aprile del 1925 Grido scrive in alcune sue lettere che un grave e imprevedibile incidente finanziario lo ha colpito (altrove aveva parlato di una Società fallita, forse la Stadium). Le spese della casa che si sta costruendo a Riccione (dove però nessuno è stato in grado di stabilirlo) hanno superato di circa 20.000 lire il preventivo. Rischia il fallimento e teme che, per questo, il Consorzio Vini di Musocco, con cui evidentemente ha mantenuto i contatti da Riccione, lo licenzi. Qualche protesto è già avvenuto. Sta acquistando vino a credito e lo rivende in contanti. È convinto che per non fallire dovrà vendere la casa di Riccione, a qualunque prezzo, per poi trasferirsi definitivamente a Milano, guadagnando 2-3.000 lire al mese, al netto da tutte le spese. A trentasei anni, con quattro figli a carico, teme il peggio. Sua sorella è disposta a vendere la sua pensione per non farlo fallire. Dichiara che piuttosto che fallire si ucciderebbe. È intenzionato a liberarsi di un negozio che ha a Riccione (la salumeria in cui lavorava la moglie). La casa di Riccione gli era costata in tutto 74.000 lire, più altre spese minori.

Forse per sottrarsi a questo clima opprimente e per riprendere i contatti col Consorzio di Musocco, nel gennaio 1927 si trasferisce con la famiglia a Varese, dove comunque continua a essere vigilato. Tornerà a Riccione nel 1928.

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Il 14 maggio 1929 è costretto dai fascisti, anche per poter lavorare, a modificare il nome «Grido» in «Guido».

Riesce a resistere indipendente, sotto stretta vigilanza, fino al 1° ottobre 1934, dopodiché la grave situazione finanziaria della famiglia lo costringe a prendere la tessera del Partito fascista: cosa che gli permette di continuare a tenere aperto il suo studio commerciale con la relativa licenza rilasciata dalla Pubblica Sicurezza. Il maresciallo dei Carabinieri era andato più volte a casa sua per dirgli che senza licenza, essendo privo di diploma, non poteva continuare a esercitare la professione di tributarista-fiscalista e mantenere i suoi cinque figli, ma la licenza non poteva ottenerla proprio perché era uno schedato politico, anche se la Questura di Forlì gli negava formalmente l’autorizzazione ad averla per motivi «d’indole generale».

Aveva già cinque figli, di cui il maggiore di ventidue anni e il minore di tre. Grido dichiara che dopo aver preso la tessera fascista non si avvalse mai, per poter fare carriera, delle conoscenze che aveva di ex-socialisti passati al fascismo. E qui cita un esempio che vale per tutti: il fratello del famoso politico fascista Italo Balbo, Edmondo, sindaco revisore del Consorzio milanese dei vini, gli aveva offerto la direzione amministrativa del giornale di suo fratello Italo, «Il Corriere Padano», ma lui l’aveva rifiutata.

Ritenendo tranquilla la sua condotta, la Regia Prefettura di Forlì propone al Ministero dell’Interno che il suo fascicolo personale venga radiato dallo schedario del Casellario Politico Centrale. Nel febbraio del 1935 il Ministero accetta la proposta, ma a condizione che l’iscrizione di Grido al Pnf non nasconda fini politici, sulla natura dei quali nulla si dice, né, tanto meno, sulle modalità operative per verificarli. In ogni caso resterà iscritto al Pnf sino al 24 luglio 1943 e questo gli peserà come un macigno quando cercherà di far valere la sua aspirazione a subentrare, nella carica di Sindaco, al dimissionario Vivarelli.

Insieme a Chicco Pullè, Aldo Leardini e Bruno Manti, Grido e Ribelle Galavotti sono tra i fondatori nel 1935 del motoclub Celeste Berardi di Riccione.

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Grido prevede la fine del fascismo dopo la «folle impresa etiopica» e soprattutto dopo «l’inqualificabile intervento fascista nella lotta civile in Spagna, tra un governo regolarmente eletto dal popolo e un generale traditore», sicché prende di nuovo i contatti con gli antifascisti riccionesi nel 1938-39.

In tre foglietti scritti a matita, con una calligrafia non sempre leggibile, senza una data precisa, ma indicativamente intorno al 1940, Grido sentiva prossima la fine del fascismo e azzardava a scrivere una sorta di programma politico per la democrazia.

  1. Non politica partigiana, non odio e vendetta verso nessuno, ma esame obiettivo e giusta decisione.
  2. Non ermetismo ma fermezza nell’esecuzione.
  3. Non intesa coi nemici comunque camuffati.
  4. Non scrocco o sbafo da parte di nessuno: privilegi, se vuoi, all’avversario.
  5. Non trascurare i diritti degli altri, per curare solo il proprio tornaconto.
  6. Non fare differenza tra gli avversari e i non-avversari.
  7. Rispetto verso i colleghi e verso le loro decisioni: non colpi di testa, né a priori né a posteriori. Non monopolio dell’amico o del compagno.
  8. Scrupoloso maneggio e severo controllo del denaro pubblico. Rifiuto di denaro illecito.
  9. Sussidi e assistenza a tutti i bisognosi o a nessuno.
  10. Non accentrare eccessivamente e non nascondere nulla ai colleghi.
  11. Evitare raccomandazioni (da parte di partiti e compagni) per gente immeritevole e non bisognosa.
  12. Comprensione e rigidezza con tutti i dipendenti comunali (molti ancora fascisti). Ci vuole serierà e onestà, non protezioni ingiustificate.
  13. Controllo degli inventari di magazzino e di ogni bene comunale, evitando sprechi.
  14. Inflessibilità verso i disonesti, anche se pezzi grossi.
  15. Rispettare sempre le decisioni delle varie Commissioni.
  16. Nulla all’insaputa degli altri colleghi.
  17. Erogare i fondi sempre tramite la Giunta.

Considerando morto il fascismo il 25 luglio 1943 (quando Mussolini si dimette), Grido, già il giorno dopo, con altre quattro persone (Bianchi, Ricci, Tomassini e Pieri), costituisce il primo Comitato antifascista di Riccione, stampando clandestinamente i primi manifestini a favore della democrazia.

Il socialista Ugo Villa gli aveva chiesto di fare un Comitato senza i comunisti, ma la proposta venne respinta, sia perché i socialisti riccionesi erano pochissimi, sia perché i democristiani non volevano alcun Comitato, sia perché la stragrande maggioranza degli antifascisti e antinazisti era comunista.

Il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) di Riccione fu costituito nel gennaio del 1944: per i comunisti c’era Grido, per i mazziniani Carlo Angelini, per i socialisti Domenico Gentilini, per la democrazia cristiana don Giovanni Montali. Poi si aggregarono anche Sorci, Grotti, Farina, Valgimigli e Piani.

Nei primi giorni del settembre dello stesso anno ventidue patrioti locali occupano la Casa del Fascio, mentre i tedeschi erano ancora in città. Sono loro a incontrarsi col capo dei gappisti locali (i gruppi di azione patriottica), Claudio Antonioli. E anche se i tedeschi fanno saltare i ponti sul Rio Melo e il sottopassaggio ferroviario, nulla possono contro l’avanzata dell’Ottava Armata, che entra a Riccione, con le prime pattuglie di greci e canadesi, già il 3 settembre e definitivamente il 14.

Durante l’occupazione della Casa del Fascio si rinviene una lista di antifascisti da denunciare, in quanto dopo il 25 luglio 1943 essa aveva già subìto un primo saccheggio. C’è anche il nome di Grido.

Il CLN ebbe numerosi contatti con membri del Pci, tramite Francesco Bianchi, capo-zona di questo partito. Fin dall’estate del 1943 vennero raccolti fondi, armi, materiali per la Resistenza, all’interno della quale si distinguevano anzitutto i comunisti «per un’attività più intensa e veramente lodevole», scrive Grido. Nel luglio del 1944 alla stazione di Riccione vengono asportate dai vagoni tedeschi armi di vario genere.

C’è però qualcosa che non va, poiché già il 17 agosto 1944 scrive una lunga lettera a Michele Bagli, capo-zona del Pci locale, cui fa presente d’essere intenzionato a iscriversi al Psi, dove le cose si fanno previo accordo tra compagni che si stimano e dove gli incarichi vengono conferiti dalla base, democraticamente, e non dall’alto, alla fascista.

Intanto il 5 settembre 1944 saluta i primi liberatori, in qualità di segretario del CLN locale. Cinque giorni dopo il Governatore Militare Alleato, con sede presso il Palazzo del Turismo, nomina sette persone appartenenti al CLN quali autorità civili di Riccione, come Giunta provvisoria: Adelmo Vivarelli (Sindaco pro-tempore e Presidente del CLN locale, rappresentante del Psi), Carlo Angelini (membro del CLN e rappresentante del Partito d’Azione, Assessore comunale), Giovanni Ghilardi, Primo Angelini (Assessore comunale, Indipendente), Pietro Arpesella (Assessore comunale, del Partito d’Azione), Francesco Bianchi (Assessore comunale, rappresentante del Pci, membro del CLN), Vieri Corazzini (Assessore comunale, membro del CLN, rappresentante del Partito Liberale), Silvio Mancini (Assessore comunale, rappresentante del Psi). Nell’elenco manca Grido: si stanno guastando irrimediabilmente i suoi rapporti coi dirigenti del Pci. Nelle sue lettere dichiara di aver avuto con loro un «inconcepibile incidente», la natura del quale resta poco chiara.

Il 26 settembre 1943 il Commissario prefettizio per il Comune di Riccione, G. Monti, aveva già convocato 140 persone rappresentative del Comune per formare un comitato cittadino in grado di gestire le situazioni più difficili. Grido è presente nella sezione per gli alloggi.

Accetta la carica di Assessore, che lascerà il 7 ottobre 1944, a seguito della sua nomina a Commissario delle Opere Pie dell’Ospedale «Ceccarini». Ma a metà ottobre iniziano contro di lui gli attacchi da parte dei comunisti.

L’8 novembre si dimette dal Pci a causa di alcuni atti che, secondo lui, disonorano il partito. Lo scrive ad Antonioli, capo-zona del Pci. E presenta al Prefetto di Forlì le sue dimissioni da Commissario delle Opere Pie. Non ha bisogno di dimettersi dal CLN perché era già stato sciolto il 9 ottobre.

Dopo la sua uscita dal Pci i componenti del CLN gli avevano chiesto di restare come indipendente e segretario del CLN e lui aveva accettato: il nuovo CLN era composto da Angelini, Pieri (al posto di don Montali), Vivarelli al posto di Gentilini, e per i liberali Corazzini. Dopo qualche tempo vi farà parte anche Francesco Bianchi.

Grido svolgeva soprattutto il compito di raccogliere fondi per i partigiani (acquisto di armi, viveri e materiali), che versava ogni giorno a Bianchi, quale tesoriere e capo-zona del Pci.

Il 13 novembre 1944 viene firmato un documento da Adelmo Vivarelli, Carlo Angelini, Primo Angelini, Pietro Arpesella, Francesco Bianchi, Corazzini Vieri, Silvio Mancini, Eugenio Piani (membro del CLN e rappresentante della Democrazia cristiana), in cui viene detto che Grido, di fede socialcomunista, fin dal giorno 26 luglio 1943, aveva costituito, con altri quattro riccionesi antifascisti, un primo Comitato locale avente l’obiettivo di stampare e diffondere alla macchia un manifestino contro il nazi-fascismo. Qualche mese dopo era stato formato il CLN per opera di Grido e la partecipazione di tutti i partiti patriottici locali. Grido è stato segretario del CLN fino al suo scioglimento, effettuatosi all’atto della costituzione della Giunta comunale di Riccione dopo la liberazione. Per alcune settimane Grido ha ricoperto la carica di Assessore comunale. Da un mese era stato nominato dal Governatore Provinciale dell’AMG (su designazione del Sindaco e della Giunta comunale e del Prefetto provinciale) Commissario alle Opere Pie dell’Ospedale e Asilo «M. Ceccarini» di Riccione.

Viene inoltre dichiarato che per sedici mesi aveva svolto un’attività come patriota, dando prova «del più alto disinteresse personale, di sprezzo dei pericoli cui indubbiamente esponeva sé e la sua famiglia – specialmente per gli aiuti ai partigiani – di fronte alle possibili vendette fasciste e tedesche». La popolazione riccionese, per la «concreta e feconda opera di bene che ha ricevuto», gli deve «viva riconoscenza».

Sembra che i malintesi si siano chiariti. Ma insorgono altri problemi. In una drammatica lettera del 17 novembre inviata al Prefetto di Forlì e alle Autorità del Governo Militare Alleato, il Sindaco Adelmo Vivarelli rassegna le proprie dimissioni. Scrive che da diciassette mesi si trova a Riccione, sfollato da Milano, non ha guadagnato nulla e deve mantenere una famiglia di sei persone. Non può vivere di rendita e la legge italiana non prevede alcun compenso per la carica di Sindaco.

Deve altresì constatare il fatto che la battaglia tra tedeschi, canadesi, greci ecc., condotta per circa venti giorni, ha provocato la quasi totale distruzione o dispersione dei generi alimentari di cui ogni famiglia s’era premunita. Furti e saccheggi sono avvenuti soprattutto da parte degli Alleati! Sicché, passata la guerra, le condizioni alimentari sono diventate peggiori rispetto a quando vi erano i tedeschi. Pescare nell’Adriatico non è possibile per motivi militari. Si mangiano solo gli avanzi delle cucine canadesi e non è possibile vivere con 190 grammi di grano avariato. Vivarelli ha l’impressione che gli Alleati stiano dalla parte dei fascisti!

Il 19 novembre la Commissione del Pci locale respinge all’unanimità le dimissioni di Grido (dell’8 novembre) e anzi lo propone come Sindaco in sostituzione di Vivarelli dimissionario. Il 21 la Giunta comunale e i membri dell’ex CLN inviano al Prefetto una protesta per la nomina a Sindaco di Moretti (fatta il 18 e pervenuta in Giunta il 21). Grido ripresenta al Prefetto le dimissioni da Commissario alle Opere Pie, in solidarietà con la Giunta e l’ex CLN.

Il 22 Francesco Bianchi, Cesare Del Bianco, Virgilio Pezzi, Claudio Antonioli e altri compagni lo chiamano nell’Ufficio dell’Assessore Bianchi e lo obbligano ad accettare il posto di Sindaco o pro-Sindaco, promettendogli un assegno mensile da parte del partito, se non può provvedervi il Comune a motivo della legge statale. Grido si reca dal Prefetto insieme ad altri Assessori e membri del CLN.

Il 23 la Giunta propone al Prefetto la terna Arpesella – Galavotti – Mancini per la scelta del Sindaco. Il Governatore Alleato viene invitato di chiedere al Moretti di rispettare la decisione di nominare il Sindaco sulla base della suddetta terna. Il Governatore promette di scegliere entro 48 ore.

Il 25 in una riunione del CLN presso la Casa comunale, risultano presenti: Adelmo Vivarelli, sindaco dimissionario, don Giovanni Montali, Eugenio Piani, Vieri Corazzini, Carlo Angelini, Silvio Mancini, Primo Angelini (Pietro Arpesella è assente giustificato). Il segretario è Grido. Si delibera che l’attuale CLN venga sciolto e si chiede ai partiti politici di nominare i loro rappresentanti per il nuovo CLN, scegliendoli fra elementi che non ricoprono cariche pubbliche (essendo quest’ultimi tutti fascisti). Poi si rettificherà la risoluzione per permettere di far parte del CLN anche a membri senza partito, come p.es. Grido.

Si prevede d’insediare il CLN nella stessa sede municipale, dove avrebbe avuto l’ufficio permanente sino alle prossime elezioni democratiche. Il Sindaco e gli Assessori dovevano dipendere politicamente dal CLN, che doveva altresì dare il proprio parere sugli argomenti da trattare in Giunta.

Stando al Pci, Grido non avrebbe dovuto restare nel CLN, in quanto era stato espulso dal partito.

Il 26 Grido relaziona su tutto il suo operato, che viene approvato all’unanimità. Insistono affinché accetti il posto di Sindaco. Il giorno dopo si reca dal Governatore. Non può partecipare a un’assemblea del CLN, presenziata da un funzionario provinciale del Pci, che Grido cita soltanto con lo pseudonimo di «Isola», non conoscendolo di persona7. Viene contestato pubblicamente da Francesco Bianchi, il quale sostiene d’essere stato lui a costituire il CLN a Riccione. Ma nelle sue lettere Grido cita a suo favore don Montali, Farina, Sorci, Gentilini, Angelini Carlo, Vivarelli, Piani, Corazzini e Luigi (detto Decio).

Dopo il colloquio che ebbe col Governatore Alleato, Grido venne espulso dal Partito comunista, senza una precisa motivazione, il 27 novembre 1944. L’espulsione appare strana in quanto si era già dimesso venti giorni prima.

Il motivo di tutto ciò resta inspiegabile. È difficile dire fino a che punto Fusconi abbia agito autonomamente. Probabilmente riteneva più affidabile Quondamatteo perché lo sapeva attivo partigiano, benché nel biglietto da lui firmato con lo pseudonimo «Isola», in cui notifica a Grido la sua espulsione dal Pci, il cognome di Quondamatteo venga scritto come se Matteo fosse il nome: quindi non conosceva bene neppure Quondamatteo. Fusconi non poteva non sapere che Grido aveva preso la tessera del Partito fascista per riuscire a lavorare e sicuramente dovevano avergli detto che i suoi fratellastri erano stati fascisti o quanto meno amici dei figli del Duce. Non è da escludere ch’egli avesse prestato fede ai suggerimenti che gli venivano dai comunisti riccionesi, rivali di Grido. Di sicuro tra i due non vi fu alcun rapporto personale, né diretto né indiretto, non solo perché Grido non ha mai saputo il suo vero nome e non era neppure in grado di descriverlo, ma anche perché Fusconi arrivò a Rimini nel maggio 1944, in veste di segretario della Federazione comunista, e alla fine dello stesso anno fu arrestato a Cervia dagli Alleati per aver tenuto un comizio senza autorizzazione.

Fusconi fu un partigiano combattente molto coraggioso, che passò buona parte della sua vita da confinato o da esule o da carcerato politico. Se lui e mio nonno avessero avuto il tempo di conoscersi, avrebbero sicuramente avuto modo di capirsi meglio.

Grido tuttavia è molto avvilito. Il 30 novembre il Pci fa una riunione di quadri per decidere il Sindaco e il consenso cade sul partigiano Gianni Quondamatteo, che a Riccione però non era conosciuto. Su di lui garantisce il compagno Aronne Galli, ch’era molto ascoltato, in quanto comunista irriducibile e non «revisionato» come Grido, che aveva dovuto prendere la tessera del Fascio.8

L’8 dicembre 1944, cioè quattro giorni dopo che Quondamatteo, tra lo stupore degli avversari politici e dello stesso Prefetto, veniva proclamato a viva voce Sindaco di Riccione, Grido capisce che per lui non ci sono speranze sul piano politico e fa domanda al Sindaco (pro-tempore) e al Presidente dell’Ente cooperativo comunale dei consumi per essere assunto in veste di direttore del medesimo ente. Come credenziali fa presente d’aver diretto a Milano (Musocco) dal 1916 al 1922 uno fra più importanti consorzi cooperativi di consumo d’Italia.

Nelle sue lettere Grido scrive che, anche se Gianni Quondamatteo dice di avere il mandato della popolazione riccionese e della Giunta e invoca addirittura la «divina provvidenza», in realtà egli rappresenta soltanto la volontà del comunista «Isola».

Grido scrive che i riccionesi non conoscono Quondamatteo, anche perché non è uno di loro, ma solo uno del partito, il quale partito, peraltro, prima che arrivassero Fusconi e Quondamatteo, aveva designato all’unanimità alla carica di Sindaco proprio lui, e per ben due volte: il 19 e il 27 novembre del 1944.

Se la prende anche con la Giunta: Silvio Mancini, Corazzini, Carlo Angelini, Primo Angelini, che rappresentano – scrive – solo se stessi; poi Arpesella (sempre assente e senza seguaci) e Claudio Antonioli (obbediente agli ordini di «Isola»). Vivarelli era già dimissionario. La Dc era assente in Giunta.

Quondamatteo sarebbe diventato Sindaco – a suo dire – perché l’hanno voluto Arpesella, Giuliani, Vivarelli, secondo metodi fascisti. Lo stesso Prefetto, che non ha voluto scegliere dentro una terna di nomi in dieci giorni, in una sola ora ha deciso su un solo nome comunista.9

Il 10 dicembre 1944 il Pci locale invia una lettera al Prefetto, al Sindaco, alla Giunta e al CLN di Riccione con cui si notifica che a Grido era stato tolto qualsiasi mandato politico.

Grido si difende, cinque giorni dopo, scrivendo una Lettera aperta a tutti i riccionesi di buona fede. Comunisti, socialisti e apolitici erano andati a trovarlo a casa perché malato. Costoro dichiarano che nessuno ha dato peso a quanto era stato detto da uno sconosciuto su Grido in una pubblica assemblea (in riferimento alla sua espulsione dal Pci, che peraltro non era stata motivata espressamente).

Grido fa presente che è soprattutto dalla guerra civile spagnola che si considera «un aperto e deciso avversario del regime fascista». Anche se ha dovuto indossare la camicia nera per esigenze familiari, per oltre dodici anni è stato tra i più bersagliati dai fascisti locali. Lo sanno non solo Piani, Corazzini, Carlo Angelini, Francesco Bianchi e moltissimi altri compagni e amici, ma anche i fascisti Beltrami, Monti, Stanzani e Piccioni. Lo sanno bene i quattro comunisti che andarono da lui, il 26 luglio 1943, per costituire il CLN locale e per distribuire il primo manifestino contro il nazi-fascismo. Da allora l’azione clandestina era diventata sempre più pericolosa. Lo sanno anche i clienti del suo Studio.

In una riunione del CLN locale del 18 dicembre 1944, in cui erano presenti Adelmo Vivarelli, Vieri Corazzini, don Giovanni Montali, Eugenio Piani, Domenico Gentilini e Grido, il presidente Vivarelli chiede a Grido di continuare a restare nel CLN come segretario, in quanto suo organizzatore fin dal gennaio 1944 e «innegabile antifascista», pur non rappresentando ufficialmente alcun partito politico. Vivarelli afferma che il CLN non può essere composto che dagli elementi che ne facevano parte prima dell’arrivo degli Alleati e che deve funzionare quale organo politico antifascista locale, in collaborazione con la Giunta comunale che svolge un compito puramente amministrativo.

Tuttavia il 20 gennaio 1945 inizia a circolare a Riccione un libello anonimo contro Grido (che purtroppo non si è riusciti a trovare). Grido ritiene che siano tutte menzogne e che se qualcuno è in grado dimostrare qualcosa di quanto vi è riportato, lui è disposto a rassegnare le dimissioni da ogni carica.

Il 19 febbraio scrive al Presidente del CLN di Riccione, lamentandosi dell’atteggiamento negativo assunto nei suoi confronti dai dirigenti del Pci locale e che tende ad aggravarsi, in quanto lui ha intenzione di iscriversi al Partito socialista10. Alla sua richiesta di chiarimenti circa la lettera del 10 dicembre 1944 non è mai stato risposto alcunché. A questo punto, continuando a lavorare gratis per vari Enti cittadini e trascurando del tutto la famiglia, si sente lui in obbligo di dare le dimissioni dal CLN e da tutte le altre attività.

Grido pensava di essersi meritata la carica di Sindaco, impegnandosi di parecchio oltre il dovuto, ma evidentemente non aveva tenuto conto delle trame di potere che si svolgevano a sua insaputa. Era improvvisamente diventato un personaggio scomodo per i comunisti: per quale motivo?

Il 26 febbraio chiede al Prefetto di Forlì di voler proporre al Governatore provinciale dell’AMG di sostituirlo all’Amministrazione delle Opere Pie dell’ospedale Ceccarini. Nello stesso giorno comunica a Silvio Mancini che per «imprescindibili ragioni personali» intende essere liberato da ogni incarico, anche da quello della cooperativa.

Comunica anche al CLN che, per motivi personali «che non ammettono incertezze né repliche», insiste nelle sue dimissioni del 19 febbraio. Non vuole neppure essere membro della Commissione comunale per la formazione degli Albi delle imprese edili.

Il 18 marzo, con sarcasmo e ironia, dichiara di essere indegno per i comunisti di militare nel loro partito e di iscriversi persino al Psi, almeno finché questo partito vuole avere rapporti organici col Pci. Eppure di ciò non si spiegano le ragioni. La cosa strana è che gli stessi politici lo ritengono degno di appartenere al CLN, quale membro indipendente con voto deliberativo e suo segretario. Non esiste nulla che leda la sua onorabilità, tant’è che gli permettono di far parte della Commissione di Epurazione11, di restare nelle Opere Pie in funzione di primo piano e alla Presidenza della Casa di riposo, e nella Commissione per gli Albi degli Edili, e come Consigliere delegato alla Cooperativa di consumo. Ci tiene anche a precisare che per tutto ciò non riceve alcun compenso. Sarebbe persino degno di fare il Sindaco, ma non di appartenere ad un partito.

Il 5 aprile chiede di iscriversi al Psiup (Partito socialista italiano di unità proletaria). Ma il 19 settembre scrive a nome della Commissione della sezione riccionese del Partito comunista un elogio funebre a favore di Epimaco della Rosa, comunista, morto a causa di una granata tedesca il 19 settembre 1944.

Intanto in una riunione del 16 settembre, alla presenza di tutti i Comitati di cellula del Pci si ribadisce, non senza forti contrasti, che i nuovi dirigenti del partito dovevano essere integri, puri, di immutata fede, quando la stragrande maggioranza di loro era stata costretta a prendere la tessera del Fascio. Tra la vecchia guardia degli anni Venti e la nuova guardia degli anni Quaranta i rapporti si stavano guastando irreparabilmente.

Il 27 novembre Grido scrive a Gianni Quondamatteo sul caso del cav. Vito Beltrami, ex segretario comunale, fascista dal 1923, ufficiale nella milizia mussoliniana, fondatore del Partito repubblichino riccionese. Si lamenta che la democrazia locale abbia usato nei confronti di Beltrami e di altri fascisti, forme e modi di «eccessiva tolleranza», anche perché Beltrami schernisce patrioti e partigiani.

Per la Settimana del Soccorso Popolare, il CLN di Riccione si attiva, con Grido in prima fila, il 5 dicembre 1945, a raccogliere, presso Enti, Società e privati, denaro viveri indumenti medicinali e combustibile da distribuire ai bisognosi di Riccione, in quanto la disoccupazione si aggrava, i reduci erano disorientati, senza risorse, le famiglie prive di uomini, senza riscaldamento nelle case.

Il 29 dicembre scrive a Silvio Mancini dicendogli che non ha intenzione di lavorare in un Comitato ristretto di un partito politico a fianco di sette compagni, cinque dei quali non sono amici sinceri e preferiscono l’ombra alla chiara luce del sole. Ha intenzione di dimettersi da membro del Comitato, dalla Giunta d’intesa e dalla Commissione di controllo della gestione assistenziale dell’UDI. Non vuole essere messo nella lista dei Consiglieri comunali. Vuole restare semplice gregario, nella speranza che Pci e Psi si fondano in un unico partito. D’altra parte c’era già chi raccoglieva firme contro Quondamatteo.

Il 18 gennaio 1946 Grido si concentra sulle modalità per la scelta dei candidati dell’imminente Amministrazione comunale (le elezioni si terranno il 7 aprile). Scrive che l’ideale teorico di un regime democratico sarebbe quello di lasciar scegliere direttamente dal cittadino elettore i candidati all’Amministrazione della cosa pubblica, senza interferenze né pressioni da parte di nessuno. Tuttavia, sia per l’impossibilità pratica di questo metodo, sia per l’impreparazione quasi generale del corpo elettorale, è giocoforza ricorrere alla scelta preventiva dei candidati stessi per mezzo dei partiti organizzati, idonei alla designazione dei loro uomini che nelle Amministrazioni civiche, se eletti, dovranno poi svolgere e attuare i programmi preordinati dagli stessi partiti politici.

Da questo però, che è un ripiego indispensabile e quindi non mortificante eccessivamente la libertà democratica, all’idea di provvedere alla scelta di candidati in conventicole di pochi capi, il passo sarebbe enorme e la democrazia risulterebbe beffata, nulla potendo impedire, di fatto, la massa dei votanti, tesserati o meno, i quali, nella stragrande maggioranza, votano la scheda come si trova.

Occorre perciò provvedere tempestivamente alla scelta dei candidati con una specie di prova generale delle pubbliche elezioni, concedendo l’opportunità e richiamando al dovere tutti gli iscritti ai partiti e i loro simpatizzanti di esprimere singolarmente e liberamente il loro assenso o dissenso su ognuno degli uomini da designare. Insomma una sorta di primarie.

Grido scrive un esempio pratico. Supponiamo che nel nostro Comune i socialcomunisti facciano blocco e presentino una lista unita per la conquista della maggioranza (16 su 20 seggi). In un determinato giorno si potrebbero riunire tutti gli iscritti locali dei due partiti, senza invitare pubblicamente i loro simpatizzanti uomini e donne. L’affollamento della riunione non è affatto d’impedimento allo scopo che si deve raggiungere, e ne sono persuasivo esempio i grandi Congressi nazionali dei partiti di massa, che danno i risultati a tutti noti.

Ai convenuti, fatto un discorsetto sulle ragioni, altamente oneste e democratiche della riunione, si porranno preliminarmente i seguenti quesiti, da risolvere e decidere seduta stante:

1. volete che nella nostra lista facciano parte compagni non riccionesi, da proporre per la carica di Consigliere comunale, o anche di Assessore e magari di Sindaco della nostra Amministrazione? Se la risposta della massa presente risulterà dubbia, si passerà alla votazione per alzata di mano e non sarà difficile apprendere il reale proposito della maggioranza; oppure, su richiesta, si procederà a votazione segreta.

2. La seconda sarebbe la seguente: poiché tutti, o quasi, i nostri candidati non potranno svolgere gratuitamente nell’Amministrazione la loro attività, in quanto la legge non dispone ancora adeguati compensi a tale scopo, approvate che i partiti s’impegnino a corrispondere ai nostri amministratori equi assegni mensili, eventualmente integrando quelli legali?

Stabilito ciò e premesse, poi, alcune opportune considerazioni sull’importanza dei compiti che i nostri uomini migliori e i nostri partiti vanno ad assumersi in questi difficilissimi momenti, e sulla necessità di scegliere uomini probi, competenti, indiscussi, altruisti e volenterosi, si passerà alla rosa dei candidati preparata dai due Comitati direttivi di sezione. La rosa sarà composta di 16 comunisti proposti dal Comitato comunista e approvati dal Comitato socialista, e di 16 socialisti proposti dal Comitato socialista e approvati dal Comitato comunista.

Fra i 32 uomini suddetti, predisposti in un’unica lista in ordine alfabetico e quindi senza priorità per nessuno, i presenti (comunisti, socialisti e simpatizzanti), con voto segreto, sceglieranno 16 nomi: 8 socialisti e 8 comunisti.

In seguito l’assemblea, sempre con voto segreto, sceglierà, fra i 16 che avranno ottenuto il maggior numero di voti, il compagno migliore, per probità e competenza, da considerarsi candidato al posto di Sindaco. Se questi sarà scelto tra i comunisti la Giunta sarà composta da due comunisti assessori e quattro socialisti (più due socialisti supplenti); invece tra i Consiglieri di maggioranza vi saranno cinque comunisti e quattro socialisti. Viceversa, se il Sindaco sarà socialista, si avranno, tra gli Assessori, due socialisti e quattro comunisti (più due comunisti supplenti); mentre tra i Consiglieri cinque saranno socialisti e quattro comunisti.

Durante la discussione, che precede la votazione, il candidato in esame si allontanerà per breve tempo dalla sala. In seguito i compagni competenti penseranno all’assegnazione particolare di ogni Assessorato ai compagni prescelti, quelli più indicati alla gestione delle varie branche dell’attività amministrativa comunale.

Grido era convinto che questo metodo sarebbe stato il più idoneo in previsione della fusione del Pci coi socialisti. In effetti nel corso delle elezioni il Pci si presenta unito col Psiup e in lista vi è anche lui, già iscritto al Psiup. Oltre a questa vi erano le liste dei repubblicani e dei democristiani.

I fatti però gli daranno torto, poiché i comunisti faranno valere il peso della loro forza imponendo il 7 aprile 1946 il nome di Quondamatteo come Sindaco, pur avendo egli ricevuto meno voti di tutti gli eletti socialcomunisti. Ecco in dettaglio la situazione dei voti della lista Pci-Psiup, che stravinse con oltre il 72% (fu l’unica peraltro ad avere candidati donne): Mancini Silvio (4202), Del Bianco Arturo (4187), Magnani Bruno (4168), Antonioli Antonio (4163), Romagnoli Arturo (4152), Parmeggiani Guido (4151), Magnani Stefano (4149), Capelli Domenico (4149), Casadei Andrea (4147), Saponi Augusto (4146), Montebelli Sisto (4145), Torri Socrate (4143), Galli Giulia (4141), Galavotti Guido (4140), Signorini Lucia (4129), Quondamatteo Gianni (4112). Tutti eletti più altri quattro della Dc.

I fatti gli daranno torto anche per un’altra ragione: alle politiche del 2 giugno 1946 Pci e Psi si presenteranno separati: il primo prese il triplo dei voti del secondo. I comunisti erano in grado di governare da soli, anche se non lo faranno. Infatti, alle elezioni politiche del 18 aprile 1948 i comunisti si rendono conto che era meglio istituire un Fronte Democratico Popolare insieme ai socialisti, con cui prendono oltre la metà di tutti i voti validi.

Tuttavia nelle amministrative del 13 aprile 1949 diventerà Sindaco la socialista riccionese Giulia Galli in Bernabei, con una Giunta composta da Socrate Torri, Silvio Mancini, Augusto Saponi, Lucia Signorini e Domenico Capelli, mentre in quelle del 1951 diventerà Sindaco il comunista riccionese Nicola Casali.

Il 18 gennaio 1946 scrive un articolo intitolato Facili previsioni, in cui è sicurissimo che alla Dc toccheranno, alle prossime elezioni amministrative, quattro seggi di minoranza nel Consiglio comunale e che, con l’attuale sistema maggioritario, nessun altro partito minore sarà in grado di entrare nel «consesso civico riccionese». Tuttavia, nonostante il sistema maggioritario faccia posto a sole due liste (socialcomunista e democristiana), qualche elemento del gruppo repubblicano e qualche altro indipendente democratico sarebbero graditi nella lista di maggioranza, sicché in Comune andrebbero ad amministrare i rappresentanti di quattro partiti, ossia di tutti i partiti che compongono il CLN di Riccione, più qualche indipendente.

Restano fuori i liberali – scrive nella stessa lettera –, che a Riccione giocano ancora il «terziglio» e i cosiddetti «qualunquisti», che nascondono insufficientemente la loro delittuosa volontà di strangolare la rinata libertà nazionale.

Auspica inoltre che, nonostante i Consiglieri di maggioranza siano di orientamento socialista e comunista, l’intera Amministrazione diventi un tutto inscindibile, collaborativo, democraticamente disciplinato, in modo che ogni Consigliere si consideri della «maggioranza», senza la minima differenza tra partito e partito, tra gruppo e gruppo. Bisogna pensare anzitutto ad «amministrare» e non a «filosofare», lasciandosi coinvolgere in «passioni politiche». L’azione politica deve essere aperta a tutti, non solo alla maggioranza, ma anche alla minoranza e, indirettamente, a tutti i cittadini.

Le riunioni plenarie del Consiglio comunale, fatte pubblicamente, a porte aperte, dovranno essere frequentissime e vi potranno intervenire e interloquire tutti i riccionesi, il cui vigile controllo e la cui critica sana e costruttiva costituiranno un potente apporto alla soluzione dei complessi problemi della ricostruzione del Comune e della ripresa della stagione balneare.

Il 24 gennaio il segretario del Psiup di Forlì, Giusto Tolloy, scrive a Grido, dicendogli che ha iniziato a pubblicare i suoi articoli e vorrebbe che lui fosse uno dei delegati al Congresso provinciale e che preparasse un intervento sull’indirizzo politico del partito.

Al 18 febbraio Grido risulta ufficialmente iscritto al Psiup, e prospetta la fusione del Psi col Pci con cui vincere le Amministrative. Accetta l’idea che il Sindaco sia uno proveniente dal Pci e auspica che alla direzione del Comune vi siano «autentici riccionesi». L’attuale Sindaco è Gianni Quondamatteo, comunista di Rimini, ma i socialisti – dice Grido – non lo vogliono e neppure molti cittadini di Riccione. Si dà comunque per scontato che il blocco col Pci sia indispensabile, in quanto la reazione (guidata dai democristiani) sta risorgendo. Il Psi propone come Consiglieri comunali Arturo del Bianco, Guido Galavotti, Silvio Mancini e Bruno Magnani, i quali non avrebbero difficoltà a fare i Consiglieri se il Sindaco fosse un riccionese. Ma poi accetteranno anche con la designazione di Quondamatteo.

Il 20 febbraio Grido spiega a Tolloy le disposizioni circa l’accordo coi comunisti. La lista unica comprende otto comunisti e sette socialisti, più un indipendente simpatizzante. Il posto di Sindaco è riservato ai comunisti e dev’essere un riccionese (Quondamatteo non è «né riccionese né democratico», in quanto accentratore: lo si può accettare come Sindaco soltanto se questo può servire per non rompere il fronte unito); due assessorati al Pci (più un supplente) e due assessorati al Psi (più un supplente).

Il 12 giugno vengono versate lire 11.265 alla Casa di Riposo dei poveri vecchi riccionesi, in seguito a una raccolta volontaria organizzata da Grido.

Il 20 giugno, per far funzionare l’Amministrazione comunale, chiede di evitare sempre e in ogni caso, specialmente da parte dei partiti e dei compagni, intromissioni e raccomandazioni, limitandosi esclusivamente a dare le informazioni su richiesta. Scrive che va abolito subito il malvezzo di agevolare e favorire i compagni, considerando invece i cittadini alla stessa stregua e decidendo caso per caso sui reali, evidenti, dati di fatto: bisogno, urgenza, diritto…, onde evitare sperequazioni e ingiustizie.

Il pubblico deve rivolgersi anzitutto agli uffici comunali e solo in casi eccezionali agli Assessori. E deve altresì sapere che tutte le decisioni sono della Giunta e non di singoli amministratori, ai quali nessuno deve rivolgersi, né in Comune né fuori, per ottenere raccomandazioni.

Presso l’Archivio Comunale del Museo del Territorio di Riccione ho potuto consultare il faldone della Giunta di Quondamatteo relativa al periodo in cui Grido è stato Assessore alla Divisione II (Ragioneria, Imposte e Tasse), in funzione anche di pro-Sindaco. Esiste una direttiva del 16 maggio 1946, da lui scritta e firmata, indirizzata a tutti i Capi degli Uffici Comunali e, per conoscenza, agli Assessori, in cui, tra le altre cose, si invita caldamente a trattare il pubblico «con la massima urbanità e con serietà e decoro, evitando le chiassate e i pettegolezzi, che danno il risultato di perdita di tempo e disgusto per tutti»; «contro coloro che fingevano di non sentire sarebbero stati presi seri provvedimenti». Evidentemente gli inizi della democrazia non dovevano essere stati facili neppure nella sede del Comune.

Il 21 giugno, in una lettera a Quondamatteo, scrive di avere, rispetto a lui, una visione opposta del sistema democratico di collaborazione nell’Amministrazione della cosa pubblica.

Nello stesso mese Grido critica, senza citarla, una legge che prevedeva la riassunzione in servizio di quegli impiegati che, in quanto appartenenti alla repubblichetta di Salò, e quindi nazi-fascisti, erano stati espulsi, a liberazione avvenuta, dalle Amministrazioni comunali.12 E si lamenta dicendo che operai, vigili comunali, capi-ufficio, medici, segretari comunali…, già fuggiti per sottrarsi all’ira popolare, perché nelle sedi municipali avevano spadroneggiato, servendo podestà e tedeschi, erano stati riabilitati totalmente solo dopo qualche anno.

Il popolo – continua a scrivere Grido – non sopportava la vista di questi traditori, spie, dilapidatori di ogni bene collettivo, assassini; senonché all’epurazione seguì quasi subito dopo l’amnistia.

A dir il vero – prosegue senza tema d’essere smentito – già qualche settimana dopo la Liberazione, gli Alleati avevano iniziato a sabotare le Amministrazioni antifasciste, sia impedendo la completa epurazione, sia assumendo al loro servizio (impiegati, dattilografe, fotografi, assistenti, autisti, meccanici, operai…) i peggiori ceffi fascisti e le coscienze più sporche, che avevano fatto affari con la borsa nera e trafficando con gli Alleati (canadesi e britannici), servendoli anche con delazioni a carico di socialcomunisti e partigiani. Hanno sfruttato e rubato usando di tutto: benzina, gomme, sigarette, coperte di lana, viveri… Sono stati fascisti prima e continuano a esserlo anche dopo la Liberazione, sperticando simpatie per gli Occidentali contro l’Urss, contro i comunisti, i socialisti, la democrazia repubblicana, le Amministrazioni popolari, senza fondate ragioni, dimenticando che dopo la marcia su Roma del 28 ottobre, i fascisti avevano messo sul lastrico un esercito di ferrovieri e di tanti altri impiegati e dipendenti pubblici, colpevoli solo di aver avuto la tessera di un partito democratico, liberale o socialista. Costoro, invece di fare autocritica, continuano a parteggiare per il fascismo, la monarchia e il qualunquismo, e non senza l’appoggio dell’AMG (Governo Militare Alleato), considerato come un «dio in terra», peggio di Mussolini.

Questa cosa andò avanti anche dopo le elezioni del 2 giugno 1946: si preferì mettere tutto a tacere.13

Si dimette il 9 luglio 1946 da Consigliere comunale per ragioni di salute e familiari, avendo prole numerosa. E in un’altra lettera risponde a Gianni Quondamatteo di non aver mai anteposto gli interessi del suo Studio a quelli della collettività a scapito della giustizia. Evidentemente doveva aver ricevuto da lui una lettera in cui gli si faceva capire che, nella sua attività professionale, non stava svolgendo un ruolo da «sindacalista» ma da «commercialista», essendo un tributarista, un consulente del lavoro, per clienti intenzionati, spesso, non tanto a pagare le giuste tasse ma a pagarne il meno possibile.

Rodolfo Francesconi scrive nel suo libro Dalla maison du Peuple alle Cooperative Case del Popolo, ed. Raffaelli, Rimini 2003, che Grido, il 5 agosto 1946, si oppose al conferimento della cittadinanza onoraria agli ufficiali inglesi, col. J. Y. Calwell e cap. R. E. Cleaves, grazie ai quali s’era costituita una colonia per centinaia di bambini bisognosi di cure marine. Grido era intervenuto dicendo che sarebbe stato sufficiente manifestare pubblica gratitudine da parte del Comune, senza attribuire la cittadinanza onoraria, in quanto gli Alleati, in quel momento, stavano riservando «un trattamento non aderente a criteri di giustizia nei confronti dell’Italia» (p. 157).

Il 29 agosto scrive su «Il Risveglio» (usando anche l’acronimo «gigi»), organo della Federazione Socialista Forlivese. Nel n. 35 con l’articolo La «verina», considera la scissione di Livorno la principale causa del trionfo del fascismo. Difende Nenni perché questi chiede di tenere unita la sinistra, e considera «impareggiabili educatori» De Amicis, Pascoli, Costa, Bissolati, Lazzari, Prampolini, Badaloni, Matteotti, Turati, Gramsci, Caldara e mille altri.

Il 24 ottobre la Commissione Regionale Riconoscimento Qualifica Partigiani e Patrioti riconosce a Grido la qualifica di «patriota» per il periodo che va dal 26 luglio 1943 al 5 settembre 1944.

Il 9 maggio 1947 contesta con un articolo sull’«Avvenire d’Italia»(Cronaca di Rimini) le affermazioni di un certo Vito Sassi, che aveva scritto il 26 aprile sul «Pomeriggio» (n. 28) d’aver visto proliferare a Riccione solo «spie, avventurieri, truppe, prostitute, trafficanti, risse d’ubriachi…», in quanto gli Alleati rimasti nella località volevano divertirsi (polacchi, inglesi, cetnici, ucraini…). Una visione delle cose, questa, che compromette l’immagine turistica del Comune – scrive Guido –, minando l’urgenza di riprendere la stagione balneare, che per due anni era andata persa a causa della guerra. Sassi offendeva il lavoro dei muratori, dei falegnami, dei mobilieri, dei fabbri, dei decoratori, dei giardinieri e dei bagnini, e Grido si stupisce che il Sindaco non abbia replicato come avrebbe dovuto.

Il 18 ottobre 1950 Grido comunica a Petrucciani che non andrà a un’assemblea del Psi, perché era successo qualcosa di grave il 14 luglio. Si lamenta che i dirigenti «non sanno provvedere o non hanno voluto autorizzare a provvedere alla selezione e al conseguente allontanamento dal partito e da ogni carica gli elementi che minano per distruggere il partito stesso e gli organismi dei lavoratori, in quanto operano scientemente contro il socialismo. Si è creduto al fallace asserto che il numero valga più della qualità, mentre la storia d’ogni èra (anche demo-parlamentare) insegna che solo le minoranze coscienti e decise costruiscono e percorrono, in testa al popolo, la strada del progresso, delle conquiste civili, delle riforme rivoluzionarie, del socialismo».

Poi prosegue dicendo che «quattro compagni che dirigono la politica di sinistra riccionese, dopo il 14 luglio 1950 si sono comportati deplorevolmente e con incredibile sconvenienza nei miei riguardi».

Gli confessa che già nel 1948 aveva deciso di farla finita con la politica, che «mi ha procurato – scrive – in ogni tempo tanti dolori, per dedicarmi alla necessaria sistemazione delle prosaiche faccende familiari, onde i miei cari, cui ho sempre rubato tempo e denaro per donarli all’Idea, restino con minori e meno gravi rogne da grattare dopo la mia estrema partenza».

Tuttavia l’8 gennaio 1951 Grido viene eletto come sindaco effettivo, insieme ad altri, della Società cooperativa Casa del popolo, a responsabilità limitata.

Di nuovo il 13 luglio 1954 Grido scrive a Giovanni Petrucciani prendendosela coi comunisti padroni di Riccione, che «si sono irrigiditi ancor di più per la mia lettera-circolare sul dazio, tendente a difendere le piccole e medie pensioni, clienti del mio Studio, contro le illegali azioni della società Trezza miliardaria». I socialisti chiedevano una graduale abolizione delle imposte indirette sui consumi (dazio consumo e dazio doganale tra Comune e Comune), che prevalentemente gravavano sulle classi meno abbienti, anche perché in cambio di queste tasse non ottenevano le tanto desiderate case popolari.

Si lamenta del fatto che i torti subiti sotto il fascismo (olio di ricino, esilio, furto di mezzo albergo, boicottaggio del suo unico lavoro di consulente tributario, malvagia costrizione alla camicia nera) sono state «bazzecole» a confronto delle attuali delinquenze. Durante il ventennio gli erano stati nemici Pullè (Galeazzo), Piccioni, Stanzani, Gusella e altri, e ora rifiuta l’aiuto di Riccò, Lami, Soldati ecc. (cui probabilmente gli aveva proposto di ricorrere lo stesso Petrucciani).

Sente vicina la fine della sua vita: «voglio vivere i miei ultimi mesi in libertà». «La libertà dei grandi uomini che non hanno mai chiesto nulla per sé, né prebende né cadreghini14, ma solo sacrifici e galera: hanno sempre dato tutto, anche la salute e la vita: da eroi!». «La libertà di Pietro Gori e di Errico Malatesta e di mille altri santi più o meno oscuri cui si inchinano pensosi e nel massimo rispetto i lavoratori coscienti di tutto il mondo».

Da queste parole appare evidente che Grido contestava i comunisti da posizioni più vicine all’anarchismo che non al socialismo. Il socialismo di Grido ha oscillato tra il riformismo democratico nei metodi e il rivoluzionarismo comunista nei fini. Quanto più gli ideali rivoluzionari venivano contraddetti dalla pratica socialcomunista, tanto più egli rifuggiva da un impegno politico attivo, rifugiandosi su posizioni anarchiche. Dei comunisti non sopportava il metodo del centralismo democratico, che gli faceva sembrare il Pci simile ai fascisti o a una chiesa.

Il 18 ottobre dello stesso anno scrive di nuovo a Petrucciani dicendogli che non ha intenzione di riguastarsi la salute tornando in politica. Aborrisce i gerarchi, spera in una rivoluzione universale che smascheri i ladri. Lo disgusta il fatto che si accettino, tacendo, angherie, umiliazioni, prepotenze, solo perché, dicendo pane al pane e vino al vino, si finirebbe col danneggiare la combriccola e guastare l’obiettivo politico. Per ora sembra che non si possa fare che assistere al furto e tacere.

Il 12 febbraio 1955 denuncia al Prefetto di Forlì il possesso di una pistola automatica per difesa personale, a ripetizione ordinaria di calibro non superiore a 7,65. Da tempo l’aveva.

Il 15 gennaio 1956 risponde a una lettera di Natale Venturini del 4 gennaio, in cui questi diceva che dopo aver dato le dimissioni dal Partito repubblicano nel 1948, aveva deciso, nel 1953, di aderire al Partito socialista, perché aveva capito che dopo trent’anni di repubblicanesimo e due guerre mondiali, le posizione del Pri erano meglio rappresentate dai socialisti.

Grido apprezza il fatto che un repubblicano, invece di passare alla destra, sia passato alla sinistra. Ma gli confida anche l’intenzione di non voler rinnovare la tessera del Psi (ferma alla quarantanovesima) e di voler finire i suoi giorni tra gli anarchici, con un bisogno di libertà senza limiti.

Ce l’ha in particolare coi «gerarchetti locali» (comunisti e socialisti), che lo hanno ostacolato in varie maniere, ingrati del fatto ch’egli, con altri quattro compagni, aveva redatto il primo manifesto per il primo CLN (26 luglio 1943), di cui aveva tenuto la presidenza fino alla Liberazione «ritirandomi, poi, come è mio costante costume, quando fiorivano i posti, le prebende ecc.».

È convinto che la sinistra abbia perduto il tram come nel 1919, facendo il gioco della borghesia. Gli fa schifo l’apertura a destra dei partiti di sinistra. Secondo lui dal 1944 al 1947 (e anche al momento dell’attentato a Togliatti), le masse si erano mostrate responsabili: i dirigenti però le avevano tradite.

Fa capire che anche nei confronti dell’ideologia materialistica comincia a nutrire forti dubbi, in quanto la vede troppo vicina alle posizioni dell’egoismo borghese.

Stranamente appare convinto, in una lettera del 14 aprile 1956, che gli restino pochi mesi da vivere. Deplora il compagno Antonio Segni perché non apre a sinistra. Si sente più vicino agli anarchici che ai comunisti.

Ha conservato, forse per l’insolita notizia riportata, un volantino del 4 maggio 1956, a firma del Pli di Forlì, in cui risulta che un giudice di Torino – amico e collaboratore di Piero Gobetti, il fondatore di «Rivoluzione liberale» – si era suicidato per aver fatto parte di un Collegio giudicante che aveva condannato a vari anni di carcere un imputato da lui ritenuto innocente. Si era deciso a questo perché non era riuscito a convincere i suoi colleghi.

Non si sa dove pubblicato o a chi inviato, ma tra le sue carte esiste un suo articolo firmato I socialisti (di Riccione), è intitolato Speculazione indegna. Rammentiamo a Fanfani e ai fanfaroni a proposito di… Stalin. La data è quella del 20 maggio 1956.

1. Stalin è stato deposto dagli altari del comunismo per gli errori commessi in vita, ed è stato fatto appena tre anni dopo la sua morte. I clericali invece non hanno mai fatto la stessa cosa nei confronti dei loro delinquenti, neppure a distanza di secoli.

2. Giordano Bruno, Girolamo Savonarola, Arnaldo da Brescia, Giovanni Huss e mille altri innocenti (non comunisti ma credenti e devoti a Dio in forma non proprio dogmatica) sono stati arrostiti vivi, sulle piazze d’Italia per ordine dei papi, e nessuno dei falsi cristiani d’oggi, dopo secoli, ha ancora condannato quei papi, rivendicando la memoria di quei grandi martiri.

3. Francisco Ferrer, pensatore e filosofo spagnolo, circa mezzo secolo fa fu assassinato per ordine di un altro Stalin del Vaticano.

4. La Notte di san Bartolomeo, la Santa Inquisizione e altre orribili tragedie del fosco Medioevo clericale non sono state opera dei comunisti.

5. Se si vuole essere «democratici» e «cristiani», bisogna dichiarare «fuorilegge» Ignazio di Lojola e Tomaso Torquemada, che uccidevano uomini donne vecchi e bambini, sani o malati, ritenuti rei o innocenti, solo perché «atei» (li chiamavano «eretici») o di altre religioni o comunque perché «non prostrati ai piè del padrone clericale».

6. Il generale Franco è un dittatore di fede cattolica che ha distrutto in Spagna la libertà e la democrazia, ha sterminato i suoi avversari politici, li tiene in galera da vent’anni o sono dovuti scappare in esilio.

7. Hitler e Mussolini, il primo con le sue camere a gas, il secondo coi suoi Amerigo Dumini, Albino Volpi, Rodolfo Graziani, non sono stati solo dittatori ma anche assassini.

8. Grido considerava Giacomo Matteotti il più grande dei martiri socialisti, ma qui ha parole di riguardo anche per don Minzoni e per tutti gli ebrei. E invece critica il defunto cardinale di Milano [Alfredo Ildefonso Schuster] che «nascose sotto la sua lunga tunica l’Inviato dalla Provvidenza [Mussolini], onde evitargli la sacrosanta vendetta del popolo».15

9. La Dc ingrandisce gli errori della Russia comunista e rimpicciolisce quelli nostrani, di sua legittima pertinenza, come p.es. il caso Cippico.16

10. Gesù Cristo non aveva nemici, non odiava nessuno, amava tutti gli uomini, prima e più ardentemente gli avversari che i suoi discepoli.

11. Roosevelt, Truman e Churchill stimarono Stalin per l’energia con cui combatteva il nazismo.

12. Tutti i lavoratori sfruttati sanno bene che la rivoluzione russa è la più grande rivoluzione di tutti i tempi e luoghi e temono il suo fallimento.

13. I socialcomunisti in Italia sarebbero già al governo se non esistesse «la tortura morale-religiosa con cui i clericali raccolgono milioni di voti delle nostre povere donne».

14. Critica duramente Roberto Farinacci «ex-vice sottocapostazione di Roccacannuccia, diventato poi, per virtù littoria, grande avvocato penalista semi-analfabeta, finito in Piazzale Loreto per virtù di popolo accanto a Mussolini»; proprio lui «si trovò a difendere gli assassini confessi di Giacomo Matteotti, assolti, per virtù littoria, prima ancora del processo».

15. Per concludere rivendica il diritto di critica e lo nega ai democristiani.

Insieme ad altri 19 capi-famiglia, Grido, il 14 giugno 1956, chiede all’Amministrazione comunale di provvedere ad asfaltare il viale Cavour (una traversa di viale Ceccarini), sede della sua abitazione e del suo ufficio, poiché quando pioveva diventava impraticabile.

L’istanza era già stata presentata sin dal 1946 e viene rinnovata il 29 maggio 1957, con 38 firmatari. Allora si fece addirittura un esposto rivolto al Prefetto, in quanto in dodici anni non era stato fatto nulla, mentre per altre vie, anche periferiche o rurali, era stato provveduto alla massicciata con idonea asfaltatura.

Il Comune rispose che entro il 1958 avrebbe sistemato il viale. Ma il 7 febbraio 1959, sistemato il viale, Grido chiede che il Comune provveda a realizzare la fognatura per lo scolo delle acque. I sottoscrittori della richiesta sono disposti a pagare i tubi per i condotti sotterranei.

Agli inizi del 1957 s’ammala di influenza asiatica, che gli risveglia dolori artritici e gli procura la colite.

Il 20 gennaio dello stesso anno elabora un discorso politico da tenere (probabilmente a livello provinciale) in previsione dell’XXXII Congresso nazionale del Psi (Venezia, 6-10 febbraio 1957).

Rifiuta l’idea di trovare intese coi socialdemocratici o coi comunisti. Rivendica la gloriosa tradizione storica dei socialisti. Rimpiange l’ala sinistra perduta nel 1921: Giuseppe Romita, Claudio Treves, Giacinto Menotti Serrati, Rodolfo Mondolfo…, dovevano restare nel partito dei loro avi e maestri, pionieri e apostoli del socialismo. Plaude ad Andrea Costa, il «leone romagnolo», colui che diceva che la rivoluzione sarebbe stata il conseguimento delle riforme, e che nel Parlamento italiano muggiva ai guerrafondai, alla vigilia della guerra contro Menelik: «né un soldo né un soldato daremo per la nostra guerra!».

Gli errori di Livorno – scrive – furono graditi alla borghesia giolittiana, mentre quelli di Palazzo Barberini17 alla borghesia di Scelba e Fanfani. Democristiani e socialdemocratici son come i liberali ottocenteschi. Ritiene la Dc «borghese e sostanzialmente fascista» e non bisogna avere alcun rapporto con quella rappresentata da don Luigi Sturzo, Mario Scelba, Luigi Gedda, Amintore Fanfani, Giulio Andreotti, Fernando Tambroni.

Il socialismo – dice – non può essere solo una forma di democrazia, altrimenti sarebbero socialisti anche i liberali, i repubblicani, i radicali, tutta la scuola crociana, che invece sono contrari alla socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio, alla soppressione della proprietà privata (che i socialisti vogliono collettivizzare). Se si rinuncia alla lotta di classe, «si faranno paurosi salti indietro».

È convinto che, nonostante il Psi abbia perso anche l’ala destra, nel suo tronco originario è rimasto forte. I suoi miti restano, oltre ai classici Marx ed Engels, Andrea Costa, Turati, Matteotti (come martire). Approva anche De Amicis, Pascoli, Prampolini, Gramsci: il suo vuole essere un «socialismo dal volto umano». Il socialismo non deve essere né pusillanime nei confronti del Pci, né mostrare sudditanza nei confronti della Dc. Si sente vicino alle posizioni di Lelio Basso.

Nei metodi usati, settari e autoritari, paragona i comunisti ai fascisti: «il socialismo – dice – è anche fratellanza e amore». Apprezza certamente i comunisti per aver sofferto molto contro il nazi-fascismo, ma nei loro dirigenti non vede la libertà di pensiero e di parola e di critica, comunque espressa e contro chiunque.

L’8 marzo 1957 scrive all’on. Vito Mario Stampacchia di Lecce, dicendogli di stimare il compagno Tolloy. Dichiara inoltre che mentre sotto i nazi-fascisti riuscì a salvare molta stampa del periodo cospirativo, dopo l’8 settembre invece, quando arrivò a Riccione l’VIII Armata (5 settembre 1944) nessuno pensò più alla clandestinità e omertà fino ad allora indispensabili, sicché proprio i «liberatori» li depredarono di armi, libri e stampe, indumenti e altri beni necessari a vivere. Anche il suo Studio venne saccheggiato e privato di tutto. In particolare i greci erano furibondi, perché per loro tutti gli italiani erano fascisti, anche quelli che avevano fatto il confino o erano stati in galera. E ricorrere al Governatore dell’AMG non serviva a nulla.

In un biglietto del 16 gennaio 1956 l’on. Stampacchia considera Grido «uno dei migliori compagni».

In un articolo inviato all’«Avanti!» il 23 marzo 1957 critica l’on. Rumor, allora vice-segretario della Dc, laddove questi sostiene che il suo partito mostra «un attaccamento sincero alla Repubblica democratica», quando tutti sapevano che nella Dc erano confluiti i monarchici, tant’è che alla vigilia delle elezioni del 2 giugno 1946 la Dc riccionese ricevette l’ordine di non firmare il manifesto per la Repubblica che i partiti democratici uniti (comunista, socialista, repubblicano, democratico di sinistra…) avevano sottoscritto.

Secondo Grido la Dc stava trasformando la democrazia voluta da questi partiti nel corso di una lotta clandestina triennale in una sorta di «monarchia borghese».

L’8 giugno 1957 Grido scrive al Presidente del Consiglio dei Ministri, Adone Zoli, dicendogli di aver sofferto anche lui nel ventennio, di essere anche lui romagnolo e settantenne, e di aver approvato con soddisfazione quello che lui ha detto del neofascista Giovanni Roberti, deputato missino. Gli dice infatti di non fidarsi né dei missini né dei monarchici.

La cosa più importante di questa lettera è che gli dichiara di non essere né comunista né marxista, ma semplicemente un «uomo umile» e un «buon italiano» e che non per questo si sognerebbe di mettere sullo stesso piatto della bilancia fascisti e comunisti, in quanto, durante la Resistenza, molti operai lottarono contro i nazifascisti, morendo per la liberazione e il riscatto nazionale.

Gli ricorda altresì che l’Italia del 1919-22, quella dei Giolitti, Orlando, Nitti…, preparò con stupida indulgenza la propria rovina. E conclude dicendo che non si può essere sicuri che ciò non si ripeta anche sotto la repubblica democratica.

Il 27 novembre scrive a Giovanni Petrucciani criticando il discorso che Nenni ha tenuto al Teatro Dal Verme a Milano il 24 novembre, in occasione del centenario della nascita di Filippo Turati; di quest’ultimo Nenni aveva sottolineato alcuni fondamentali errori.

Grido invece difende Turati per le seguenti ragioni:

1. «intransigente e incrollabile oppositore a tutte le guerre», senza cedere né alla II Internazionale (riformismo europeo di bassa lega) né a Leonida Bissolati (che pur Grido considera un «gigante»). Gli piacciono soprattutto i discorsi turatiani del 1915-24.

2. Apprezza Turati per le sue battaglie politiche e sindacali a favore del suffragio universale, per i diritti delle Leghe e delle Camere del Lavoro, per le assicurazioni, l’assistenza, le cooperative di lavoro e di consumo, le biblioteche e le Università popolari, per le battaglie a favore dell’aumento dei salari e degli stipendi, e a favore della diminuzione delle ore di lavoro, contro i difensori della classe padronale (Giolitti, Zanardelli, Luzzatti).

3. Se Turati fosse ancora vivo, certamente non sarebbe alleato di Saragat o di Alberto Simonini, né col figlio Paolo di Claudio Treves o coi figli Giancarlo e Matteo di Giacomo Matteotti (tutti socialdemocratici).

4. Non vede alcun socialismo nei socialdemocratici proprio perché questi sono anti-marxisti e collaborazionisti.

5. Ha sempre considerato «rivoluzionari da burla» Mussolini, Bombacci, Bordiga ed Enrico Ferri.

Agli inizi del 1958 si lamenta di avere la neurite, il diabete, la colite, però, nonostante i suoi 70 anni, dice di lavorare ancora dieci ore al giorno. E i clienti del suo Studio aumentano a vista d’occhio. La moglie soffre di flebite.

Il 28 febbraio lo si vede impegnato a promuovere un convegno socialista per il 16 marzo, in cui ci si ponga il problema di un ricambio generazionale, ripulendo la sezione di Riccione dagli indegni, i tornacontisti, gli assenteisti, anche perché bisogna cercare dei candidati per le prossime elezioni politiche del 25 maggio.

Il 9 maggio scrive a Bruno Fortichiari, con cui è in contatto attraverso la rivista «Azione Comunista» (nata nel 1956 subito dopo la sua uscita dal Pci), e si dichiara «disorientato» in quanto disapprova da tempo la politica di Nenni e Togliatti, per non parlare di quella, assai peggiore, dei vari Saragat, Matteotti, Simoncini (esponenti socialdemocratici). Assiste inebetito alla commedia dei Ladri di Pisa (metafora per dire che di giorno si litiga e di notte si ruba insieme) e degli arrivisti di ogni colore.

Vuole sottoscrivere il Manifesto di Fortichiari a favore dell’astensionismo in occasione delle elezioni politiche del 25 maggio.

Il 18 maggio riceve una lettera da Fortichiari il quale gli scrive due cose: 1. che la redazione di «Azione Comunista» gli aveva spedito la collezione quasi completa del periodico; 2. che condivide la scelta di Grido di andare a votare mettendo nell’urna, in segno di protesta, la scheda bianca.

Il 20 maggio scrive a Bruno Fortichiari che, se riprende l’attività politica, «sarà per andare ancor di più a sinistra, magari per toccare il beneamato Errico Malatesta, per morire in bellezza…». D’altra parte suo padre era stato un seguace di Bakunin.

Si lamenta infatti del trattamento decennale che gli hanno riservato i «gerarchetti locali» (simili in questo a quello dei fascisti nei 23 anni precedenti) a causa della sua incapacità di «mediazione»: «per mia natura non so fingere e dico pane al pane e ladri ai ladri». E si lamenta che quando lui si opponeva, gli altri, i «tornacontisti», erano nascosti come le talpe; lui che «ha dato senza chiedere mai nulla, nonostante le precarie condizioni economiche della numerosa famiglia e, peggio ancora, della sua salute».

Qui appare evidente che la disciplina di partito gli stava stretta: Grido voleva sentirsi libero di agire per il bene della gente comune, senza dover passare per le forche caudine delle valutazioni di legittimità e di opportunità di tipo partitico. Voleva sì fare politica ma da indipendente. Non sarebbe mai stato un buon dirigente politico, al massimo un amministratore di cose pratiche, un organizzatore di aspetti concreti. Era istintivamente un filosofo idealista, pur non avendo mai studiato filosofia.

Probabilmente aveva conosciuto Fortichiari quando questi, sin dal 1912, era diventato responsabile della Federazione socialista di Milano. Grido in effetti nel periodo 1916-22 fu Segretario della Federazione dei Circoli operai e Direttore del Consorzio Cooperativo dei Vini di Musocco (Milano). Ma doveva averlo incontrato anche al Congresso di Livorno del 1921, essendo stato Fortichiari uno dei fondatori del Pci.

Il 23 maggio scrive, sempre a Fortichiari, che «dal Parlamento i lavoratori hanno poco da sperare, e i nostri, se fossero coscienti, dovrebbero mordersi le dita di avere, ancora una volta, lasciato passare l’ora della rivoluzione dal sicuro esito positivo per il proletariato».

Il 22 gennaio 1959 esterna all’on. Stampacchia le sue impressioni sul XXXIII Congresso socialista di Napoli (15-18 gennaio 1959). È d’accordo quasi completamente con Nenni, in quanto dice di non aver mai ammesso la sudditanza dei socialisti nei confronti di chicchessia, né la loro umiliazione per la mancanza di autonomia e, anzi, di indipendenza assoluta. Il Psi, nel secondo dopoguerra, si sta piegando – secondo lui – sia verso i comunisti che verso il ramo destro di Palazzo Barberini.

Bene dunque ha fatto il Congresso a dire che il «figliol prodigo», di destra o di sinistra, può tornare alla casa paterna dove troverà fraterna accoglienza, senza discriminazioni di sorta. Ma con Saragat nessun rapporto vogliamo, perché dietro di lui si nasconde il fascismo.

Il 4 febbraio successivo Grido contesta un articolo apparso sull’«Avanti!» in cui si plaude al governo che ha riconosciuto alla figlia di Garibaldi, Clelia, residente a Caprera (morta proprio nel 1959), una pensione di 10.000 lire mensili. L’articolista voleva distinguere, a motivo di questo gesto, l’Italia repubblicana e democratica da quella monarchica e fascista.

Grido invece scrive che l’Italia di ieri, di oggi e di sempre è quella dei Savoia usurpatori e quella dei clericali. Secondo lui i soldi dati a Clelia sono pochissimi e sarebbero da gettare in faccia ai «grandi patrioti sfruttatori della nostra povera Italia, gridando: Evviva Garibaldi!».18

Il 9 febbraio Grido dimostra di detestare profondamente i clericali, non sopporta il settarismo e il dogmatismo e si duole che la sinistra anticlericale di Pietro Nenni, Palmiro Togliatti, Lelio Basso, Tullio Vecchietti, Giuseppe Saragat, Alberto Simonini, Ugo La Malfa, Bruno Villabruna, Randolfo Pacciardi non sappia approfittare della situazione, restando unita, al fine di ricacciare gli attuali governanti (i democristiani) nella loro sacrestia, in quanto li ritiene indegni della religione che professano.

Il frazionamento della sinistra è per lui voluto dagli ambiziosi e ha sicuramente rovinato l’Italia.

Il 10 marzo 1959 scrive a Luciano Lama, dicendogli di aver letto sull’«Avanti!» di un’aggressione poliziesca, che gli ha fatto venire in mente quelle fasciste degli anni 1919-20. «Se coi governi liberali di allora il popolo italiano si guadagnò un quarto di secolo di bavaglio, bastonate, galera o esilio, non è difficile immaginare che cosa ci succederebbe con gli eredi dei carnefici di Giordano Bruno, Ugo Bassi, Savonarola, Francisco Ferrer e mille altri» (è chiaro il riferimento alla Democrazia cristiana).

Gli chiede in un post scriptum se si ricorda di lui, quarto e ultimo Presidente del 1° Congresso provinciale socialista post-bellico.

In un biglietto del 27 dicembre 1959 dice di soffrire di bronchite asmatica.

Il 22 marzo 1961 ancora spera che dopo il XXXIV Congresso nazionale del Psi (Milano, 16-18 marzo 1961) si riesca a ricomporre l’unità socialcomunista. Scrive che molti socialisti non hanno conosciuto che il verbo «dare» e alla fine sono morti in miseria, dopo una travagliata esistenza spesa per i lavoratori. E qui ricorda con nostalgia i nomi di Andrea Costa, Filippo Turati, Antonio Gramsci, Camillo Prampolini, Giacinto Menotti, Giacomo Matteotti, Nicola Badaloni, Leonida Bissolati. Comunisti e socialisti stanno divisi mentre gli sfruttatori rubano i frutti delle loro fatiche.

Nel 1966, un anno prima di morire, aveva due tessere del Psi: una della Federazione di Rimini, sezione di Riccione, e una della Federazione di Milano, sezione di Lambrate. Non fece in tempo a vedere l’espulsione dal Pci dello stesso Quondamatteo, avvenuta alla fine del 1967, a causa di una lettera inviata a Luigi Longo, in cui aveva sollevato la questione morale all’interno del partito, simpatizzando per i movimenti giovanili del Sessantotto. Accusato di frazionismo, Quondamatteo aveva capito con vent’anni di ritardo le stesse cose di Grido.

Due anni prima di morire Grido vendette tutte le sue proprietà per potersi pagare la retta presso la Casa di Riposo di Riccione. Sua moglie, dopo la sua morte, se ne volle tornare a casa e fu ospitata dalla figlia Speranza, ma neppure un anno dopo morì sotto i ferri del chirurgo, a Milano, per un cancro al fegato.

Dal resto delle lettere si può comunque evincere che per tutti gli anni Cinquanta e Sessanta, fino alla morte, nel 1967, Grido ha sempre sognato la ricomposizione tra socialisti e comunisti. Non si era mai rassegnato. Disprezzava profondamente Saragat e i socialdemocratici, che avevano ulteriormente indebolito le fila dei socialisti. Per lui il vero socialismo era stato quello precedente alla rottura del 1921.

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Ho intervistato anche Giuseppe Galassi, l’ultima persona vivente che lavorò con lui, nello Studio professionale di viale Cavour. Mi ha detto che Grido e suo figlio Rinaldo erano esperti in campo tributarista-fiscalista ma non sapevano quasi nulla di consulenza del lavoro vera e propria, per quelle ditte che avevano alle loro dipendenze dei lavoratori, sicché fu proprio lui a specializzarsi in materia, sin dal lontano 1955.

A dir il vero quella volta – ha poi aggiunto – uno come Grido svolgeva vari ruoli: p.es. quello di mediatore nelle compravendite o di consulente nelle successioni ereditarie, avvalendosi di esperti e titolati notai e avvocati (Gioacchino Casati di Forlì, che a 24 anni s’era paralizzato la schiena per un tuffo compiuto nell’Adriatico, e Giulio Cavalli di Rimini) per concludere legalmente le pratiche. Ma, nonostante questo, non fu mai uno che s’arricchì con la propria competenza. Tant’è che Galassi sostiene che la sua onestà e rettitudine diventavano inevitabilmente controproducenti nel momento di chiedere il dovuto: quante volte metteva come importo per le competenze «lire una», mi ha detto? Si lasciava così condizionare dalle origini umili, rurali, di taluni clienti, che anche nei confronti di chi era tranquillamente in grado di pagare teneva lo stesso atteggiamento. Sarà proprio Galassi a dare una svolta a questo trend insensato, ampliando peraltro la propria clientela agli albergatori.

D’altra parte Grido continuò per poco la sua attività: già alla fine degli anni Cinquanta chiedeva a Galassi e al proprio figlio Rinaldo di sostituirlo completamente nel lavoro, accontentandosi di un compenso forfettario. E alla fine lo stesso Rinaldo, per motivi di salute, lascerà tutta l’attività a Galassi, la cui figlia la svolge tuttora in viale Cavour (l’ultima residenza di Grido e della Ciadina).

Quando a Galassi ho detto che Grido nelle sue lettere si vanta d’avere 400 clienti, ha abbozzato un sorriso, in quanto, al momento di rilevare l’ufficio i clienti non erano più di una cinquantina. Probabilmente Grido intendeva riferirsi a «tutti» i clienti che nell’arco della sua vita professionale aveva avuto, e non è da escludere ch’egli considerasse suo «cliente» anche uno per il quale aveva svolto una pratica saltuaria.

Purtroppo di tutti i fascicoli della clientela non è rimasto nulla, in quanto ogni decennio venivano cestinati. Mi piace però sottolineare che tra questi clienti vi era anche la moglie di Quondamatteo.

Dalla conversazione avuta con Galassi ho avuto la netta impressione che Grido, anche se avesse vinto la causa contro la Caldari e i propri fratellastri, non sarebbe stato in grado di gestire il Lido, poiché sicuramente l’avrebbe aperto ai ceti più umili o ai compagni di partito, facendo loro pagare per la villeggiatura una sciocchezza.

Note esplicative

I carrettieri, la cui Cooperativa, con 27 soci, s’era costituita all’inizio del 1914, rappresentavano la logistica di tutti i trasporti ed erano quindi fondamentali per gli scali merci ferroviari, la cui funzionalità, nella precaria stazione di Riccione, era allora di competenza dello Stato (la nazionalizzazione delle ferrovie era stata decisa nel 1876, col governo della Sinistra). E se si pensa che a quel tempo il governo s’era già avventurato, con grande profusione di spese, nell’impresa libica, si può facilmente immaginare il risentimento di questa categoria di lavoratori. La Cooperativa dei Carrettieri cominciò a rifornire in prevalenza i cantieri edili della Cooperativa dei Muratori e manovali, costituitasi nello stesso anno con 200 soci (la Lega dei lavoranti del legno ne aveva invece 25).

Nata nel 1921, la Stadium era una Società Anonima finalizzata alla promozione di attività sportivo-ricreative per i turisti di Riccione: gare ippiche, ciclistiche, calcistiche, velistiche, a remi, di tiro al piccione ecc., con un montepremi di 100.000 lire. La Società, il cui Stadium era in un’area di 80.000 mq di proprietà Verni e Ceschina (oggi sede del luna park estivo), aveva un capitale sociale di circa 350.000 lire e chiuse i battenti nel 1923 per mancanza di fondi, anche se si trascinò a fatica per un altro decennio (non dimentichiamo che a Riccione, nel 1922, i bagnanti in tutto erano solo 20.000). Tra i Galavotti erano soci Domenico, Ribelle (che lo si vede anche tra gli amministratori supplenti), Bruno e Grido: quest’ultimo con quattro quote, gli altri con dodici (ogni quota costava 500 lire). Ribelle e Bruno erano molto appassionati di ippica e di gare sportive (motociclistiche e di tiro al piccione, in cui si distinguevano anche come protagonisti vincenti). Inoltre Ribelle gestiva come procuratore una squadra di pugili19, autorizzato dalla Federazione pugilistica italiana ed era vice-presidente della Società Marinai. Bruno invece lo si vedeva attivo in Consiglio comunale e nell’Associazione Albergatori, nata nel 1925.

Don Giovanni Montali (1881-1959), parroco di San Lorenzo in Strada, venne a Riccione da Santarcangelo di Romagna agli inizi del 1912. Pur essendo in polemica coi socialisti negli anni del primo dopoguerra, era un seguace del modernista Romolo Murri e ne seguì le idee anche quanto Murri fu scomunicato nel 1909. Servendosi dell’opera spionistica di Giuseppe Ascoli, che aveva già fatto fucilare il prof. Rino Molari, il fascismo gli uccise il fratello e la sorella. Sospettato di essere un cospiratore e di aiutare partigiani e prigionieri alleati (in canonica nascondeva una radio), don Giovanni nel 1944 dovette fuggire, vestito in borghese, a San Marino. Attraverso Rino Molari venne a contatto col CLN di Riccione, in cui s’impegnò attivamente. Purtroppo tutte le lettere di Murri che lui aveva ricevuto andarono perdute. Fondamentale per la sua biografia è il testo di Antonio Montanari, Una cara «vecchia quercia». Biografia di don Giovanni Montali, Il Ponte, Rimini 1993.

Gianni Quondamatteo (1910-92) fu il primo Sindaco eletto nella Riccione post-fascista e anche un valente scrittore di testi sulla Romagna. Già capitano di marina, fu leader partigiano nell’area Valconca (tra Monte Grimano e Gemmano), e qui presidente del CLN di quella zona (luglio 1944), che aveva sede nella canonica di Farneto di Gemmano, il cui parroco, don Antonio Marcaccini, gli sarà di grande aiuto nel corso dei rastrellamenti per catturarlo (in uno di questi fu in effetti catturato, ma riuscì a fuggire, pur venendo ferito a un braccio e a una gamba). Negli ultimi mesi della guerra si trovò molto impegnato con la Radio dell’Ottava Armata, dove teneva conversazioni in italiano per i territori ancora da liberare (gli editoriali verranno poi raccolti in «Storie e storia», rivista dell’Istituto storico della Resistenza di Rimini). L’anno successivo diresse «Città nuova», che aveva come sottotitolo «periodico di ricostruzione del medio Adriatico». A Riccione, dopo l’esito infelice della sua Giunta, dirigerà per molto tempo l’Azienda di Soggiorno, favorendo la promozione del teatro e della letteratura. Con altri studiosi locali si dedica ad un’intensa indagine sulla cultura e sul dialetto romagnolo, pur essendo egli di origine marchigiana, che poi condensa in una serie di volumi importanti: Tremila modi di dire dialettali in Romagna, Dizionario romagnolo ragionato (in due volumi), Romagna civiltà (anch’esso in due parti, Cultura contadina e marinara, e Dialetti, grammatica e dizionario), Le parlate dell’Emilia e della Romagna, Cento anni di poesia dialettale romagnola (con Giuseppe Bellosi), E Viaz, racconti e fiabe della nostra terra, Mangiari di Romagna (con Luigi Pasquini). Fu espulso dal Pci il 24 novembre 1967 per frazionismo. Simpatizzava per il giovani del 1968.

Giovanni Fusconi (1899-1958), inizia la sua attività politica nel 1914, durante i moti rivoluzionari della «Settimana rossa»: arrestato con l’accusa di «insurrezione contro i poteri dello Stato», è prosciolto per la giovane età. Comunista sin dal 1921, fonda il Pcdi a Cervia ed è arrestato ancora nel gennaio del 1922 quale ardito del popolo e assolto dalle accuse dopo aver scontato 17 mesi di carcere. Viene nuovamente arrestato nel 1926, dopo aver partecipato al Congresso di Lione in rappresentanza del Pci ravennate, per organizzazione comunista e confinato a Lipari per cinque anni (ridotti a due in appello). Liberato nel novembre del 1928, ripara in Francia, da dove rientra nel marzo 1933, subendo però una condanna da parte del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato a nove anni di reclusione da scontarsi a Pianosa. Liberato per amnistia nel 1937, prosegue in clandestinità la sua attività politica, finché, dopo l’8 settembre 1943, prende parte attiva alla Resistenza nel Riminese e nella Repubblica di San Marino, diventando nel 1944 ufficiale di collegamento tra la pianura e la montagna per la 8ª Brigata Garibaldi Romagna. Successivamente svolge attività organizzativa per la formazione della 28ª Brigata GAP. Ricoprirà la carica di segretario della Federazione Rimini-Nord del Pci.

Guido Parmeggiani, nato a Rimini nel 1921, dal 1940 al 1943 fu soldato a Mentone, sul confine italo-francese, ma il passaggio del fronte lo visse a Riccione. Dal 1944 al 1955 divenne segretario della locale sezione della Croce Rossa Italiana di cui sarà presidente dal 1956 al 2003. Per trent’anni fu anche presidente della clinica privata Villa Maria di Rimini. Assessore alle Finanze nella Giunta di Quondamatteo, fu per molti anni agente di commercio per la Fiat e gestore dell’albergo Colombo. Questa breve presentazione di Guido Parmeggiani è stata messa a titolo esemplificativo dell’importanza degli uomini politici di quel tempo. Ognuno di loro ne meriterebbe una.

Pietro Gori, anarchico di origine siciliana (1865-1911), fu autore di famose canzoni e poesie anarchiche di fine Ottocento. Una delle figure più influenti del movimento anarchico pisano. Esercitò la professione di avvocato presso lo studio di Filippo Turati. Fondò il Partito Socialista Anarchico Rivoluzionario. Tradusse il Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels. Fondò o collaborò a varie riviste anarco-socialiste («L’amico del popolo», «Il pensiero», «La lotta sociale», «L’Agitazione»), che generalmente venivano sequestrate. Era fortemente critico del socialismo riformista, ritenuto autoritario e parlamentarista.

L’avvocato Vito Mario Stampacchia (1872-1959) militò nelle file degli internazionalisti leccesi. Nel 1892 aderì al Partito socialista, diventando per un ventennio tra i più noti dirigenti socialisti della provincia di Lecce, ma dopo la guerra 1915-18, per dissapori con la direzione del Psi, si appartò dalla vita politica. Non aderì mai al fascismo e, anzi, verso la fine degli anni Trenta, si collegò al Movimento liberalsocialista, che gli valse l’arresto con altri antifascisti. Dopo l’armistizio, divenne presidente socialista del CLN di Lecce. Segretario della Federazione socialista leccese dall’ottobre 1943 al gennaio 1947, fu anche consultore nazionale per la Puglia, deputato alla Costituente, sottosegretario alla Marina militare dal luglio 1946 al maggio 1947. Alla sua morte ha lasciato un fondo di documenti e libri sul movimento operaio e contadino nel Mezzogiorno, conservato presso l’Istituto che porta il suo nome.

Bruno Fortichiari (1892-1981) nel 1912 fu nominato responsabile della Federazione socialista milanese. Nel 1914 presentò l’ordine del giorno che decretò l’espulsione di Mussolini dal Psi. Al Congresso di Livorno del 1921 scelse di diventare comunista. Per la sua vicinanza alle posizioni bordighiste fu espulso dal Pci nel 1929. Vi fu riammesso solo alla fine del 1945, svolgendo la funzione di presidente della Federazione Provinciale delle Cooperative di Milano. Ostile a Togliatti fu di nuovo espulso dal Pci nel 1956, dopodiché tentò di costruire, senza successo, il Movimento della Sinistra Comunista, in funzione antistalinista, vicino alle posizioni trotskiste.

Giusto Tolloy fu uno dei leader romagnoli del movimento laburista, esponente del Partito del lavoro e nel dopoguerra senatore socialista e ministro per il Commercio con l’estero. Contribuirà alla fuga dei tre generali inglesi, di cui il principale artefice fu Pietro Arpesella. Partecipò alla campagna di Russia come maggiore nell’esercito. Scrisse Con l’armata italiana in Russia, ed. Mursia.

Luciano Lama, nato a Gambettola, provincia di Forlì, nel 1921, aveva aderito da giovane al Partito socialista, che poi abbandonò per il Partito comunista nel 1946. Era stato nominato dal Comitato di liberazione nazionale di Forlì segretario della Camera del lavoro provinciale della stessa città.

Adone Zoli fu un democristiano antifascista, nato a Cesena. Restò in carica dal 1957 al 1958, godendo della fiducia dei socialisti di Nenni (ma anche dei missini), dopodiché venne sostituito dal governo Tambroni.

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Nelle sue lettere Grido fa riferimento ai seguenti Congressi socialisti:

Reggio Emilia (7-10 luglio 1912), dove prevalgono le istanze rivoluzionarie del partito, soprattutto in riferimento alla condanna dell’impresa libica. Trionfa la corrente massimalista di Benito Mussolini, che sancisce l’espulsione di una delle aree riformiste del partito, capeggiata da Ivanoe Bonomi e Leonida Bissolati, che danno vita al Partito Socialista Riformista Italiano. L’altra corrente riformista resta quella di Turati. Lazzari è il nuovo segretario di partito. Mus-solini assume la direzione dell’«Avanti!».

Ancona (26-29 aprile 1914), dove prevalgono ancora le istanze rivoluzionarie del partito, che si dichiara contrario alla prima guerra mondiale, non senza forti spaccature al suo interno, che troveranno un punto di mediazione nella formula «né aderire né sabotare» di Costantino Lazzari. Nelle elezioni amministrative i socialisti, per la prima volta, conquistano i Comuni di Milano e Bologna. Il Psi esce con un manifesto contro la guerra e la Direzione del partito respinge le proposte interventiste di Mussolini, il quale fonda «Il Popolo d’Italia» e viene espulso dal partito. La direzione dell’«Avanti!» viene affidata a Serrati. Quando però nel 1916 cade il ministero Salandra, si forma un governo di unità nazionale con la partecipazione della sinistra interventista, che si raggruppa nell’Unione Socialista Italiana. Anche Turati, alla Camera, incita alla difesa del suolo nazionale dopo la sconfitta di Caporetto.

Livorno (15-21 gennaio 1921). Dopo che Lenin aveva invitato il Psi a conformarsi alle condizioni dell’Internazionale Socialista e a espellere la corrente riformista di Turati, il congresso si apre con forti discussioni sulla linea strategica e programmatica (anche in relazione all’occupazione delle fabbriche). La frazione rivoluzionaria di Bordiga e Gramsci, in minoranza, si scinde e forma il Partito Comunista d’Italia (Pcd’I), proprio perché l’ala maggioritaria, quella dei massimalisti unitari capeggiata da Giacinto Menotti Serrati, si rifiuta di espellere dal partito la corrente riformista di Turati, Treves e Prampolini.

Venezia (6-10 febbraio 1957). In seguito all’intervento sovietico in Ungheria, il Psi di Nenni comincia a guardare favorevolmente all’alleanza coi moderati della Dc: si rafforza il nesso socialismo – democrazia e il partito abbandona i legami col blocco sovietico. Il Psi conduce comunque una forte battaglia al fianco del Pci contro il Governo Tambroni, mentre i socialdemocratici formano un governo con la Dc di Fanfani.

Napoli (15-18 gennaio 1959). Gli autonomisti del partito sono nettamente contrari sia ai socialdemocratici sia ai democristiani, ma dopo il governo Tambroni, i socialisti decidono di appoggiare il monocolore Fanfani, dando inizio alle cosiddette «convergenze parallele».

Milano (16-18 marzo 1961). In seguito all’accordo Nenni-Fanfani si costituisce una giunta di centro-sinistra (Dc, Psi, Psdi). Gli autonomisti però vogliono un governo chiaramente orientato a sinistra e in giugno il C.C. del Psi decide la fine delle «convergenze parallele», presentando in Parlamento una mozione di sfiducia contro il governo Fanfani. Tuttavia nel marzo 1962 il C.C. socialista decide di appoggiare dall’esterno il governo di centro-sinistra di Fanfani, entrando praticamente nella maggioranza politica.

Note

1 I terremoti più gravi a Riccione si sono verificati in queste date storicamente registrate: 1180, 1302, 1308, 1584, 1613, 1662, 1672, 1711, 1741, 1781, 1786, 1875, 1916. L’ultimo è stato quello con epicentro a Gradara, il 23 gennaio 1962. I più terribili sono stati i due avvenuti nel 1916: quello di maggio a 2,28 km dalla città, il secondo in agosto a 3,20 km. Nessuno comunque ha mai superato la magnitudo 6.

2 A partire dagli ultimi mesi del 1917, gli alberghi di Riccione, tra cui il Lido, riescono a dare asilo a circa 4.000 profughi calati sul litorale adriatico in seguito alla «rotta di Caporetto». Nel 1919 il Lido, insieme ad altri alberghi, offre ospitalità ai detenuti austriaci. Uno degli albergatori, Sebastiano Amati, Assessore nel Comune di Rimini, si deve dimettere per aver favorito eccessivamente, con l’ospitalità, gli ufficiali austriaci prigionieri a Miramare.

3 Musocco era un piccolo centro dell’immediata periferia nord-occidentale di Milano, che conservò la propria autonomia amministrativa fino al settembre del 1923, quando il suo territorio, insieme a quello di altri dieci Comuni periferici, fu aggregato a quello del capoluogo lombardo e ne divenne uno dei quartieri. In questo Comune, insieme alla precoce e diffusa presenza di istanze politiche e sindacali si segnalava, fin dall’ultimo decennio dell’Ottocento, l’esistenza di un forte movimento cooperativo d’ispirazione socialista. La sua storia costituisce un esempio concreto dell’integrazione tra cooperative e organizzazioni sindacali e politiche proletarie, che diede origine a quelle cittadelle «rosse» ch’erano le Case del popolo, sede di tutte le istituzioni proletarie della zona, dalla società di resistenza alla sezione del partito e alle cooperative di lavoro, di consumo e di abitazione. Il rapporto di collaborazione e di mutuo sostegno realizzatosi tra le diverse istanze facenti capo al movimento cooperativo e la municipalità socialista – alla guida del Comune dal 1908 al 1922 – fecero di Musocco un «microcosmo socialista realizzato» all’interno del quale fin dai primissimi anni del secolo agivano tre cooperative (edificatrice, di consumo e di lavoro) anche a favore della diffusione della cultura tra le classi lavoratrici. Il 1923 faceva registrare non solo la fine dell’esistenza del Comune come entità autonoma, ma anche la quasi contemporanea conclusione dell’esperimento amministrativo della classe operaia di Musocco, fagocitata dall’avvento del fascismo. Solo nella primavera del 1945 le iniziative operaie ripresero a funzionare liberamente e i circoli, chiusi da vent’anni, si ricostruirono. La Cooperativa di consumo, chiusa per fallimento nel 1935, non fu invece in grado di riaprire i battenti.

4 Un’idea che oggi viene portata avanti dai Gruppi di Acquisto Solidale e non solo per il vino. Una scheda sintetica sui GAS può essere letta qui, www.homolaicus.com/economia/gas.htm con ampia bibliografia e materiali da scaricare.

5 Questa notizia può essere letta nel libro della storica Ester Bielli, La Cooperativa L’Avvenire di Musocco a novant’anni dalla fondazione, pubblicato dalla stessa cooperativa in occasione del 90° di Fondazione nell’ottobre del 1993. Molte parti del libro possono essere visionate nel sito della cooperativa www.coopavvenire.it, dove però il nome di Grido, stranamente, non appare mai.

6 La tassa di soggiorno venne istituita dal fascismo nel giugno 1923. Gli esattori prendevano una percentuale del 6% sulle somme incassate.

7 Si tratta di Giovanni Fusconi, dell’Ottava Brigata Romagna, con incarico per Rimini Nord.

8 In merito cfr quanto dice R. Francesconi in Dalla maison du Peuple alle Cooperative Case del Popolo, ed. Raffaelli, Rimini 2003, p. 142, che cita un testo riservato scritto da Guglielmo Mulazzani, detto Gumìn.

9 I metodi autoritari di Quondamatteo, di cui fecero le spese i socialisti riccionesi, quella volta, in politica, erano la regola. Educati sotto il fascismo, tutti i politici erano autoritari; lo erano stati anche prima, quando l’Italia era divisa in tanti Stati regionali governati da dinastie monarchiche, e quando si unificò sotto la dittatura parlamentare dei Savoia. Persino nel periodo della contestazione operaio-studentesca si usava con intolleranza l’ideologia per opporsi ai poteri dominanti. E dentro questo autoritarismo politico e ideologico vi era anche quello familiare e di genere esercitato dall’uomo nei confronti della donna e dei padri nei confronti dei figli.

10 Stando a quanto scrive R. Francesconi, a Riccione, nel novembre 1945, c’erano almeno 1750 comunisti e 335 socialisti (in Dalla maison du Peuple alle Cooperative Case del Popolo, cit.).

11 Grido si riferisce ai decreti legislativi del 28 dicembre 1943, del 27 luglio e dell’11 ottobre 1944 sull’epurazione dai fascisti nella Pubblica Amministrazione, successivamente ampliati o modificati da altri decreti: il n. 149 del 26 aprile 1945 e il n. 702 del 9 novembre 1945 («legge Nenni»). Si trattava di verificare chi, tra gli impiegati fascisti, avesse approfittato del suo ruolo nella convinzione di ottenere l’impunità da parte del regime. I risultati, nell’applicazione di queste leggi, furono alquanto parziali e discutibili, anche perché si strumentalizzò l’amnistia voluta da Togliatti il 22 giugno del 1946. Col decreto del 7 febbraio 1948 e con la legge del 14 maggio 1949 i governi democristiani chiusero definitivamente la questione.

12 È molto probabile che qui si riferisca all’amnistia generale che nel giugno 1946 volle Palmiro Togliatti (ministro di Grazia e Giustizia dal giugno 1945 al luglio 1946), approvata all’unanimità dal governo De Gasperi. Il provvedimento, con cui Togliatti cercò di pescare nuovi comunisti nel mare magnum degli ex fascisti, e di risparmiare ai partigiani possibili conseguenze giudiziarie per le azioni da loro compiute durante la guerra civile e nell’immediato dopoguerra, determinò la liberazione di migliaia di detenuti fascisti: tra i primi beneficiari, un colonnello condannato all’ergastolo per la morte dei fratelli Rosselli e quattro torturatori della banda Koch.

13 Esiste un documento riccionese del 22 novembre 1947, firmato da Forte Fabbri, Emilio Urbinati, Nicola Monticelli, Francesco Uneddu, Amneris Rinaldi, Luigi Tausani, Giuseppe Monti, Vito Beltrami, indirizzato al Sindaco e ai Consiglieri comunali, in cui si chiede il motivo per cui a Riccione si continuano, da 37 mesi, a discriminare, senza fondati motivi, alcuni impiegati della precedente Amministrazione fascista, mentre altri invece, che invece lo meriterebbero, sono stati trattenuti in servizio.

14 Carica importante e redditizia nella pubblica amministrazione.

15 Si riferisce al fatto che alla caduta della Repubblica Sociale Italiana Schuster promosse un incontro in Arcivescovado tra Mussolini e i rappresentanti partigiani, nel tentativo di concordare una resa senza spargimento di sangue. Propose anche a Mussolini di fermarsi in Arcivescovado, sotto la sua protezione, per poi consegnarsi agli Alleati. Il Duce però rifiutò, preferendo tentare la fuga.

16 Si riferisce a delle operazioni fraudolente in valute straniere, che diedero luogo al famoso processo giudiziario contro Mons. Cippico: chi non riusciva ad ottenere valuta dall’Ufficio Italiano Cambi si rivolgeva al Vaticano, il quale si faceva pagare in proporzione alla severità dei controlli effettuati dallo Stato e provvedeva anche a far accreditare all’estero le somme di cui riceveva il corrispettivo in lire italiane.

17 Si riferisce alla scissione dell’ala riformista del Psi, guidata da Giuseppe Saragat, Presidente dell’Assemblea Costituente, che nel 1947 fece nascere il Partito Socialdemocratico.

18 Va detto tuttavia che Clelia, dal 1882 (anno della morte del Garibaldi) iniziò a fruire di un vitalizio di 10.000 lire l’anno, che derivava dal vitalizio di lire 100.000 assegnato a Garibaldi dal governo Depretis dal 1876 (nel 1882 una legge decise la reversibilità del vitalizio a favore dei cinque figli e dell’ultima coniuge: appunto 10.000 lire a testa, che all’epoca non erano poca cosa, se messe a confronto con il reddito medio degli italiani). Clelia inoltre era proprietaria di una villa a Livorno e della residenza di Caprera. Dal 1° luglio 1956 il vitalizio fu aumentato a 500.000 lire annue.

19 Oreste Colognato, che combatté dal 1928 al 1934; Ferdinando Simionato, che combatté dal 1928 al 1930; Vittorio Livan, che combatté dal 1928 al 1940; Aldo Linz, che combatté dal 1926 al 1938. Ma il più importante era Bruno Frattini, allenato dal senegalese Jean Joup, anch’egli, a sua volta, pugile dal 1921 al 1938. Frattini, nato a Milano nel 1898, è stato campione nazionale dei pesi medi nel 1919 ed europeo nel 1924. Degli 89 incontri che disputò ne vinse 63 e ne perse 14. L’ultimo lo fece nel 1930, morì nel 1961. Giunse a Riccione da Milano, perché durante l’inverno preferiva allenarsi in una vasta sala dell’Albergo Lido, attrezzata con un ring e tutti gli attrezzi necessari. E qui si fece raggiungere da Jean Joup. Spesso si esibivano al Nirigua, un’arena costruita a breve distanza dal viale Ceccarini, sul lungomare.

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