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Introduzione a Io, Gorbaciov e la Cina

Ho voluto comprare un libro, quasi introvabile, di Michail Gorbaciov (Gorbačëv), Riflessioni sulla rivoluzione d’Ottobre (Editori Riuniti, Roma 1997), perché l’ho sempre ritenuto il maggior statista sovietico dopo Lenin. Merita d’esser letto perché dal 1991 ad oggi, cioè da quando s’è dovuto dimettere, lasciando mano libera a quello sciagurato di Eltsin (El’cin), non mi pare che l’umanità abbia prodotto qualcosa di veramente significativo, né sul piano teorico né su quello pratico. Anzi, se c’è qualcosa di cui oggi possiamo beneficiare – la fine della guerra fredda – lo dobbiamo in sostanza proprio a ciò ch’egli chiamò “perestrojka” (ristrutturazione), “glasnost” (trasparenza) e “nuovo pensiero”.

A dir il vero egli parlò anche di “casa comune europea”, pensando di includervi, dentro le sue mura, la stessa Russia, ma con un’Europa che politicamente vale assai poco, essendo ancora schiacciata, dalla fine della seconda guerra mondiale, sotto il tallone statunitense, di quel progetto non si fece assolutamente nulla, almeno non nelle sue linee originarie, in quanto è pur sempre vero che l’Europa capitalistica si va allargando progressivamente verso est.

Oggi non solo il Patto di Varsavia non esiste più, ma la Nato continua a dominare incontrastata, ricattando o minacciando tutti i paesi europei e compiendo continue interferenze sui nuovi confini dell’ex Stato sovietico. Una pretesa, questa di rivedere i confini, che certamente i paesi che fanno parte della Nato non potrebbero avere se accettassero la nuova Russia, paese capitalistico come loro, al proprio interno.

Peraltro appare quanto meno evidente che se tutti i paesi europei facessero parte della Nato, non si capisce perché dovrebbero farne parte anche gli americani, visto che vivono in un continente completamente diverso. Esistono forse basi europee negli Stati Uniti? Non solo, ma se davvero tutti i paesi europei, inclusa la Russia, facessero parte della Nato, a che servirebbe avere un’organizzazione così superarmata, così nuclearizzata, così predisposta ad attaccare? Nella misura in cui tutti si appartiene a un unico sistema di difesa, non dovremmo forse veder aumentare la fiducia reciproca? Ma se ci si fida reciprocamente, non dovremmo forse pensare a disarmarci progressivamente?

Gli americani han voluto una Nato la più possibile allargata, ma continuando a escludere pervicacemente la Russia. Danno l’impressione che la motivazione di questo atteggiamento sia quella che disse J. F. Kennedy quand’era presidente: “Disponendo della metà delle riserve mondiali, la Siberia è il grande asso nella manica dei russi”. Che in pratica voleva dire: “Se noi avessimo le risorse della Siberia saremmo padroni incontrastati del mondo per i secoli a venire”. Infatti tutte le recenti guerre del Golfo sono partite dall’esigenza di avere pozzi petroliferi a buon mercato, anche se gli americani stanno puntando i loro assi sullo “shale gas”, la cui estrazione è però più costosa (idrocarburi estratti dalle rocce con le tecniche di frantumazione, particolarmente invise agli ambientalisti).

Gorbaciov si vanta d’aver ottenuto la fine della guerra fredda, che non pochi osservatori definiscono come una sorta di “terza guerra mondiale”. Come noto, il risultato principale è stata la riunificazione delle due Germanie, dopo l’abbattimento del muro di Berlino. L’altro risultato Gorbaciov non l’avrebbe voluto: la disintegrazione dello Stato federale sovietico.

Vari paesi ex sovietici hanno chiesto di entrare nell’Unione Europea, con o senza l’uso della moneta comune, e alcuni hanno chiesto persino di entrare nella Nato. Chissà perché ci s’illude così fortemente che il nuovo sarà migliore del vecchio, quando basterebbe esaminare la storia per accorgersi che esistono non pochi casi in cui è vero il contrario.

Altre situazioni inaspettate che si sono venute a creare sono state la divisione della Cecoslovacchia in due repubbliche: Cekia e Slovacchia (1993), senza spargimento di sangue, e la frantumazione della Jugoslavia in vari Stati indipendenti (1991-2008)1, con molto spargimento di sangue e intervento militare della Nato (molto pesante, poiché qui si è usato l’uranio impoverito).

Oggi tutti i paesi europei ex socialisti, che sono voluti entrare nell’Unione Europea, vengono considerati dall’imprenditoria capitalistica come delle colonie da sfruttare, tanto che quando si parla di delocalizzazione della nostra industria, non ci si riferisce soltanto a paesi di destinazione come Cina, India, Turchia ecc., ma anche e soprattutto agli ex paesi del cosiddetto “socialismo reale”.

Detto altrimenti, la fine della guerra fredda, se da un lato ha aumentato la sicurezza mondiale, anche perché, parallelamente, vi è stato un parziale disarmo nucleare, dall’altro sembra aver dato mano libera a un’espansione incondizionata del capitalismo su scala mondiale.

A questo punto vien da chiedersi: che cos’è la democrazia? Chiunque infatti si rende conto che laddove uno dei due rivali dichiara di arrendersi, fa vincere automaticamente l’altro. Che cosa risponderebbe Gorbaciov a tale obiezione? Risponderebbe come una persona democratica, e cioè d’aver fatto tutto il possibile per eliminare la dittatura nel proprio paese.

Ricordo che quando implose l’Urss, ci fu chi sosteneva che, pur di non cadere nel confronto con gli Stati Uniti, Gorbaciov, in politica interna, avrebbe dovuto rinunciare a molte delle sue pretese di democraticità. Cioè se il prezzo per realizzare i propri obiettivi doveva essere il crollo del sistema, allora il prezzo è stato troppo alto. Prima di fare qualunque passo unilaterale in direzione della democrazia e della pace, si sarebbe dovuto pretendere di più da parte del proprio nemico storico.

Gorbaciov invece fece il ragionamento inverso. Rischiò, offrendo condizioni che gli Stati Uniti non avrebbero potuto rifiutare, e lo fece nella speranza che la democrazia si allargasse verso la giustizia sociale anche all’interno dell’Occidente.

È avvenuto questo? No. Poteva avvenire? Forse. Di sicuro in politica estera ci voleva, da parte di Gorbaciov, maggiore prudenza, meno ottimismo ad oltranza, meno fiducia nella propria capacità carismatica, persuasiva.

Purtroppo Gorbaciov ha pagato cara la sua ingenuità, il suo grande idealismo, e non solo in politica estera, ma anche in quella interna, in quanto la sua direzione del paese durò soltanto sette anni. E in politica interna la cosa paradossale è che, pur trovandosi egli come principali nemici i vecchi stalinisti, chi ne trasse i maggiori benefici furono gli oligarchi, che presero ad affamare il paese, nella consapevolezza che le sue sterminate risorse energetiche meritavano d’essere sfruttate privatamente.

Se Gorbaciov fosse stato un giocatore di scacchi, si sarebbe dovuto dire ch’era ottimo all’attacco e scarso in difesa. Cioè non seppe far proprio il fondamentale principio leninista secondo cui “una rivoluzione che non si sa difendere, non vale nulla”. Egli è stato per la Russia quel che fu Gandhi per l’India, il quale liberò sì il suo paese dal colonialismo inglese, ma non dal rapporto di sudditanza nei confronti del capitalismo in generale.

Certo non si può attribuire a Gorbaciov il ritorno della Russia al capitalismo. Infinitamente più responsabili sono stati tutti gli statisti venuti dopo di lui. Gorbaciov voleva realizzare una sorta di “terza via” tra capitalismo e socialismo statale. Non ne ebbe il tempo, anche perché la vecchia guardia stalinista riteneva che un’eccessiva democratizzazione del socialismo avrebbe inevitabilmente favorito il ritorno del capitalismo. Cosa che è puntualmente avvenuta, ma proprio per motivi contrari, cioè per una scarsa democratizzazione del paese.

D’altra parte non è immaginabile che settant’anni di dittatura non comportino strascichi sulla popolazione. Ci si dovrebbe anzi chiedere come mai il passaggio dal socialismo di stato al capitalismo sia avvenuto senza far scoppiare alcuna guerra, né interna né esterna. Sicuramente i russi hanno dato prova di maturità, anche se questa transizione viene pagata dalla miseria di milioni di persone. In Occidente siamo schiavi da tre secoli del capitalismo industriale e non so se avremo la stessa maturità quando ce ne libereremo.

A noi oggi Gorbaciov appare come uno statista che più che “costruire” un nuovo sistema, ne ha soltanto distrutto uno che aveva fatto il suo tempo. Sotto questo aspetto le sue posizioni politiche sono state prese come metafora di ciò che negli anni a venire non si dovrà fare. Ecco, in tal senso s’è già capito che questo libro non vuole essere una critica nei suoi confronti, ma un’occasione di dialogo con chi non ha perso la speranza di cambiare le cose.

Nota

1 La data 1991 si riferisce alla dichiarazione d’indipendenza di Slovenia e Croazia (la prima), mentre quella del 2008 alla dichiarazione analoga del Kosovo (l’ultima), non accettata però dalla Serbia.

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