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Conclusione (La scienza del colonialismo)

In un libro del genere la conclusione non può che ribadire le questioni preliminari da utilizzare per produrre un’antropologia culturale un minimo critica. Un antropologo o un etnologo non dovrebbe soltanto cercare di capire la diversità che gli sta di fronte, ma anche in che misura quella diversità può servire per modificare la propria identità e la società da cui proviene, poiché il suo stesso ruolo di “ricercatore intellettuale” e il fatto stesso di considerare la comunità primitiva un “oggetto” della propria ricerca sul campo, lasciano pensare ch’egli provenga da una società basata sull’antagonismo sociale, sulle differenze di ceto o di classe, sulla discriminazione di genere e molto probabilmente anche sull’oppressione delle etnie e nazionalità minoritarie.

Mondher Kilani, in L’invenzione dell’altro, afferma che quando si viene a contatto con popolazioni molto diverse dalla propria, si riversano su di loro delle precomprensioni, dei pregiudizi che non servono affatto a conoscere il diverso, ma solo a classificarlo, a etichettarlo. A partire dai viaggi di Colombo non è mai avvenuto un vero dialogo alla pari coi popoli extraeuropei, proprio perché questi venivano percepiti come nettamente inferiori. Tuttavia dimentica di aggiungere che questo atteggiamento è tipico degli intellettuali che vivono in società classiste, abituate a vedere il prossimo come un nemico o una persona da sfruttare, da raggirare e a cui mentire sempre. Si costruisce l’“altro”, pur conoscendolo appena, proprio perché si odia il prossimo con cui si vive quotidianamente.

In ogni caso l’antropologo dovrebbe partire dal presupposto che la propria identità è falsa o è comunque basata su presupposti pregiudizievoli, che risultano dannosi per le identità altrui; è un’identità viziata da una qualche forma di alienazione o di ipocrisia, che nel passato è stata utilizzata da qualcuno per alterare lo stile di vita di quelle stesse comunità primitive che un tempo erano oggetto della sua indagine scientifica e che ora lo sono sempre meno, in quanto tendono a scomparire.

Questo è un presupposto irrinunciabile, poiché solo così un antropologo può capire quali sono le condizioni per permettere a quelle comunità di non subire ulteriormente le influenze esterne che impediscono loro d’essere se stesse (ammesso e non concesso che esistano ancora comunità indigene in grado di capire, in mezzo a questo imperante globalismo del capitale, chi davvero “sono”). Il che non vuol dire che un antropologo capace di una simile autocritica sia in grado d’impedire quelle influenze esterne (queste sono diventate del tutto indipendenti dalla sua volontà); ma vuol dire che, usando un atteggiamento del genere nei confronti delle ultime comunità rimaste, egli capirà meglio quali sono le domande utili da rivolgere loro, al fine di poter dare delle risposte ancora più utili alla stessa società da cui egli proviene.

L’antropologo non deve essere inviato sul campo da parte di qualche istituzione del paese in cui vive o che finanzia la sua ricerca, poiché solo questo semplice fatto gli procurerà degli enormi conflitti d’interesse, e quindi gli falsificherà tutta la sua indagine. Egli deve sapere in anticipo che il modo migliore per aiutare la comunità primitiva a sopravvivere con sicurezza è quello di eliminare il colonialismo o neo-colonialismo di cui soffre. Solo così può ottenere fiducia e quindi dichiarazioni veritiere da parte della comunità indigena. È infatti passato troppo tempo colonialistico perché l’antropologo possa sperare che la suddetta comunità sia sincera nei confronti di chi inevitabilmente viene considerato uno “straniero indesiderato”. La comunità sa benissimo di essere arrivata a un punto in cui, se non mente, rischia di non sopravvivere. Dopo mezzo millennio di colonialismo mentire è diventata la prima regola per difendersi dalla violenza. Se l’antropologo non si rende conto di questa necessità, il primo ingenuo è lui. E se finirà con l’essere “mangiato”, la responsabilità sarà soltanto sua…

Quindi la prima cosa da fare è denunciare le forme e i modi in cui il colonialismo (oggi chiamato, eufemisticamente, “globalismo”) influenza in maniera evidente lo stile di vita delle comunità primitive. Se non si parte da questa denuncia preliminare (che è in fondo un’autodenuncia), qualsiasi pretesa di conoscere la diversità non servirà a nulla, essendo viziata in partenza. Senza tale atteggiamento preliminare, quanto più la conoscenza della comunità primitiva sarà dettagliata, tanto meglio aiuterà il sistema colonialistico a inglobare nel sistema quella stessa comunità. Se l’antropologo non è anche un politico che contesta il sistema da cui proviene, se non è anche un ecologista purosangue, è meglio che resti a casa propria, poiché, in caso contrario, potrà solo far danni.

L’antropologia non può più essere la “scienza” di persone curiose, amanti dell’esotismo, che quando incontrano delle comunità primitive, invece di difenderle in tutte le maniere, si limitano a descriverle, illudendosi che, in un regime neo-colonialistico come quello attuale, esse non abbiano alcun problema a mostrarsi per ciò che sono, quando proprio il fatto di mostrarsi per quel che si è, contribuisce a lasciarsi integrare meglio nel sistema dominante.

La comunità primitiva non ha bisogno di un approccio intellettualistico nei confronti dei propri problemi: ha solo bisogno di essere lasciata in pace. Non può ricevere lezioni di vita da parte di chi nega la vita agli altri. E non si lascerà convincere a dire tutto di se stessa solo perché un ricercatore decide di vivere al suo interno per un certo tempo. Per mostrarsi integralmente nella propria nudità, vuol prima vedere nudo anche chi la frequenta.

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Secondo l’organizzazione “Survival International” sarebbero almeno un centinaio le tribù che vivono isolate o che non hanno avuto contatti significativi con la civiltà borghese e che non vorrebbero averli. Alcune tribù potrebbero essersi ritirate in luoghi remoti per sfuggire alle violenze subite dalle passate società colonialistiche. Si tratta di gruppi piccoli che vivono in luoghi difficilmente accessibili, in cui lo sfruttamento industriale delle risorse richiederebbe ingenti capitali: isole sperdute negli oceani o nel cuore delle ultime foreste. La maggior parte sono concentrati in Perù, Brasile1, Colombia, Bolivia, Ecuador, Paraguay, India2 e Papua3.

Queste comunità vivono generalmente di caccia, pesca e dei vegetali che offre la natura, usati anche per produrre oggetti, medicinali e per dipingersi e profumare il corpo (sono capaci di conoscere più di 450 specie animali e di distinguere oltre 1500 tipi di piante). Sono popoli privi di difese immunitarie verso le malattie trasmesse dall’esterno. Molti vivono costantemente in fuga, per salvarsi dall’invasione delle loro terre da parte di coloni, taglialegna, esploratori petroliferi e allevatori di bestiame.

Bisognerebbe creare un’organizzazione internazionale, autofinanziata, che aiuti queste popolazioni a sentirsi parte di un progetto politico di recupero del “comunismo primordiale”. Se vogliamo davvero uscire dal concetto di “civiltà”, dobbiamo fare di queste popolazioni l’unico esempio da seguire. Le attuali organizzazioni nazionali di antropologia (statunitense, italiana, ecc.) non hanno alcunché di politico, anzi si guardano bene dal fare critiche al sistema capitalistico. Quella italiana non prevede neppure dei gruppi di lavoro dedicati all’economia e alla politica.

Abbiamo bisogno di antropologi che non abbiano paura di dire la verità delle cose sulla attuale situazione degli indigeni. Non devono sentirsi indotti a tacere le contraddizioni più scomode o a tenere artificiosamente separate le piccole realtà locali che prendono in esame dal contesto colonialistico in atto, per timore di perdere il titolo di credito che il Paese ospitante ha concesso loro provvisoriamente.4

In fondo cosa rappresenta l’essere umano se non la consapevolezza che la natura possiede delle leggi che non possono essere violate? Ciò che l’animale vive in forma istintiva, nell’uomo dovrebbe far parte della sua intelligenza. Il problema è che la consapevolezza di questa intelligenza può portare l’uomo ad azioni scriteriate, soprattutto quando assume atteggiamenti di superiorità nei confronti della stessa natura. Il che fa pensare che per indurlo a non comportarsi in tale maniera, sia forse necessario abituarlo ad avvertire la propria esistenza in maniera difficoltosa e precaria, come se di fronte a sé avesse costantemente dei problemi da risolvere, e come se, per risolverli, avesse costantemente bisogno d’essere aiutato dai propri simili. L’uomo naturale dovrebbe vivere in maniera essenziale e partecipata, cioè non dovrebbe far nulla per impedire alla natura di “condizionarlo”; e in ogni caso dovrebbe evitare che qualcosa possa compromettere la superiorità del collettivo sul singolo.

Se si vive un rapporto idilliaco con la natura, si sarà indotti a pretendere di più del necessario. Invece dobbiamo capire che il benessere dipende da un certo sacrificio, soggetto a continuo rinnovo. La contraddizione fa parte delle leggi di natura, essendo caratterizzata da opposti che che si attraggono e si respingono. L’essere umano deve semplicemente capire che, nell’ambito locale dove vive, non può sprecare nulla, deve stare attento a riciclare tutto, poiché le cose che assicurano la sopravvivenza non sono così facili da reperire, né è possibile pensare di potersele procurare facendo un torto alle esigenze riproduttive della natura. D’altra parte è solo quando si fa fatica a ottenere qualcosa, che la si apprezza veramente. Il gusto della libertà sta nel superare, ogni volta, le difficoltà della vita. L’importante è poter disporre di mezzi adeguati per poterlo fare.

Dunque, per poter misurare le nostre forze, fisiche, intellettuali e morali, abbiamo bisogno di una relativa precarietà e di mezzi sufficientemente idonei per affrontarla. Ciò che più importa, infatti, non è non avere problemi da risolvere, ma che le contraddizioni non siano caratterizzate dall’antagonismo sociale, cioè da quella sofferenza che gli esseri umani si procurano da soli, pur potendone tranquillamente fare a meno. Poter risolvere insieme dei problemi comuni è la soddisfazione più grande che possa avere un essere umano.

Noi non sappiamo se il percorso cognitivo che ha sperimentato l’umanità in questi ultimi secoli, sarebbe potuto avvenire anche senza la nascita del capitalismo industriale. Forse sì, ma di sicuro avrebbe avuto bisogno di tempi molto più lunghi, di riflessioni molto più ponderate. Una cosa infatti è usare il progresso per opprimere i più deboli, per sfruttare le risorse altrui, per dominare la natura; un’altra è limitarsi a piccoli miglioramenti che non pregiudicano la qualità della vita.

Note

1 Il Brasile è ritenuto lo Stato in cui vive il maggior numero di gruppi indigeni mai contattati: circa 77.

2 In India lo Stato indiano dell’Orissa possiede il 35% della popolazione costituito da antiche tribù già presenti al tempo della penetrazione dell’uomo bianco nel subcontinente indiano. Tra queste i Dongria Kondh (8.000 persone circa), sono tra i più isolati dell’India. Vivono in piccoli villaggi sparsi sulle colline di Niyamgiri, coperte di dense foreste popolate da una grande varietà di animali, tra cui tigri, elefanti e leopardi. L’habitat di questa comunità è minacciato dal progetto di una compagnia britannica che vuole estrarre bauxite dalla loro montagna sacra, il Niyam Dongar.

3 Si stima siano 44 i gruppi indigeni mai contattati che vivono nella Papua Nuova Guinea e nelle province indonesiane di Papua e West Papua. Nella regione montuosa vivono i popoli degli altipiani, che allevano maiali e coltivano patate dolci. Nelle zone costiere vivono invece i popoli delle pianure; qui la vita è resa difficile dalla malaria e dalle paludi, e le attività di sostentamento sono la caccia e la raccolta. Questi indigeni sono minacciati dall’occupazione dei loro territori da parte dell’esercito indonesiano.

4 P.es. Stuart Kirsch (docente di antropologia nell’Università del Michigan) sostenne la battaglia del popolo Yonggom, in Papua Nuova Guinea, per chiudere le miniere di rame (Ok Tedi) attive dal 1984. Secondo alcune ONG ambientaliste le miniere scaricherebbero ogni anno circa 90 milioni di tonnellate di rifiuti nel fiume Fly, sollevandone il letto e contaminandone l’acqua, che avrebbe già ucciso fino a 3 mila kmq di vegetazione, per non parlare delle estese deforestazioni (entro il 2021 il 40% della superficie forestale presente nel 1975 non esisterà più). Quando le acque del Fly inondano le zone circostanti durante le frequenti alluvioni, i sedimenti inquinati si depositano in spessi strati nelle aree limitrofe coltivate. Nel 2012 le miniere (tra le maggiori del pianeta) contribuivano per circa il 18% del PIL annuale. Il problema è rimasto irrisolto. È bene aggiungere che in Papua Nuova Guinea esiste circa il 5% della flora e della fauna mondiali: 20.000 specie di piante e 3.000 specie di orchidee; 300 specie di mammiferi, 700 specie di uccelli, 650 specie di pesci e 800 di coralli. E così via. Nessun testo di Kirsch è stato tradotto in lingua italiana.