Rosa e l’Ottobre 1

Nel marzo 1898 si era tenuto a Minsk il I° Congresso del Partito socialdemocratico russo, i cui migliori quadri erano stati arrestati dalla polizia pochi giorni dopo. L’“Iskra”, il giornale nato illegalmente a Pskov nel 1900 grazie soprattutto a Lenin, Plechanov, Martov, Aksel’rod, Potresov e Vera Zasulič (ma vi furono anche Radčenko, Struve, Tugan-Baranovskij e Jakovlev), doveva servire per preparare il II° Congresso, nel 1903, che si tenne a Bruxelles e poi a Londra. Fu in quella occasione che il Posdr si scisse in un’ala maggioritaria (bolscevichi) e in una minoritaria (menscevichi).

Lenin analizzò le risoluzioni di tale Congresso nello scritto Un passo avanti e due indietro, cui aveva risposto Rosa nel 1904 col saggio Centralismo o democrazia?, pubblicato sia sulla “Neue Zeit”, rivista diretta da Kautsky, che sulla “Nuova Iskra”, da poco passata in mano menscevica.

L’“Iskra” era nata per lottare contro i populisti, che negavano l’inevitabilità dello sviluppo capitalistico in Russia, in quanto ritenevano che le tradizioni contadine dell’obščina avrebbe saputo impedirlo. La lotta era anche contro i socialisti economicisti, che traevano dagli scioperi del 1896-97 la conclusione che bisognava limitarsi alle rivendicazioni salariali e giuridiche, lasciando alla borghesia il compito politico di abbattere lo zarismo.

Nel suddetto II° Congresso la natura del contrasto verteva sulla struttura del partito, che per Lenin doveva essere fortemente centralizzato, esattamente come lo era il governo zarista. Martov e Potresov, appoggiati da Kautsky e da Rosa, furono contrari, preferendo qualcosa di più federato o decentrato, di più spontaneistico, di meno strutturato in senso professionistico e militaristico. Al testo di Rosa Lenin replicò con Problemi di organizzazione della socialdemocrazia russa, che Kautsky si rifiutò di pubblicare nella sua rivista. Tuttavia la polemica tra Lenin e Rosa continuò ancora per molto tempo.

I tre principali scritti anti-bolscevichi di Rosa Luxemburg (Centralismo o democrazia?; La tragedia russa; La rivoluzione russa) furono raccolti, in lingua italiana, nel 1970, dalla casa editrice Samonà e Savelli di Roma, col titolo Centralismo o democrazia? La rivoluzione russa. L’edizione cui facciamo riferimento (in ordine cronologico) è quella dell’anno successivo.

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Rosa ha di mira soprattutto il testo di Lenin citato sopra, Un passo avanti e due indietro, di cui denuncia l’“ultracentralismo” nell’organizzazione del partito. Ovviamente essa non nega la necessità di una qualche forma di direzione centralizzata del partito rivoluzionario: i dirigenti intellettuali devono stimolare le masse a insorgere.

Tuttavia, siccome è rimasta ferma a una visione romantica delle masse, quella che avevano Marx ed Engels nel 1848, Rosa è convinta che le masse devono soltanto essere messe in grado di agire da sole, spontaneamente, poiché, in caso contrario, non si ha “rivoluzione popolare”, bensì “colpo di mano élitario”. Le masse non vanno “dirette” a insorgere contro il governo in carica, ma solo “sospinte” a farlo. Non si rendeva conto – esattamente come gli anarchici – che senza una direzione orientata e risoluta, le masse possono farsi sfuggire i momenti decisivi: con la sola spontaneità le rivoluzioni tendono a fallire.

Questa era una concezione della politica opposta a quella leniniana. Sulla base di questa concezione fallirono tutti i moti rivoluzionari europei dell’Ottocento, inclusa la rivoluzione russa del 1905. Rosa aveva compiuto l’errore di quegli intellettuali piccolo-borghesi, convinti che per realizzare una transizione qualitativa al socialismo, sia sufficiente mostrare la propria acutezza d’ingegno, la propria radicalità di critica, il proprio esempio paradigmatico di irrisolutezza al compromesso.

Con questa posizione individualistica si tende a sopravvalutare se stessi e a sottovalutare la forza del nemico che si vuole sconfiggere. Sul piano politico posizioni del genere possono portare all’avventurismo. Infondere nelle masse l’odio per il sistema; instillare la convinzione che se le masse insorgono, possono risolvere in un batter d’occhio i loro problemi, e poi lasciarle disarmate di fronte ai poteri che reagiranno sicuramente con spietatezza, è da irresponsabili. E non è che si possa attenuare tale irresponsabilità, assicurando alle masse, uscite inevitabilmente sconfitte con una strategia del genere, che, nonostante il loro tentativo velleitario, hanno saputo porre le basi per una successiva insurrezione.

È vero che dopo il 1905, osservando ciò ch’era avvenuto in Russia, Rosa aveva iniziato a convincersi che il partito deve precorrere lo sviluppo delle cose, cercando di affrettarlo, ma non arrivò mai a tradurre questa convinzione in una strategia operativa vera e propria. Al massimo elaborò la tesi che uno sciopero generale, di massa, avrebbe potuto indurre il governo a scendere a patti, cioè avrebbe potuto far capire al governo che il ricorso alle armi o alla violenza sarebbe stato fatale per le sorti dello stesso governo. Ma non affrontò mai il momento-chiave della presa del potere, che è quello in cui si deve colpire il sistema al cuore, cogliendolo di sorpresa, paralizzandolo in tutti i suoi gangli vitali, impedendogli una reazione armata.

La domanda che, a questo punto, viene inevitabile porsi è la seguente: perché il socialismo occidentale è sempre stato così incredibilmente impreparato sul piano organizzativo, che è poi quello che occorre per realizzare la conquista rivoluzionaria del potere? Per rispondere a tale domanda bisogna andare a cercare un condizionamento sociale o culturale trasversale a tutte le nazioni europee.

Ora, se dicessimo che tale condizionamento proviene dalla religione cristiana, saremmo poi costretti a spiegare la differenza tra ortodossia, da una parte, e cattolicesimo e protestantesimo dall’altra. Ma questo ci porterebbe troppo lontano, rischiando di farci fare considerazioni di tipo “idealistico”. Peraltro non è affatto vero che nell’Europa occidentale gli intellettuali e le masse popolari fossero più fatalisti o attendisti dei loro omologhi di area orientale. Anzi, dovremmo pensare il contrario, guardando la forza delle rivoluzioni borghesi, le innovazioni in campo tecnico-scientifico e artistico.

Tuttavia, non vogliamo neanche considerare Lenin e i compagni bolscevichi come un’inspiegabile eccezione. Possiamo però constatare una cosa: in Europa orientale il Medioevo durò molto più a lungo; gli ideali religiosi di una società cristiana ci hanno messo molto più tempo a dissolversi. Per quale motivo in Europa occidentale, già a partire dalla formazione dei Comuni borghesi, si inizia a dubitare con sempre maggiore convinzione che il cristianesimo sia in grado di realizzare una società a misura d’uomo? Chi crede ancora in questa possibilità sono soltanto i movimenti pauperistici ereticali, che verranno fagocitati dai poteri costituiti. La stessa Riforma luterana sembra inizialmente orientata a recuperare gli ideali del cristianesimo primitivo, ma poi finirà con l’accettare pienamente l’idea di un cristianesimo borghese, che è borghese nella vita reale e cristiano in quella ideale, fantastica.

Guardiamo invece l’Europa orientale: qui non riesce a formarsi spontaneamente, né nel mondo bizantino né in quello slavo, una classe borghese che si senta autonoma dai poteri costituiti, in grado di contrapporsi ai sovrani, alla Chiesa, alla classe aristocratica, alle comunità di villaggio. Quando in questi territori si forma il capitalismo, risulta essere un prodotto esclusivamente di importazione. Nell’Europa orientale vi è maggiore idealismo cristiano, maggiore rispetto per le autorità costituite. Quando le contraddizioni appaiono terribilmente stridenti da rendere impossibile una vivibilità pratica degli ideali cristiani, non si sviluppa soltanto una concezione borghese della vita, ma anche una concezione proletaria.

In Europa occidentale lo stile di vita borghese ha avuto un impulso eccezionale in seguito allo sviluppo del protestantesimo, al punto che per avere una concezione della vita davvero proletaria s’è dovuto attendere il “genio” di un intellettuale “piccolo-borghese” proveniente dal mondo ebraico, Karl Marx, anticipato, in realtà, da molti esponenti del socialismo utopistico. In Europa orientale non si è mai sviluppato il protestantesimo e con le comunità di villaggio si era convinti di poter impedire uno sviluppo capitalistico delle nazioni. Nell’area occidentale dell’Europa è stato molto forte l’individualismo borghese (che aveva le sue radici in ambito cattolico e che ha trovato ampio successo dopo la riforma protestantica), e con esso si sono fatte tutte le rivoluzioni tecnico-scientifiche con cui si è dominato il mondo. Nell’area orientale del medesimo continente si pensava che il collettivismo agrario e cristiano (per lo più ortodosso) avrebbe impedito il trionfo del suddetto individualismo borghese.

Poi qualcosa si è spezzato. A fine Ottocento il capitalismo dell’Europa occidentale era in grado di penetrare anche in Europa orientale. Si sono formate delle fabbriche, dove andavano a lavorare degli ex-contadini, privi di tutto. L’ideale cristiano, reso estraneo a qualunque religiosità, veniva assorbito da una classe sociale uscita dalla Chiesa e dalla comune agricola. Il proletariato urbano e industrializzato era una classe sociale sostanzialmente atea e socialista.

Per trovare dei contadini disposti ad allearsi con un proletariato del genere, occorreva andarli a cercare tra i salariati agricoli, poiché quelli che possedevano la terra, piccola o grande che fosse, avevano col tempo maturato delle idee borghesi, erano diventati anche loro, seppur molto in ritardo rispetto ai loro colleghi euro-occidentali, dei “cristiano-borghesi”.

Il proletariato urbano, che possedeva solo la propria forza-lavoro, riuscì a trovare degli intellettuali, altrettanto sradicati, in grado di rappresentarlo, capace di portarlo a realizzare ideali di giustizia sociale senza cristianesimo.

Viceversa, in Europa occidentale il proletariato industriale è quasi sempre stato guidato da intellettuali imborghesiti, capaci di mostrare idee socialiste ma disposti al compromesso con le forze borghesi al governo. Tale proletariato, convinto dai propri intellettuali, rinunciò a realizzare i propri ideali di giustizia e si lasciò corrompere. Infatti, nella misura in cui i Paesi euro-occidentali riuscivano ad acquisire colonie all’estero, la condizione materiale del proletariato migliorava sensibilmente: aumentavano i salari e i diritti in generale, le forme assicurative, previdenziali, cooperativistiche… Alla fine gli operai avevano meno motivi per ribellarsi.

In Europa orientale si è formato il socialismo più rivoluzionario perché qui gli ideali del cristianesimo (nella sua forma ortodossa) si erano conservati più tenacemente, sicché molto più grande fu la delusione nel vederli impossibilitati a realizzarsi. Qui c’era molta più miseria e le masse più sfruttate non sopportavano più il divario netto tra classi privilegiate e ideali cristiani. La rivoluzione del 1905 fu l’ultimo tentativo di conciliare cristianesimo e socialismo agrario. Dopo di loro i protagonisti divennero gli operai e gli intellettuali urbanizzati, favorevoli a un socialismo ateo e industrializzato.

Oggi, dopo il fallimento del socialismo statale, ci si chiede chi potrà mai riprendere la lotta per l’ideale della giustizia sociale. Infatti, rispetto ai lavoratori del Terzo mondo, quelli occidentali appaiono tutti, anche i proletari, dei privilegiati, al punto che col loro lavoro contribuiscono a sfruttare lo stesso Terzo mondo. Le idee del socialismo, che oggi sono totalmente sganciate da qualunque riferimento religioso, in occidente han fatto ampiamente bancarotta, in quanto le pochissime esperienze di socialismo rivoluzionario (la Comune di Parigi, il Biennio Rosso, la Resistenza anti-fascista) non hanno conseguito alcun risultato significativo, capace di durare nel tempo. Lo stesso si può dire del socialismo statale realizzato nell’Europa orientale. Quanto al socialismo cinese, si è in presenza di un capitalismo avanzato a livello di società civile, tenuto sotto controllo da una dittatura politica, che di socialista non ha nulla.

Quale partito rivoluzionario si fa portavoce delle esigenze di chi non ha nulla? Organizzare sindacalmente degli operai che lavorano sotto il controllo di un contesto aziendale, è facile. Lo è anche coi coltivatori privati, associati in cooperative. Ma come si possono organizzare i disoccupati, i sottoccupati, i cassintegrati, i precari, i falliti per motivi economici, gli immigrati, gli indigenti, le minoranze itineranti, i senza fissa dimora, i giovani che frequentano i centri sociali o le comunità terapeutiche…? Spesso questa gente è ancora più scettica dei lavoratori sfruttati sulla possibilità di rendere il sistema più umano. Tra loro si trova di tutto, dalla persona più onesta al delinquente più incallito, e tutti sono facilmente ricattabili. Pur di sopravvivere sono spesso disposti a qualunque cosa. Come si può costruire con questa gente, priva di mezzi, un partito rivoluzionario, capace di lottare per un’alternativa al sistema? Si accontenteranno di mangiare con la fantasia dei pesci e dei pani moltiplicati magicamente, oppure diventeranno carne da macello per qualche operazione eversiva a favore del capitale?

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