Conclusione a Lenin e la guerra imperialista

(Lenin e la guerra imperialista)

La guerra imperialistica era per Lenin la dimostrazione che non era più possibile l’ingresso di nuovi competitori sulla scena del capitalismo mondiale senza il rischio di scatenare immani distruzioni. Infatti, per farsi strada, in uno spazio sempre più ridotto, i nuovi concorrenti devono adottare mezzi e metodi particolarmente efficaci, privi di qualunque senso etico dell’esistenza.

Da allora è passato un secolo.
È scoppiata una seconda guerra mondiale, che lui aveva previsto
proprio in forza del trattato di Versailles, a proposito del quale
scrive: esso “ha posto la Germania e numerosi altri Stati vinti in
condizioni che rendono materialmente impossibile la loro esistenza
economica, in uno stato di assoluta mancanza di diritti e di completa
umiliazione” (p. 359). Di quella pace, secondo lui, avevano
sofferto tutti, anche la Russia, l’Austria, l’Ungheria, la
Bulgaria… Questo perché 50 anni fa “la terra non era stata
ancora spartita, i monopoli non dominavano, il capitalismo poteva
svilupparsi in modo relativamente pacifico, senza giganteschi
conflitti militari” (ib.). Le stesse guerre coloniali venivano
percepite come “semplici massacri di abitanti inermi e indifesi”
(p. 358). Eppure, finita la guerra, ben 1 miliardo e 250 milioni di
uomini erano asserviti all’oppressione coloniale, su una popolazione
mondiale di 1 miliardo e 750 milioni di abitanti (al 1920).

Lenin aveva previsto il
conflitto tra Stati Uniti e Giappone per il dominio del Pacifico:
quest’ultimo (con 50 milioni di abitanti), restando estraneo al
conflitto europeo-americano, era riuscito a impadronirsi di buona
parte dell’Asia.

Aveva previsto che l’egemonia
mondiale del capitalismo sarebbe passata dagli inglesi agli
statunitensi, i quali, coi loro 100 milioni di abitanti, erano
diventati creditori di tutti gli altri paesi occidentali.

Non riuscì ovviamente a
prevedere il fallimento del socialismo statale, benché temesse
enormemente il burocratismo messo in piedi da Stalin quando questi
diventò segretario generale del partito bolscevico; né poteva
prevedere la variante mercantile del socialismo cinese, benché con
l’introduzione della NEP avesse deciso di favorire la piccola
borghesia.

Di tutto ciò che abbiamo detto,
resterebbe una cosa da approfondire, ma lo si potrà fare in un libro
dedicato a Stalin. Con lo stalinismo il socialismo russo assunse una
fisionomia marcatamente statalistica. Il che lo rendeva non meno
odioso, non meno traditore del socialismo riformistico contro cui
Lenin aveva tuonato per buona parte della sua vita. Dunque come mai
il nazionalsocialismo di Hitler non riuscì ad abbatterlo? Non certo
per merito dello stalinismo. Semmai per merito del popolo sovietico,
che però non ebbe mai il coraggio di abbattere lo stalinismo: la
destalinizzazione avviata da Krusciov fu una semplice operazione di
facciata, che risultò persino sgradita alla nomenklatura.

Il socialismo statalistico
implose da sé, per le proprie interne contraddizioni, che si erano
accumulate in maniera troppo vistosa per reggere il confronto coi
progressi del capitalismo occidentale. Forse si potrebbe dire che la
rivoluzione sovietica non è fallita solo perché al leninismo è
subentrato lo stalinismo; molto probabilmente lo sarebbe stata anche
se avesse prevalso il trotskismo. Cioè non è fallita perché è
diminuita la capacità democratica di gestire lo Stato e il partito,
ma proprio perché non hanno funzionato i presupposti economici che
col tempo avrebbero dovuto rendere inutile la presenza e dello Stato
e del partito. Tutto è sempre stato regolamentato dall’alto, senza
mai concedere nulla alle autonomie locali.

Tuttavia l’idea di creare un
socialismo democratico, promossa da Gorbaciov, non fu accettata sino
in fondo: si era troppo abituati alla dittatura per poterla capire.
Sicché il socialismo russo finì col retrocedere verso le posizioni
del capitalismo statale, dopo una breve e fallimentare esperienza di
capitalismo privato al tempo di quello sciagurato di Eltsin.

Oggi il socialismo che va per la
maggiore è quello mercantile della Cina, che è capitalistico sul
piano sociale e statalistico su quello politico, ove il governo è
gestito da un partito dittatoriale, un vero partito-stato come quello
staliniano, ideologicamente caratterizzato, anche se l’ideologia
viene posta al servizio delle esigenze del potere, il quale potere ha
un atteggiamento conciliante, bonario, paternalistico nei confronti
di chi pensa ad assumere atteggiamenti meramente borghesi.

Non esiste da nessuna parte del
mondo un socialismo basato sull’autoconsumo e sulla democrazia
diretta
, un socialismo autogestito da comunità locali,
circoscritte geograficamente, che si limitano a praticare il baratto
delle eccedenze
. Un secolo e mezzo di antropologia ed etnologia
culturale non è stato sufficiente per individuarlo nelle comunità
primitive. Quando sarà realizzato questo tipo di socialismo, si
chiuderà il cerchio, e l’umanità, dopo aver sperimentato tutte le
possibili forme dell’antagonismo sociale, tornerà finalmente al
comunismo primitivo e, a partire da quello, sarà titolata a popolare
l’intero universo.

*

La seconda cosa potrà essere
approfondita solo dedicando un libro all’Unione Europea.

Dopo due guerre mondiali, che
nel continente europeo sono state assolutamente devastanti, tanto da
fargli perdere l’egemonia mondiale a vantaggio degli Stati Uniti, i
governi borghesi detestano l’idea di poter condurre delle guerre
all’interno del loro continente. Infatti sanno benissimo che le forze
distruttive sono equivalenti, per cui la guerra risulterebbe
disastrosa anche ai vincitori. Questa cosa gli statunitensi non la
sanno, poiché non hanno mai sperimentato all’interno dei loro
confini una guerra mondiale. L’unico momento in cui hanno vissuto una
cosa simile è stato al tempo della cosiddetta “guerra di
secessione” tra il nord industrializzato e il sud agrario. Ma
proprio a partire da quel momento han conosciuto un progresso
inarrestabile, in virtù del quale si sentono i più forti del mondo.

Diciamo che tra i due continenti
capitalistici è soprattutto quello europeo che teme le rivoluzioni
proletarie: di qui la maggiore disponibilità a cercare dei
compromessi con le idee del socialismo. In effetti dai moti
rivoluzionari del 1848 alla Comune di Parigi del 1871, dalle
rivoluzioni russe del 1905 e del 1917 al Biennio Rosso del primo
dopoguerra, dalla Resistenza durante la II guerra mondiale alla
contestazione operaia-studentesca (1968-77) il rischio di un
rivolgimento del sistema è stato piuttosto elevato nell’Europa
occidentale. Si potrebbe anzi dire che tutti i paesi capitalisti del
mondo hanno cominciato a temere seriamente le influenze del
socialismo rivoluzionario dall’Ottobre bolscevico sino al crollo
dell’Unione Sovietica nel 1991. Dopo la II guerra mondiale
scatenarono una sorta di “guerra fredda”, che durò oltre 40
anni, solo perché quella calda gli europei non sarebbero stati
disposti a condurla. Per poter riparlare di “guerra calda”
dovrebbe prima scomparire la generazione nata negli anni Trenta, che
quella guerra la fece o la subì, in un modo o nell’altro, uscendone
letteralmente traumatizzata. E bisogna dire che ormai anche quella
generazione se n’è andata.

Non se ne è andata però la
paura del socialismo. Ha solo cambiato pelle. Oggi si teme il
socialismo cinese, quello che si pone in una veste capitalistica, in
cui lo Stato è in grado di controllare l’economia, e che anzi sa
fare di questa economia il maggior concorrente delle economie
capitalistiche occidentali, tutte caratterizzate da uno spiccato
individualismo, dove il ruolo dello Stato è nettamente in funzione
del capitale.

Naturalmente che il governo
pseudo-comunista cinese sia in grado di controllare un’economia di
tipo capitalistico è una pura illusione. Una volta avviato, il
capitalismo finisce col mettere in discussione anche gli assetti
politici. È solo questione di tempo. Il capitalismo è sempre e
soltanto una forma esasperata di individualismo, il quale, ad un
certo punto, non sopporta più la veste autoritaria o paternalistica
del potere politico, e tende a rovesciarlo. Il fatto stesso che lo
Stato cinese stia cercando, affannosamente, di trovare uno sbocco
mondiale alle merci del proprio capitalismo, dimostra che le
contraddizioni stanno diventando esplosive, per non parlare del fatto
che è vietato parlare di Tien an men o di usare il web come si
vuole. Singapore, Hong Kong, Shangai, Taiwan… sono destinate a far
parte di un grande impero cinese; la Corea, il sud-est asiatico
diventeranno dei “protettorati”. Anche il Giappone dovrà
arrendersi, poiché la Cina non può dimenticare quel che ha subìto
nel proprio territorio a causa del militarismo e imperialismo
nipponico.

La società cinese è composta,
soprattutto nell’area occidentale, di centinaia di milioni di
contadini poveri, che si stanno trasferendo in massa nelle grandi
città dell’area orientale. Il governo ha disperato bisogno di
trovare una nuova collocazione a questi enormi esuberi di manodopera.
Di qui la ricerca di aree difficili del pianeta, in cui poter far
lavorare, in condizioni disagiate, i propri cittadini,
ricompensandoli con lauti guadagni. Che questi territori siano la
Siberia o che si trovino in Africa o in America Latina non fa alcuna
differenza. L’importante è che ci siano.