L’idea di internazionalismo

(Lenin e la guerra imperialista)

Nel corso della I guerra mondiale Lenin precisò più volte cosa voleva dire essere internazionalisti per un socialista. Forse tutte le sue idee possono essere riassunte nelle seguenti tre.

  1. Riconoscere alle nazioni il diritto all’autodecisione o autodeterminazione. Qui aveva in mente nazioni non espressamente colonizzate, ma che avrebbero potuto esserlo se avessero perso la guerra. Intendeva riferirsi anche a porzioni di territorio europeo appartenenti a nazioni chiaramente imperialistiche: per es. gli irlandesi nel Regno Unito, gli italiani a Nizza, i danesi dello Schleswig, i belgi, i polacchi e gli alsaziani oppressi dai tedeschi, il 57% della popolazione in Russia (i grandi-russi opprimevano non solo le nazionalità in Siberia, ma anche una parte della Polonia, la Finlandia, l’Ucraina…). Il concetto di “nazione” che aveva Lenin a volte sembra riferirsi a nazionalità, etnie, minoranze linguistiche…
  2. Riconoscere alle nazioni oppresse (chiaramente già colonizzate) il diritto alla liberazione nazionale, o comunque il diritto di decidere liberamente il proprio destino. Inghilterra, Francia e Germania – scrive Lenin a p. 130 – “hanno insieme una popolazione di circa 150 milioni di abitanti, ma opprimono una popolazione di circa 400 milioni di abitanti”. Questi primi due punti venivano considerati fondamentali per realizzare la pace in Europa. Per Lenin non aveva alcun senso il diritto a una pace senza condizioni. Se non ci fosse stato il riconoscimento del diritto all’autodecisione per tutte le nazioni del mondo; nonché il rifiuto di ogni annessione di territori altrui; e il rifiuto di ogni indennizzo, poiché inevitabilmente sarebbero stati i popoli a pagarlo, qualunque trattato di pace sarebbe stato una presa in giro. In tal senso gli pareva ridicola la borghesia belga, che chiedeva d’essere liberata e indennizzata dai tedeschi, quando essa stessa stava rapinando 15 milioni di abitanti del Congo.
  3. Favorire l’azione rivoluzionaria del proletariato delle grandi potenze, che superi i limiti delle nazionalità e rovesci la borghesia internazionale (p. 125).

Quest’ultimo punto poteva essere meglio precisato, specificando p.es. che si trattava di realizzare un’alleanza strategica tra il proletariato occidentale e quello coloniale, al fine di mostrare che, pur lavorando per i capitalisti che sfruttano le colonie, il proletariato occidentale farà di tutto per emanciparsi da questo ruolo increscioso, che lo rende complice del colonialismo contro la propria volontà.

Secondo lui la concessione dell’indipendenza alle colonie sarebbe stata impossibile senza una contestuale rivoluzione socialista nei paesi avanzati, nelle madrepatrie. Non parla mai di rivoluzione socialista autonoma nell’ambito delle medesime colonie. Infatti il marxismo prevedeva la necessità di una preliminare rivoluzione industriale. Nelle colonie potevano esserci “rivendicazioni spontanee”, ma la rivoluzione dell’avanguardia cosciente degli operai industrializzati è un’altra cosa. Naturalmente perorava l’idea di una “lotta solidale, internazionale per la rivoluzione socialista” (p. 133) tra il proletariato dei paesi oppressori e quello dei paesi oppressi. Tale lotta comune doveva servire per eliminare la “sfiducia” dei secondi nei confronti dei primi.

Assai raramente il socialismo riformistico prendeva in considerazione tali argomenti, anche perché si era convinti che le colonie fossero abitate solo da lavoratori contadini e artigianali, il cui livello culturale era modestissimo. L’imperialismo veniva visto come una realtà che rende lontane le motivazioni del benessere occidentale, anche se, attraverso i mercati internazionali, tutte le cose lontane diventano molto vicine. O meglio: la mancanza di coscienza rivoluzionaria faceva avvertire molto vicine le merci più lontane, ma non le persone che le producevano. Ancora oggi è così.

Più interessante è la sua idea secondo cui se una colonia dichiara guerra alla madrepatria, per liberarsi del proprio sfruttamento, questa guerra dovrebbe essere considerata “giusta”, “difensiva”, per definizione, indipendentemente da chi abbia attaccato per primo (p. 137).

Scrive a Ines Armand, la quale non aveva capito la differenza tra “difesa della patria” e “internazionalismo proletario”, ovvero perché gli operai non potessero difendere la loro patria: “L’unità internazionale degli operai è più importante di quella nazionale” (p. 214). L’espressione “l’operaio non ha patria” significa che “la sua situazione economica (le salariat) non è nazionale ma internazionale, e il suo nemico di classe è internazionale…” (ib.). Questo però non significa che non siano ammesse dal marxismo delle guerre di liberazione nazionale. “La patria è un concetto storico, non può essere interpretata astrattamente” (p. 215).

“Tutto lo spirito del marxismo, tutto il suo sistema esige che ogni situazione venga esaminata 1) storicamente; 2) solo in connessione con le altre [situazioni]; 3) soltanto in connessione con l’esperienza concreta della storia” (ib.). Su questa metodologia d’indagine per la comprensione dei fenomeni sociali e storici vediamo un’altra affermazione: “Non bisogna prendere singoli esempi, casi isolati, che è sempre facile distaccare dalla connessione dei fenomeni sociali e che non hanno alcun valore, perché è sempre facile addurre l’esempio opposto” (p. 258)

Tale impostazione ermeneutica degli eventi è anti-idealistica per definizione, opposta a ogni astratta etica e filosofia. Se vogliamo, è persino refrattaria alla stessa scrittura in sé. Se quanto dice Lenin è vero, non ha alcun senso mettere per iscritto delle tesi che si vogliono sostenere nella loro scientificità, a meno che non si voglia precisare, in via preliminare e ben chiaramente, ch’esse hanno un valore circoscritto nello spazio e nel tempo, cioè si riferiscono a qualcosa di assolutamente determinato e che quindi, al mutare delle situazioni, esse non possono più pretendere alcuna validità.

È incredibilmente difficile incontrare nella storia del pensiero umano una persona che usi un linguaggio così categorico e che, nel contempo, neghi a ogni propria affermazione il diritto di essere sovratemporale. Quando si leggono i testi di Lenin bisogna prima chiedersi se nella propria mente non vi siano dei pregiudizi ideologici o culturali o psicologici, dei condizionamenti pregressi che possono inficiare una loro adeguata comprensione. Il che è incredibilmente complesso, proprio perché si tende, spontaneamente, a cercare una certa coerenza nelle parole, soprattutto in quelle scritte. Abbiamo impressione che la coerenza teorica ci dia maggiore sicurezza.

Lenin invece ci insegna che la coerenza va cercata soltanto tra i fatti che avvengono in un momento preciso e le parole con cui si cerca d’interpretarli. Al mutare dei fatti, anche le parole devono esserlo. Deve restare soltanto una metodologia (il marxismo per lui era solo una “guida per l’azione”). Il presente domina nettamente sul passato, ma non può ipotecare il futuro.

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Oggi ci vorrebbe una V Internazionale (la IV, quella trotskista, non ha mai avuto alcun successo). Dovrebbe essere composta da quei partiti che hanno intenzione di rovesciare il sistema su scala mondiale.

Resta evidente che ogni partito deve decidere da solo il momento giusto in cui agire. Tuttavia, gli altri partiti, presenti nell’Internazionale, dovrebbero garantire un appoggio esterno; soprattutto dovrebbero impedire qualunque ingerenza da parte degli Stati capitalistici nel paese in cui si scatena la rivoluzione.

Una popolazione deve risolvere per conto proprio i problemi che le impediscono di esistere in maniera democratica. L’Internazionale dovrebbe limitarsi a impedire che gli oppressori chiedano aiuto a forze esterne. L’appoggio esterno dell’Internazionale dovrebbe limitarsi ai viveri e ai medicinali, ma anche evidentemente alle dichiarazioni politiche e diplomatiche.

Una popolazione può anche essere rifornita di armi, visto che deve combattere contro i propri eserciti e visto anche che tutti gli Stati capitalistici pretendono di avere dei cittadini disarmati, o comunque non armati in maniera tale da potersi opporre a degli eserciti.

Quello che si deve impedire è che delle forze esterne giungano nel paese in fase rivoluzionaria con proprie armi, con cui possono colpire il paese dall’esterno, e che possono farlo con qualunque arma, intromettendosi attivamente nella gestione della difesa militare della proprietà privata. Se ciò avvenisse, la reazione dell’Internazionale dovrebbe essere immediata e severa.

L’Internazionale dovrebbe altresì impedire qualunque forma di embargo commerciale mentre è in corso una rivoluzione, così come qualunque forma di isolamento mediatico e diplomatico.

Autore: Mikos Tarsis

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