Costruire il socialismo

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(Lenin e la guerra imperialista)

Lenin ha sempre detto che per costruire il socialismo non basta eliminare la proprietà privata dei mezzi produttivi, bisogna anche mettere in cantiere una nuova proprietà sociale di tali mezzi, cioè un utilizzo comune. Ecco perché i lavoratori devono anzitutto “educarsi” a lottare a favore della democrazia, prima ancora di realizzare il socialismo.

Quando parla di “lavoratori” intende riferirsi a tre principali categorie produttive: proletari (operai), semiproletari (braccianti agricoli) e piccoli contadini (padroni di un piccolo lotto di terra, sufficiente a mantenere una famiglia). Quest’ultimi, secondo lui, erano già dei “piccolo-borghesi”, in quanto preferivano una gestione familiare della terra a una collettivistica, ma Lenin era convinto che, col tempo, sulla base dell’esempio altrui, si sarebbero convinti da soli della maggiore efficienza di una gestione comune della terra.

Resta però da capire in quale categoria collocare tutte le classi improduttive, prive di proprietà: burocrati, funzionari amministrativi, politici, sindacalisti, insegnanti, forze dell’ordine, scienziati… Tutte categorie materialmente improduttive, in quanto caratterizzare da servizi immateriali. Lenin, per es., era un intellettuale (politico, giornalista, pubblicista): dove si sarebbe collocato? Nel semiproletariato? O nella piccola borghesia intellettuale? In fondo era privo di proprietà e non svolgeva un lavoro di tipo manuale.

Politici, funzionari, amministratori…, pur essendo privi di proprietà produttive (aziende, terre…), possono percepire, nel capitalismo, stipendi significativi, virtualmente in grado di portarli, col tempo, a detenere dei capitali o dei beni in proprietà, e quindi a diventare molto più agiati dei piccoli contadini. Come pensava Lenin di risolvere questo problema? In un semplice modo: nel socialismo nessuno poteva avere uno stipendio superiore al salario di un operaio medio. Uno poteva fare il lavoro che voleva, ma sin dall’inizio doveva sapere che non si sarebbe potuto arricchire.

Probabilmente questa era una soluzione minimalistica. Infatti, per vincere la separazione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale bisogna superare la divisione stessa del lavoro. Ma per superare questa divisione, bisogna realizzare un socialismo così democratico che persino la differenza di genere sessuale, prodotta dalla natura, non è più in grado di creare una divisione nel lavoro. Bisogna creare un tipo di socialismo in cui la differenza di genere non venga usata per imporre una determinata divisione nelle mansioni produttive. Tutti devono saper fare tutto, compatibilmente alla propria costituzione fisica.

Al momento di compiere la rivoluzione Lenin chiese che anche le donne venissero armate. Non è possibile che in una comunità autogestita le decisioni vengano prese solo dagli uomini. La differenza fisica di genere è funzionale unicamente alla riproduzione sessuale; per tutto il resto non deve avere alcuna rilevanza. Queste cose però come sono possibili se non si ritorna al comunismo primordiale? Sono state fatte tante rivoluzioni, borghesi e proletarie, ma quella di genere non è forse rimasta, in ultima istanza, lettera morta?

*

“Il socialismo porta all’estinzione di qualsiasi Stato e, quindi, anche di qualsiasi democrazia, ma il socialismo non può essere realizzato altrimenti che attraverso la dittatura del proletariato, la quale associa la violenza contro la borghesia, cioè contro una minoranza della popolazione, al pieno sviluppo della democrazia, cioè alla partecipazione, veramente generale e con diritti veramente uguali, di tutta la massa della popolazione a tutti gli affari politici e a tutte le complesse questioni della liquidazione del capitalismo”. Così Lenin scrive a p. 205, dicendo in sostanza che esistono due forme di “democrazia”, quella formale della borghesia e quella sostanziale del proletariato che costruisce il socialismo. E finché la borghesia fa resistenza, la dittatura impedirà l’esistenza persino di quella formale.

Sono due democrazie completamente diverse, anche perché in quella del capitalismo comanda la sola borghesia, mentre in quella del socialismo deve comandare tutto il popolo lavoratore. La borghesia non viene neppure considerata una classe di “lavoratori”, ma solo di “sfruttatori del lavoro altrui”. Un lavoratore vero e proprio non può essere sfruttato da nessuno. Ecco perché Lenin parla di “dittatura del proletariato”. Finché esiste una borghesia che, per arricchirsi, assume dei lavoratori in cambio di un salario o di uno stipendio, non ci può essere “piena democrazia”, proprio perché non c’è una “piena realizzazione del socialismo”. La democrazia dipende dal socialismo, e non il contrario. La democrazia borghese non ha da insegnare nulla al socialismo proletario.

Lenin è un grande soprattutto quando fa affermazioni come la seguente, in cui evidenzia bene la sua magistrale tattica operativa: “La soluzione marxista del problema della democrazia prevede che il proletariato, nel combattere la sua lotta di classe, utilizzi tutte le istituzioni e le aspirazioni democratiche contro la borghesia allo scopo di preparare la vittoria del proletariato su questa classe, allo scopo di rovesciarla. Questa utilizzazione è tutt’altro che facile, e agli ‘economisti’1, ai tolstoiani, ecc. spesso sembra un’illegittima concessione allo spirito ‘borghese’ e opportunistico, proprio come a P. Kievski2 sembra un’illegittima concessione allo spirito borghese la difesa dell’autodecisione delle nazioni ‘nell’epoca del capitale finanziario’” (p. 205). In sostanza diceva che chi rinuncia a usare le istituzioni democratiche, che la stessa borghesia si è data e che col suo comportamento ha snaturato e svilito, si arrende senza condizioni all’opportunismo, e proprio mentre afferma di volerlo combattere meglio. Ci vorrebbe un intero volume per commentare frasi del genere. A volte si ha l’impressione che Lenin ragionasse secondo alcune massime neotestamentarie: “Vagliate tutto e trattenete il buono” (1Ts 5,21); “Siate semplici come colombe e astuti come serpenti” (Mt 10,16).

Se la sua posizione era cinica, allora lo era anche quella dei cristiani di duemila anni fa; e i cristiani di oggi, quando fanno i “puri” come Tolstoj, sono soltanto degli ingenui idealisti, anzi, degli ipocriti che fanno il gioco della borghesia al potere. È così, infatti, che va interpretata l’affermazione: “si piegano all’opportunismo senza condizioni”. La purezza – secondo Lenin – non poteva essere data dalla separazione ideologica, dall’isolamento politico, restando in attesa di una catastrofe di tipo apocalittico. Una posizione del genere non avrebbe fatto ottenere alcun consenso rivoluzionario. Bisognava invece sporcarsi le mani, cercando di salvaguardare soltanto quella coerenza necessaria a non tradire i princìpi fondamentali del socialismo. I parlamenti, in fondo, non sono molto diversi da una centrale nucleare in avaria: per sistemare il guasto non ci si può stare oltre un certo tempo. Bisogna organizzare dei turni piuttosto frequenti, altrimenti davvero anche ciò che viene dal di fuori contamina l’uomo!

Lenin profetizzava una cosa che poi puntualmente si sarebbe verificata: “la guerra minaccia di diventare tutta un’epoca” (p. 206). Infatti sulla Terra non è rimasto più nulla da spartire. Sotto l’imperialismo, fase estrema del capitalismo, i conflitti non possono che aumentare, non solo tra paesi capitalisti (vecchi e nuovi), ma anche tra questi e le colonie e, oggi, dopo l’Ottobre, potremmo aggiungere, tra paesi capitalisti e paesi socialisti. I brevi momenti di pace sono quelli successivi a guerre devastanti, in cui qualcuno finisce con l’imporre la propria egemonia, almeno fino a quando non emerge qualcun altro che vuole competere alla pari o qualche colonia che si ribella al proprio sfruttamento.

Dall’Ottobre a oggi la storia ha dimostrato:

  1. che l’egemonia capitalistica mondiale, di tipo privatistico, è passata dalle mani di Francia e Inghilterra alle mani degli Stati Uniti;
  2. che solo compiendo una rivoluzione politica e difendendola militarmente è possibile creare un paese socialista che si renda autonomo dal mercato capitalistico mondiale;
  3. che un’esperienza di socialismo statale non è destinata a durare;
  4. che un capitalismo di marca asiatica, cioè caratterizzato da un certo collettivismo, può diventare più forte del capitalismo occidentale, caratterizzato da uno spiccato individualismo;
  5. che non esiste alcuna “terza via” tra capitalismo e socialismo; semmai esistono vari modi di realizzare il socialismo;
  6. che, a tutt’oggi, l’unica esperienza davvero democratica del socialismo resta quella del comunismo primordiale.

La “democrazia integrale”, di cui parla Lenin, può essere una sola: quella autogestita da una popolazione locale che pratica la democrazia diretta. Egli aveva intuito che la democrazia dei soviet poteva costituire l’embrione della futura democrazia socialista, ma non ebbe il tempo per porre le basi del superamento degli organi statali. Aveva bisogno dello Stato per vincere la controrivoluzione interna e l’interventismo straniero, e quando vi riuscì, non fece in tempo a proseguire l’opera di edificazione del socialismo nelle condizioni della pace sociale e civile. Anzi, l’idea che aveva di industrializzare l’intera Russia, per impedire che in una prossima guerra mondiale venisse sconfitta da paesi capitalisti alleati tra loro, fu sfruttata dallo stalinismo per imporre un regime ingiustificato di continuo terrore.

Lo stalinismo fu l’espressione del risentimento bieco e volgare degli oppressi, destinato a non avere mai fine, continuamente indotto a vedere nel prossimo un proprio potenziale nemico. Fu il mezzo più efficace per imporre le idee del socialismo in nome dello Stato, gestito da un partito di intellettuali burocrati e carrieristi, per lo più dominati dal cinismo e dalla piaggeria. Lo stalinismo è stato l’esperienza più matura del socialismo statale industrializzato, la cui versione ruralizzata fu rappresentata dal maoismo.

Di queste esperienze occorre superare non solo la statalizzazione, ma anche l’industrializzazione selvaggia (pagata dal mondo rurale e dalla natura). Va superata anche qualunque collettivizzazione forzata compiuta dallo Stato. Se il collettivismo non è una libera scelta, che si acquisisce guardando l’esperienza altrui, non serve ad aumentare la democrazia ma a diminuirla.

*

Il primo obiettivo del nuovo governo era quello di garantire una pace immediata, senza conquista di terre straniere, senza annessione forzata di altri popoli, senza alcuna indennità per i danni materiali causati da una guerra imposta dai governi. Un popolo è libero se può decidere autonomamente il proprio destino, e questo non può essere fatto se delle truppe militari stranieri stazionano sul suo territorio. La rivoluzione proletaria russa poneva per la prima volta all’ordine del giorno la liberazione di tutte le colonie.

Non solo, ma nel Decreto sulla pace (26 ottobre 1917) il governo bolscevico affermava di voler abolire la diplomazia segreta e di voler condurre “tutte le trattative in modo assolutamente pubblico, davanti a tutto il popolo, cominciando subito la pubblicazione integrale dei trattati segreti…” (p. 317). Dichiarando abrogato tutto il contenuto di quei trattati, metteva nel panico i governi alleati, mentre la guerra era ancora in corso.

Quando Lenin propose un armistizio di almeno tre mesi tra i paesi belligeranti, al fine d’intavolare trattative di pace tra tutti i popoli coinvolti nella guerra e non solo tra i governi che l’avevano scatenata, stava facendo una netta e inedita distinzione tra “popolo” e “governo”, cioè stava abituando tutti a capire che si devono odiare i governi guerrafondai (imperialistici) e non i popoli, che pur eseguono la volontà dei loro governi. In tal modo confidava che il proletariato inglese, francese e tedesco contribuisse a rendere d’importanza decisiva il Decreto sulla pace.

Lenin non aveva intenzione di far passare le sue condizioni di pace con un atteggiamento perentorio, ultimativo. Era disposto ad accettare qualunque proposta di pace, sottoponendola “al giudizio dell’Assemblea Costituente” (p. 319). Nessuno al mondo aveva fatto proposte più umane e democratiche delle sue.

Note

1 Gli “economisti” erano quelli (come i tolstojani e i credenti onesti in genere) che consideravano la politica, ovvero le strutture di potere, come qualcosa di corrotto per definizione, da cui non si poteva ricavare alcunché di utile per la democrazia.

2 Era lo pseudonimo di G. Piatakov.

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Pubblicato da Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

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