Dalla guerra imperialistica a quella civile

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(Lenin e la guerra imperialista)

“La rivoluzione in tempo di guerra è la guerra civile: la trasformazione della guerra dei governi in guerra civile è facilitata, da una parte, dai rovesci militari (dalla ‘sconfitta’) di questi governi; dall’altra parte è praticamente impossibile tendere realmente a questa trasformazione senza concorrere, in pari tempo, alla disfatta” (p. 126).

Queste sono parole molto pesanti, che può pronunciare solo un leader che sa esattamente quello che vuole, cioè che sa di poter conseguire un determinato obiettivo politico con un certo margine di sicurezza. In caso contrario il suo atteggiamento non apparirebbe soltanto avventuristico, ma anche altamente irresponsabile, inqualificabile. Chi potrebbe ascoltare un leader politico che approfitta del momento della guerra nazionale contro un nemico comune per cercare di abbattere il proprio governo? Se proprio si voleva fare una rivoluzione, sarebbe stato naturale aspettare la fine della guerra.

Poiché in guerra si tende a semplificare i problemi e quindi i mezzi e i modi con cui risolverli, è molto facile vedere la nazione contro cui si combatte come “interamente nemica”. Non si fanno più distinzioni tra governo e popolazione: i governi dichiarano la guerra e le popolazioni materialmente la fanno, in spirito di obbedienza e secondo motivazioni patriottiche. Quando scoppia una guerra o si vince o si perde, o si uccide o si viene uccisi, o sei mio alleato o mio nemico, gli amici o i nemici del mio alleato sono miei amici o nemici… Le guerre scatenano gli stati d’animo e i pensieri peggiori, gli atteggiamenti più unilaterali, più estremistici, e alimentano le illusioni più forti, soprattutto quelle che ripongono nella guerra la soluzione di quei problemi rimasti irrisolti in tempo di pace. Le guerre non fanno altro che aggravare situazioni già difficili, a meno che non siano guerre di conquista, in cui il nemico perde clamorosamente perché non dimostra di potersi difendere con successo (vedi ad es. le guerre coloniali). È quindi normale temere che se il proprio governo perderà la guerra, si verrà occupati o sottomessi dalla nazione vittoriosa.

Per propagandare l’idea di “guerra civile tra classi sociali opposte”, occorre prepararla ben prima che scoppi la guerra tra governi nazionali. La popolazione deve sapere con largo anticipo che il proprio governo in carica va considerato come un nemico da abbattere e si cercherà ovviamente di farlo quando esso dimostra d’essere più debole. Ed è un nemico da abbattere non solo perché porta l’intera nazione in guerra, ma anche e soprattutto perché tutela le classi sociali proprietarie contro quelle nullatenenti, pur propagandando l’idea di uno Stato interclassista, quelle stesse classi borghesi che con la guerra potranno anche arricchirsi ulteriormente.

L’ideale sarebbe quello di realizzare un’organizzazione internazionale precedente alla guerra mondiale, in grado di affrontare qualunque tipo di minaccia alla stabilità internazionale, facendo di ogni tensione (anche di quelle a livello locale-regionale) un’occasione per affrontare il casus belli in maniera democratica, diplomatica, senza aver paura di coinvolgere l’opinione pubblica, i mass media. Bisogna convincersi prima che esiste la possibilità di considerare il proprio governo come un nemico da abbattere per garantire la pace mondiale, e bisogna che il proprio governo sappia che esiste questa possibilità concreta, non puramente teorica.

Il che non vuol dire che si riconoscerà, in maniera automatica, il nemico del proprio governo come un proprio alleato, ma vuol dire, semplicemente, che durante la guerra il proprio governo dovrà sapere di non poter contare (meno che mai in maniera incondizionata) su un vero appoggio da parte della propria popolazione (di sicuro non l’avrà da parte di quella popolazione più consapevole dei propri diritti).

Un’organizzazione internazionale democratica dovrebbe far capire a tutti i governi che tutte le popolazioni si comporteranno nella stessa maniera, per cui, in caso di guerra, si considereranno “nemici” anzitutto i governi che mostreranno, dichiarando d’entrare in guerra, di avere intenzioni aggressive (anche quando diranno di non averle), finalizzate alla conquista di territori altrui o alla sottomissione di popolazioni straniere.

Tutti i governi del mondo dovrebbero sapere in anticipo che, in caso di guerra mondiale (o anche solo regionale), le rispettive popolazioni potrebbero far scoppiare una guerra civile contro di loro, al fine di abbatterli. Dovrebbero sapere, preliminarmente, che potranno avere un nemico in patria, proprio nel momento in cui dichiareranno guerra a una qualche nazione. Devono sapere che questo nemico interno non farà differenza tra guerra offensiva e guerra difensiva, ma soltanto tra governo democratico e antidemocratico. Infatti un governo antidemocratico non chiede mai alla propria popolazione se vuole entrare in guerra, e pur di farla entrare è disposto a sostenere che la propria guerra offensiva è condotta con intenzioni puramente difensive o democratiche (oggi per es. è una caratteristica di tutte le guerre regionali farle in nome dell’esportazione dei diritti umani, sancita per di più dalla volontà dell’ONU).

Questi governi antidemocratici devono sapere che il giudizio popolare sul loro tasso di democrazia non verrà dato sulla base dell’atteggiamento ch’essi avranno di fronte alla guerra, cioè sulla base delle decisioni motivate, degli alleati cercati, delle modalità con cui hanno intenzione di condurla, ma sulla base dell’atteggiamento che hanno tenuto nei confronti dei più gravi problemi sociali della nazione, ben prima dell’inizio della guerra.

Un governo deve dimostrare anzitempo che merita la fiducia dei propri cittadini. Non può pretendere di averla solo perché, in caso di guerra, si deve restare uniti contro un nemico comune. La guerra costa sacrifici enormi, pagati dai cittadini con meno potere politico; i governi, se la guerra viene perduta, al massimo si dimettono o fuggono all’estero. Tutti i governi del mondo dovrebbero sapere in anticipo che, in caso di sconfitta, non ci si potrà nascondere da nessuna parte. Chi si rende responsabile di crimini contro l’umanità, dovrebbe poter essere giudicato da organismi internazionali anche nel caso in cui risultasse vincitore. Non è possibile giudicare soltanto gli sconfitti, anche perché non è detto ch’essi siano gli unici colpevoli o che siano più colpevoli dei vincitori (benché la storia e quindi la storiografia venga fatta sempre da chi vince).

Di sicuro non è possibile tollerare i crimini contro l’umanità da parte di quelle nazioni che li hanno compiuti sulla base della motivazione secondo cui, in caso contrario, avrebbero perduto la guerra o comunque avrebbero dovuto mettere a rischio le vite di migliaia di soldati, o sulla base della motivazione secondo cui hanno dovuto ricorrere a tali soluzioni estreme perché la nazione contro cui combattevano si era già resa responsabile di crimini analoghi.

Non ci può essere alcuna motivazione razionale quando si compiono atti di genocidio o atti di sterminio di massa. Anzi, con la capacità distruttiva delle armi attuali, ogni governo dovrebbe sapere in anticipo che, in caso di guerra (regionale o mondiale), rischia di essere rovesciato dalla propria popolazione, proprio perché ogni popolazione sa in anticipo che potrebbe essere distrutta, in maniera indiscriminata, dalle armi del nemico. Il potenziale bellico delle armi attuali non è infatti in grado di distinguere obiettivi militari e obiettivi civili. Anzi, in un conflitto nucleare si deve dare per scontato che a morire i civili saranno infinitamente di più dei militari.

Quindi l’idea che aveva Lenin era giustissima: in caso di guerra mondiale i governi devono sapere che le loro popolazioni nazionali potranno approfittarne per rovesciarli, compiendo una rivoluzione sociale, civile e politica. In virtù di tale rivoluzione il proletariato potrà anche far perdere la guerra al proprio governo. Il principale nemico da abbattere è in patria, soprattutto quando il governo in carica difende gli interessi di chi possiede i mezzi di produzione, o quando fa alleanze con governi che si comportano nella stessa maniera.

È meglio passare per traditori di una patria difesa da un governo oppressivo che traditori del proprio popolo, che subisce quella oppressione. Sono i governi che devono dimostrare di rappresentare veramente la volontà delle loro popolazioni. Ogni dichiarazione di guerra dovrebbe, quanto meno, essere sottoposta a referendum, preceduto da ampio dibattito. E la popolazione, destinata ad andare in guerra, dovrebbe sapere in anticipo quali sono tutti i motivi, nessuno escluso, per cui deve farlo. Se i governi non accettano queste condizioni, se i governi pensano di dover fare gli interessi solo di una piccola parte della popolazione, se pensano di dover stipulare trattati in gran segreto coi possibili alleati – sono governi che vanno abbattuti con una guerra civile, così come hanno fatto tutte le rivoluzioni borghesi contro le classi nobiliari. Nel Nord America scoppiò una guerra civile durissima persino tra due tipologie differenti di classi borghesi: industriali e agrari schiavisti. Non si vede perché nei confronti della guerra civile tra borghesia e proletariato si debba mostrare una ripugnanza per motivi di principio. L’unificazione nazionale in Spagna e in Portogallo non fu forse una guerra civile tra cristiani e islamici, entrambi feudatari e borghesi? Le rivoluzioni borghesi compiute in Francia e in Inghilterra non furono forse delle guerre civili tra borghesia e aristocrazia? E quante guerre civili sono scoppiate nella storia di Roma?

La guerra civile ha sempre motivazioni di classe, cioè di interessi economici determinati. Che la si conduca prima, dopo o durante una guerra contro un nemico esterno, non fa molta differenza. Se si arriva a far scoppiare una guerra civile, che è necessariamente armata, significa che gli antagonismi sociali hanno raggiunto il massimo della possibile tollerabilità. E la responsabilità dello scoppio di tali guerre ricade sempre su chi detiene le leve del potere politico ed economico, in forza delle quali non è disposto a scendere a compromessi.

Lenin si rendeva conto che parlare di “guerra civile” (e quindi di possibile sconfitta militare del governo in carica), mentre vi era una guerra contro un nemico esterno, poteva essere un argomento difficile da trattare. Però diceva anche che l’onere di dimostrare che tale parola d’ordine era assurda spettava ai partiti avversari, i quali avrebbero dovuto convincere la popolazione nazionale:

  1. che la guerra in corso non era imperialistica o reazionaria;
  2. che la rivoluzione, in rapporto a tale guerra, era impossibile;
  3. che durante la guerra non è possibile organizzare alcuna cooperazione tra i movimenti rivoluzionari di tutti i paesi belligeranti.

Lenin metteva alle strette gli avversari politici prima ancora di far capire al proprio governo che aveva intenzione di organizzare una guerra civile. Aveva bisogno di farlo per vedere su quali forze poteva contare. È infatti inutile minacciare il proprio governo se non si ha la forza materiale per rovesciarlo. Se la prendeva di più coi socialisti sciovinisti e traditori che non coi governi borghesi.

Lenin sapeva benissimo (e lo sapeva anche il governo zarista e poi quello borghese di Kerenskij) che l’idea di trasformare la guerra imperialistica in una guerra civile apparteneva ai soli bolscevichi. Nessun altro partito socialista l’aveva condivisa. Il Posdr non solo faceva un’opposizione parlamentare alla guerra, ma organizzava anche manifestazioni popolari. Lenin più volte ricordò che l’unico leader di rilievo che in un parlamento europeo (quello tedesco) aveva tuonato contro il militarismo era stato Liebknecht.1

L’importante per Lenin non era vincere la guerra, ma compiere la rivoluzione, proprio per impedire il formarsi di nuove guerre in nome del profitto. Non gli interessava la pace in sé, il rifiuto della guerra in sé… Queste, per lui, erano tutte rivendicazioni astratte, piccolo-borghesi. Gli interessava piuttosto avviare un processo rivoluzionario: cosa che riteneva più facile mentre il governo, che si voleva rovesciare, era duramente impegnato in una guerra logorante e stava subendo gravi sconfitte. Era convinto che un popolo insorto avrebbe impedito alle nazioni vincitrici della guerra mondiale di occupare la Russia, proprio perché una cosa è combattere contro il proprio governo, che usa la forza per obbligare i cittadini a entrare in guerra contro un nemico deciso dallo stesso governo; un’altra è combattere coscientemente e volontariamente per difendere la propria terra, le proprie risorse vitali, di cui finalmente si è entrati in pieno possesso.

Egli era altresì convinto che dopo la guerra mondiale sarebbe scoppiata la rivoluzione socialista in vari paesi europei (p. 198). I fatti, purtroppo, gli diedero torto: di fronte al Biennio Rosso italiano e alla Repubblica tedesca di Weimar emersero i peggiori partiti dittatoriali di destra che l’Europa avesse mai avuto: quello fascista e quello nazista.

Nota

1 Durante la I guerra mondiale anche Clara Zetkin, Rosa Luxemburg, Wilhelm Pieck e altri importanti esponenti del SPD rifiutarono la politica del Burgfrieden (un armistizio col governo, con la promessa di astenersi da qualsiasi sciopero durante la guerra).

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Pubblicato da Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

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