Il rapporto di Lenin con Bogdanov

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Aleksandr A. Bogdanov, il cui vero cognome era Malinovskij (1873-1928), fu un politico e un intellettuale bolscevico influente, il primo (aiutato da V. Bazarov e I. Skvortsov-Stepanov) a tradurre in russo Il Capitale di Marx, ristampato per decenni nell’Unione Sovietica, sebbene per motivi politici sia stata evitata qualsiasi menzione della partecipazione di Bazarov e Bogdanov alla traduzione (Skvortsov-Stepanov non fu ostracizzato perché stalinista).

Egli fu anche il più importante scrittore di fantascienza russo prima della rivoluzione del 1917. I due romanzi, La stella rossa (1908), che ebbe un grande successo editoriale, e L’ingegner Menni (1912), furono ambientati sul pianeta Marte, dove fu immaginata una rivoluzione socialista già compiuta da tempo. Vi vengono descritte le varie fasi della vita dell’uomo: educazione, famiglia, alimentazione, vecchiaia, malattia e morte. L’organizzazione armoniosa della società collettivistica è dovuta a una pianificazione efficiente che fonda le proprie decisioni su di un apparato statistico capillare, che registra, mediante segnali elettrici, tutti i dati economici, in entrata e in uscita, e, dopo averli elaborati, indica alle fabbriche le quantità da produrre, ai disoccupati in che fabbrica trovare lavoro, ecc., lasciando comunque ognuno libero di scegliere. Vi sono anche vari accenni alle tecnologie per realizzare trasfusioni di sangue.

Tuttavia la rigida società superindustrializzata sta portando a esaurimento le risorse del pianeta e compromettendo la qualità dell’ambiente, al punto che parte della popolazione vive in città sotterranee. Di qui lo scontro tra due figure che incarnano opposte visioni del socialismo. L’ideologo che impersona una visione rigida e autoritaria, progetta di sterminare la popolazione del vicino e più arretrato pianeta Terra, in cui la rivoluzione non ha ancora vinto, per appropriarsi delle sue risorse, con cui assicurare il futuro del socialismo su Marte. Viceversa, il suo antagonista pensa sia più giusto difendere la diversità delle forme di vita e quindi la possibilità dei terrestri di trovare una propria formula di socialismo.

Il suo Breve compendio di scienza economica, del 1897, fu elogiato da Lenin, pur non senza evidenziare le numerose lacune e imprecisioni: era il primo manuale di economia politica specificamente destinato agli operai socialisti. Fu ristampato varie volte sino alla fine degli anni Venti, essendo stato adottato nelle scuole del Posdr. Nel 1899 pubblicò l’opera Elementi fondamentali di una concezione storica della natura, di ispirazione nietzschiana.

Nel 1903 aderì al partito bolscevico e rifiutò di parteggiare per i menscevichi quando il Posdr tenne il suo II Congresso in clandestinità tra Bruxelles e Londra, spaccandosi in due correnti. L’anno successivo fece un viaggio in Svizzera dove pubblicò, in collaborazione con gli esuli Lunačarskij e Bazarov, un Saggio di una concezione realista del mondo. A Ginevra Bogdanov conobbe Lenin, di cui divenne alleato contro i menscevichi. In quella città Lenin e Bogdanov fondarono nel 1905 la prima rivista bolscevica, “Vperëd” (“Avanti”). Egli invitò a parteciparvi anche Lunačarskij e Bazarov, che Lenin ancora non conosceva. Il primo numero di “Vperëd” fu pubblicato a Genova, grazie all’aiuto economico di M. Gor’kij, contattato da Bogdanov su richiesta di Lenin. Bogdanov era anche membro del Comitato centrale del partito.

Durante la rivoluzione del 1905 Bogdanov rientrò in Russia, dove rappresentò il C.C. nel primo soviet di Pietroburgo. Qui organizzò il III Congresso del Posdr, che si tenne a Londra dal 25 aprile al 10 maggio 1905.1 In ottobre fondò il primo quotidiano bolscevico, la “Novaja Žizn’” (“Vita nuova”), insieme a Krasin, Rumjancev, Gor’kij, Bazarov, Lunačarskij e Ljadov. In quegli anni Bogdanov, potendo rientrare in Russia, conosceva il paese meglio di Lenin; non solo, ma essendo molto apprezzato dagli operai, era considerato il capo dei bolscevichi.

Nel 1905 la polizia zarista indicava Bogdanov e Lenin come i due rivoluzionari russi “più pericolosi in assoluto”. Insieme, uno dalla Russia e l’altro dalla Svizzera, guidarono la neonata frazione dei bolscevichi durante la rivoluzione di quell’anno. Bogdanov divenne rappresentante del primo Soviet dei deputati e degli operai a San Pietroburgo e, con Leonid B. Krasin, organizzò i primi gruppi tecnico-militari del partito.

Quando nel dicembre 1905 fu sciolto il soviet di Pietroburgo, Bogdanov fu arrestato. Mentre era in prigione, fu eletto al C.C. dal IV Congresso del Posdr. Liberato nel maggio 1906, raggiunse Lenin in Finlandia, e abitò nella stessa casa del leader bolscevico a Kuokkala presso il confine russo, collaborando con lui a diverse pubblicazioni. In questo periodo Bogdanov faceva da tramite fra il C.C. e i deputati bolscevichi alla II Duma.

La prima opera filosofica, pubblicata fra il 1904 e il 1906, è stata Empiriomonismo, in tre volumi. Partendo dalle teorie degli empiriocriticisti Mach e Avenarius, dello studioso del linguaggio Philippe Noirè, eglì tentò una sintesi tra i metodi delle scienze naturali e filosofiche, sviluppatesi dopo Marx ed Engels, e la stessa filosofia ed economia di Marx. Si trattava di una teoria generale della società collettivistica, come sistema proprio dell’età industriale, avendo come obiettivi polemici sia l’individualismo che l’autoritarismo. Attribuiva all’industria il potere d’aver trasformato gli operai da meri esecutori a controllori delle macchine, benché nel capitalismo le decisioni vengano prese solo dagli imprenditori. La costruzione di macchine autoregolantisi costituirà lo stadio finale dell’industrializzazione, che permetterà di minimizzare la differenza fra ingegneri e operai, portando a una società davvero egualitaria. L’esito del collettivismo e dell’uguaglianza sarà la fine della lotta di classe. I temi furono ripresi nella Scienza della coscienza sociale, pubblicata nel 1914 e ristampata più volte perché utilizzata come testo nelle scuole di partito.

Il fallimento della rivoluzione del 1905, cui Bogdanov partecipò attivamente, aveva scompaginato le fila del Posdr e di altri partiti eversivi. Negli anni 1907-9 erano state emesse 5.086 condanne a morte, di cui 2.073 eseguite: il numero totale dei condannati politici ai lavori forzati si aggirava sui 10-11.000. Appoggiato dalla maggioranza del partito, fra cui Lunačarskij e Aleksinskij, Bogdanov sosteneva una strategia di forte opposizione alle istituzioni repressive, che consisteva, in particolare, nel boicottare le elezioni per la III Duma, rinunciando al gruppo parlamentare del Posdr e staccandosi completamente dai menscevichi, che cercavano sempre dei compromessi col governo in carica. Ciò ovviamente voleva dire combattere il potere zarista tramite un’organizzazione clandestina che organizzasse una nuova insurrezione. Fu così ch’egli diede vita a un’ala estremista con la quale, alla domanda su che posizione prendere durante la III Duma: entrare in Parlamento attraverso le elezioni per agire dall’interno o continuare così la lotta restando fuori dai confini legali e istituzionali, aveva scelto la seconda opzione.

Lenin invece proponeva di utilizzare non solo le forme clandestine o illegali del partito (rifiutate sempre dai menscevichi), ma anche tutti gli spazi legali rimasti, fra cui appunto i banchi della Duma. Le fazioni radicali di Bogdanov e di altri leader (Lunačarskij, Aleksinskij, Ljadov, Bazarov ecc.) furono chiamate con vari nomi: “otzovisti”, “ultimatisti”, “vperiodisti”, “liquidatori di sinistra”.2 Esse ebbero inizialmente un certo consenso da parte degli operai, consentendo a Bogdanov di trovarsi di fatto, seppur per un breve periodo, a capo del movimento bolscevico. Tuttavia i tempi per una nuova insurrezione non erano ancora maturi: Lenin aveva visto giusto.

Lo scontro fra la sinistra bolscevica e il resto del Posdr ebbe per oggetto anche la filosofia della scienza. Infatti Bogdanov e altri intellettuali a lui vicini pensavano d’integrare la nuova epistemologia empiriocriticista di Ernst Mach e Richard Avenarius nel marxismo, tentando di superare lo schematismo positivistico engelsiano. Contro questo esplicito allontanamento dal marxismo ortodosso Plechanov attaccò Bogdanov ne La critica dei nostri critici, accusandolo d’essere un seguace di Mach anziché di Marx. Bogdanov si difese osservando che lui non era più seguace di Mach di quanto lo stesso Plechanov non lo fosse di D’Holbach, con riferimento al testo principale di Plechanov, La concezione materialistica della storia.

Quanto a Lenin, al fine di evitare l’equiparazione portata avanti dai menscevichi fra bogdanovismo e bolscevismo, pubblicò nel 1908 il famoso libello Materialismo ed empiriocriticismo. Bogdanov rispose con il pamphlet, Fede e Scienza, in cui anzitutto contestava la scorrettezza di Lenin che attribuiva a lui e a Mach idee diverse da quelle effettivamente sostenute. Accusava inoltre Lenin di deviazioni para-religiose (il vero oggetto del contendere era la ‘‘teoria del riflesso”, che Bogdanov e altri filosofi consideravano una deformazione del marxismo da parte di Plechanov e Lenin). Vedeva in Lenin il rappresentante di un pensiero autoritario, antiscientifico e antidialettico, basato sul dogma e su un attaccamento fideistico alla “verità assoluta”, in maniera non diversa dal mistico Berdjaev. Nel 1908-10 Lenin lo fece gradualmente espellere dal partito: dapprima lo allontanò dal Comitato di redazione del “Proletarij”, poi dalla Commissione finanziaria del centro bolscevico.

Alla fine del 1909 Bogdanov aveva fondato anche il gruppo Vperëd, che continuò a operare nel Posdr fino all’estate 1917, nonostante la sua definitiva fuoriuscita dal partito nel 1911. Dopo la rivoluzione d’Ottobre molti membri di quel gruppo si troveranno alla guida dell’intera politica culturale sovietica. In esso vi era tutto il pensiero politico di Bogdanov. Dopo il Che fare? di Lenin non c’era stato altro dirigente di sinistra che avesse potuto spiegare bene come coordinare l’agitazione e la propaganda di un partito rivoluzionario, avanguardia consapevole e organizzata del proletariato.

Dopo il fallimento della rivoluzione del 1905 Bogdanov era arrivato alla conclusione che il proletariato industriale dovesse imparare a dirigere per conto proprio il movimento. Di qui la necessità di formare i quadri del partito, preparare gli operai attivisti, istruire le masse proletarie. E così, nell’agosto 1909, Bogdanov, dopo che con l’aiuto di Gor’kij si era rifugiato in Italia, nell’isola di Capri, decise di fondare con Lunačarskij, Aleksinskij, Pokrovskij, Bazarov, Krasin, Desnickij-Stroev, Vol’skij e Ljadov un sodalizio politico-filosofico, con cui gestire una Scuola superiore socialdemocratica di agitazione, allo scopo di creare quadri permanenti russi di estrazione operaia. I finanziamenti arrivarono da Gor’kij, F. Šaljapin, A. Amfiteatrov e V. Kamenskij, imprenditore russo. Alle lezioni presero parte 15 studenti, 13 provenienti dalla Russia e 2 esiliati, già residenti a Capri, più 13 uditori esterni, ammessi alla sola frequenza. Durerà sino al dicembre 1909: Lenin era riuscito a convincere una parte degli studenti a frequentare la scuola marxista aperta a Parigi. Successivamente (novembre 1910-marzo 1911) il gruppo di Bogdanov aprì una scuola di formazione politica a Bologna, dove insegnò anche Trockji, la Kollontaj e P. Maslov. Lunačarskij prese il posto di Gor’kij nell’insegnamento della Storia della letteratura russa e assunse la direzione della scuola.

In queste scuole veniva richiesto agli operai di scrivere relazioni, articoli di giornale, volantini e di preparare discorsi. Le lezioni pratiche addestravano gli studenti a sviluppare le tecniche della persuasione e i metodi propagandistici per influenzare le masse. Si poneva l’accento sull’impostazione della voce e sulle tecniche di polemica politica. A questo scopo si simulavano vere e proprie campagne elettorali. Gli insegnanti assumevano le posizioni dei diversi partiti politici russi, mentre gli operai recitavano il ruolo dei bolscevichi. L’alto livello intellettuale del corpo docente e il programma ambizioso che si erano proposti di sviluppare creava non poche difficoltà agli allievi.

A Capri Gor’kij aveva cercato di riconciliare Lenin coi “bolscevichi di sinistra”, ma le posizioni dei due gruppi si mostrarono così inconciliabili che il terreno di scontro politico-tattico aveva invaso anche il campo filosofico-teorico. In effetti per Lenin Bogdanov, diventando un seguace di Mach e Avenarius, aveva tradito il marxismo. Il machismo o empiriocriticismo non gli sembrava altro che una forma di agnosticismo kantiano, di idealismo soggettivistico. Bogdanov negava la “verità assoluta” e anche nei confronti di quella “oggettiva” si mostrava relativista; la sua scienza non era in grado di rispecchiare in maniera oggettiva la natura delle cose. D’altra parte per Bogdanov la scienza poteva al massimo essere considerata uno strumento critico nei confronti dell’esperienza concreta, andando al di là della contrapposizione tra materialismo e idealismo. Per lui la verità era solo una forma organizzativa dell’esperienza umana, quindi assolutamente relativa (cioè relativa all’epoca storica in cui viene formulata).

Al che Lenin obiettava che anche il cattolicesimo, essendo una forma di organizzazione dell’esperienza umana, poteva pretendere d’essere veritiero. Per il materialismo invece l’indipendenza del mondo esterno dalla coscienza e quindi l’esistenza di una verità assoluta indipendente dal soggetto, che pur si avvicina ad essa progressivamente, andava considerato un postulato. Non ci si può basare unicamente sulle sensazioni. È vero: il criterio della verità è la prassi e la verità può essere decisa (o scoperta) di volta in volta, ma ciò avviene all’interno di un progressivo avvicinamento alla verità assoluta, per cui occorre sempre cercare quella verità oggettiva che meglio s’attaglia alle determinazioni dialettiche della realtà. Tale adeguamento della coscienza alla realtà va fatto a partire dalle leggi necessarie e universali della natura, che danno oggettività alla coscienza umana: occorre affermare una corrispondenza sempre più sicura tra la natura riflessa dalla coscienza e la coscienza che riflette la natura. La verità assoluta sarà la risultante finale di tante verità oggettive, che sono relative solo all’interno di un processo storico, ma politicamente vincolanti nel momento in cui vengono assunte. I bolscevichi di sinistra, se fosse sfumato un nuovo tentativo rivoluzionario, avrebbero sempre potuto dire che gli operai non erano sufficientemente autoconsapevoli. Invece per Lenin la responsabilità sarebbe stata del partito e solo in nome di una maggiore consapevolezza e capacità organizzativa dei dirigenti, avrebbe detto agli operai che dovevano adeguarsi con maggiore solerzia alle direttive del Comitato centrale.

Bogdanov fu comunque un influente teorico della cultura proletaria, anche se fu espulso dal partito nel 1909. Nel 1910 scrisse il manifesto programmatico Compiti culturali del nostro tempo, in cui auspicava la nascita di una nuova intelligencija uscita dalle file del proletariato, e proponeva la creazione di una Enciclopedia proletaria, che doveva assolvere al compito di unificazione culturale così come aveva fatto l’Enciclopedia degli Illuministi nel preparare la rivoluzione francese.

Il suo obiettivo non era solo quello di formare dei quadri di partito efficaci, ma soprattutto quello di educare dei socialisti consapevoli, in quanto la rivoluzione, secondo lui, sarebbe stata possibile solo se i lavoratori fossero stati formati ideologicamente, quindi l’egemonia politica doveva essere preceduta da quella culturale. Queste idee si ritroveranno in Italia nei Quaderni di Gramsci.3 Come noto per Lenin, su questo aspetto, non esisteva un “prima” e un “dopo”: la rivoluzione poteva essere preceduta da una formazione culturale, ma sarebbe stato impossibile farla soltanto con tale formazione.

Bogdanov non accettava l’idea marxista secondo cui la cultura sarebbe una mera “sovrastruttura” rispetto all’economia. La cultura, l’ideologia, doveva avere il compito di organizzare le classi sociali e la produzione. Perciò la cultura è sì determinata dal tipo di organizzazione economica della società, ma è anche vero che retroagisce su di essa, poiché sono la scienza e la tecnica a determinare le tecniche di produzione, che a loro volta creano le classi sociali. La cultura è perciò altrettanto necessaria quanto la vita economica e una società senza cultura non potrebbe vivere.

La cultura proletaria comincia dalla vita quotidiana in famiglia e nel partito. In entrambe queste istituzioni Bogdanov deplorava i residui di autoritarismo: dei mariti verso le mogli, dei genitori verso i figli, dei dirigenti di partito verso gli iscritti. La sua ambizione era quella di elaborare una filosofia proletaria, una scienza proletaria e un’arte proletaria in un’unica cultura. Non si sarebbe dovuto trattare di discipline separate, come nella cultura borghese, ma di una cultura unificata: si sarebbero dovuti chiarire i metodi di ricerca delle diverse discipline per scoprire gli elementi che le unificano.

La cultura è organizzazione dei rapporti di produzione tecnici (rapporto fra uomo e natura) ed economici (rapporti fra uomini). È la cultura che forma le classi sociali, in quanto è consapevolezza dei rapporti di produzione. E Bogdanov precisa che la divisione in classi non è solo un fatto economico, ma anche culturale, dal momento che ogni classe elabora una propria ideologia. Il compito di elaborare la coscienza di classe può essere svolto solo dalla stessa classe operaia, in base alla propria esperienza, e non può essere fornito al proletariato dall’intelligencija piccolo-borghese dei funzionari di partito, da lui definiti “corvi bianchi”.

La formazione degli attivisti doveva essere affidata a circoli di propaganda locale che, con corsi di qualche mese, preparavano gli agitatori specializzati per propagandisti di fabbrica, delle campagne o redattori di giornali locali; in tali corsi si dovevano insegnare le basi dell’economia politica e del socialismo scientifico, ma anche le tecniche di organizzazione e agitazione. Coloro che erano destinati a insegnare nei circoli di propaganda dovevano a loro volta essere istruiti nei circoli per propagandisti, dove insegnavano i quadri di partito.

L’opera di educazione delle masse, stante il clima di clandestinità in cui si svolgeva, doveva avvenire soprattutto in forma scritta, in particolare attraverso un giornale clandestino locale. Il giornale doveva poi pubblicare le notizie locali raccolte attraverso gli operai delle varie fabbriche, ma anche le notizie internazionali ottenute attraverso le biblioteche. Se non era possibile organizzare il giornale locale, la propaganda doveva avvenire attraverso opuscoli e volantini.

La stesura dei programmi veniva fatta con modalità che partivano dal basso. Perciò si cominciava con questionari formulati dalle organizzazioni locali agli operai per conoscere le loro esigenze; dopodiché vi era una rielaborazione a livello di conferenze regionali e infine di Comitato Centrale. Lo scopo finale era di educare il proletariato a organizzarsi da solo in movimento rivoluzionario.

Lenin condivideva questa piattaforma e cercò di imitarla allestendo una propria scuola a Parigi con l’aiuto di Plechanov, ma le divergenze di fondo restavano. Quel che non riusciva ad accettare di Bogdanov era l’idea che la rivoluzione non dovesse essere fatta da un partito ma solo da una nuova intellighenzia proletaria, debitamente istruita. Rifiutava l’accusa d’essere considerato un leader autoritario. Senza centralizzazione della dirigenza politica, che doveva avere per forza un aspetto militarizzato, nessuna rivoluzione sarebbe stata possibile.

Nel 1913, approfittando dell’amnistia concessa dai Romanov, Bogdanov tornò con Gor’kij in Russia. Scoppiata la guerra mondiale, si arruolò nell’esercito russo come medico militare, e partecipò a varie missioni, ma si ammalò e venne ricoverato in una clinica neurologica. Poche settimane prima della rivoluzione d’Ottobre organizzò il movimento “Proletkul’t” (cultura proletaria), che si proponeva di sradicare la “vecchia” cultura borghese in favore di una nuova cultura autenticamente proletaria. Alla fine del 1920 il “Proletkul’t” contava quasi mezzo milione di attivisti, di poco inferiori a quelli del partito bolscevico. Durò fino al 1923, supplendo, nel campo dell’organizzazione culturale, a istituzioni di stato ancora in fase embrionale, e svolgendo un fondamentale “ruolo cuscinetto” nella conversione di massa dalla cultura borghese alle nuove forme e simbologie della cultura sovietica, per il momento anch’esse in fase di formazione.

Il Proletkul’t non solo offriva alla classe operaia una struttura di formazione e autolegittimazione culturale, ma riusciva ad aggregare attorno a essa elementi declassati e marginali che, nella struttura sociale “borghese”, sarebbero rimasti per sempre tagliati fuori dalla vita culturale: i teatri proletari mettevano in scena Gogol’ nelle fabbriche e al fronte della guerra civile, la rivista pietrogradese “L’avvenire” pubblicava materiali su Ibsen, Čechov e Dostoevskij, a decine di migliaia di persone si impartivano lezioni di pittura, scultura, pianoforte e versificazione.

Nel 1919 il fenomeno iniziava ad assumere proporzioni imponenti, e il governo sovietico decise di porre dei limiti allo spontaneismo proletkultista. Lenin stigmatizzava l’egemonia di quegli intellettuali d’origine borghese che gabellavano molte delle loro astruserie come arte o cultura proletaria. Sotto forma di “cultura proletaria” si erano, secondo lui, rifilate agli operai concezioni filosofiche borghesi (bogdanoviane) o espressioni artistiche degenerate (futurismo e costruttivismo). Nel 1922, a bordo di due navi tedesche (la “Oberbürgermeister Haken” e la “Preussen”), il Pcus costringerà all’esilio filosofi, teologi, sociologi e molti scienziati non allineati: oltre 160 persone (contando anche i familiari). Il più famoso di loro era Pitirim Sorokin (1889-1968), uno dei padri fondatori della moderna sociologia; ma c’erano anche famosi scrittori, teologi e filosofi non marxisti, come Sergej Bulgakov, Nikolaj Berdjaev, Nikolaj Losskij, Ivan Ilijn e Semen Frank.

L’opera più originale di Bogdanov, pubblicata a sue spese tra il 1912 e il 1917, è Tectologia (Scienza generale dell’organizzazione o scienza delle strutture), in cui egli tentò una teoria generale della natura come formulazione dei princìpi organizzativi posti a fondamento della struttura di tutti i sistemi, viventi e no. La sua proposta consisteva nella fondazione di una nuova scienza universale (olistica), in cui unificare tutte le scienze sociali, biologiche e fisiche. L’opera anticipò di molti anni alcuni aspetti della cibernetica e dei sistemi complessi (di Ludwig von Bertalanffy e Norbert Wiener), e fu utilizzata nell’elaborazione degli schemi matematici impiegati per la pianificazione economica dell’Urss negli anni Venti. L’idea di base è che ogni attività umana è organizzazione: della natura, delle forze umane, dell’esperienza. La “tectologia” ha il compito di concepire tutte le scienze come strumenti per l’organizzazione dell’attività lavorativa collettiva. In tale società non ci sarà nemmeno bisogno di una filosofia, poiché una volta elaborata la scienza monistica, cioè unificante, sarà questa a unificare le diverse discipline.

Nel 1917 rifiutò di aderire al movimento rivoluzionario e non lesinò critiche al dispotismo del gruppo dirigente bolscevico. Ciononostante nel 1918 venne nominato professore di economia all’Università di Mosca e Direttore della nuova Accademia Sovietica di Scienze Sociali (la prima Università proletaria da lui stesso fondata a Mosca, del cui Presidium rimase membro fino alla morte). A partire dal 1921 si dedicò alla medicina, specializzandosi nel campo – al tempo ancora sperimentale – delle ricerche sulle trasfusioni di sangue. A metà degli anni Venti fondò il primo Istituto di trasfusione del sangue, di cui nel 1926 divenne direttore. Nel 1923 fu arrestato dalla polizia segreta e condannato a un periodo di detenzione per la sua supposta adesione a un gruppo di dissidenti contrari ai modi autoritari del nuovo potere. Dopo essere stato liberato tentò, nel marzo del 1928, uno scambio di sangue con uno studente ammalato di malaria e affetto da una forma benigna di tubercolosi. Quindici giorni più tardi, dopo una lunga agonia ch’egli stesso osservò e descrisse con lucidità e scrupolo professionale, Bogdanov morì. Taluni interpretarono l’esperimento come una forma di suicidio, anticipando le persecuzioni di Stalin che non lo avrebbero risparmiato.

Bucharin scrisse nel necrologio che Bogdanov ebbe un’importanza straordinaria per lo sviluppo del Posdr, in quanto fu uno teorici più eminenti del partito, nonché l’uomo più colto dell’epoca della rivoluzione bolscevica: molti dovevano la loro cultura alla lettura delle sue opere.4 Uno degli uomini più vicini a Bogdanov negli anni della polemica politica e filosofica con Lenin, A. Lunaciarkij, fu dal 1918 al 1929 alla testa del Commissariato del popolo all’istruzione, nel quale lavorarono in posti di primo piano anche le mogli di Lenin e di Trotsky: il Commissariato ebbe per un decennio un ruolo fondamentale nella politica di protezione della natura e nel sostegno all’ecologia e al movimento conservazionista.

Negli anni Settanta Bogdanov ha conosciuto in Italia una effimera e sospetta rivalutazione, in funzione spontaneista e antileninista, per opera di studiosi vicini all’autonomia operaia. Più recentemente è stato riproposto da alcuni “ecosocialisti” come ispiratore del movimento ecologista sovietico, che fu tolto di mezzo dallo stalinismo negli anni Trenta.

Fonti

A. Bogdanov, La scienza, l’arte e la classe operaia, ed. Mazzotta, Milano 1978.

A. Bogdanov, Saggi di scienza dell’organizzazione, ed. Theoria, Roma-Napoli 1988.

A. Bogdanov, Quattro dialoghi su scienza e filosofia, ed. Odradek, Roma 2004.

A. Bogdanov, Stella rossa: romanzo-utopia, ed. Alcatraz, Milano 2019.

A. Bogdanov, Ingegner Menni: romanzo fantastico, ed. Alcatraz, Milano 2019.

A. Bogdanov, La poesia proletaria, pubblicato su “L’Ordine Nuovo”, diretto da A. Gramsci, 9 e 27 ottobre 1921.

Gor’kij-Bogdanov e la scuola di Capri: una corrispondenza inedita (1908-1911), (a cura di J. Scherrer e D. Steila), ed. Carocci (Fondazione Lelio e Lisli Basso), Roma 2017.

V. Strada e altri, L’altra rivoluzione: Gorʹkij, Lunačarskij, Bogdanov: la Scuola di Capri e la costruzione di Dio, ed. La conchiglia, Capri 1994.

Fede e scienza: la polemica su Materialismo ed empiriocriticismo di Lenin (a cura e con un saggio di V. Strada, contributi di A. Bogdanov e altri), ed. Einaudi, Torino 1982.

Il pensiero sociale russo: modelli stranieri e contesto nazionale, a cura di A. Masoero e A. Venturi, ed. F. Angeli, Milano 2000.

Autobiografia, in Autobiografie dei bolscevichi, vol. I, G. Haup e J.J. Marie (a cura di), La Nuova Sinistra, Roma 1970.

G. Rispoli, Dall’empiriomonismo alla tectologia. Organizzazione, complessità e approccio sistemico nel pensiero di Aleksandr Bogdanov, ed. Aracne, Ariccia (RM) 2012.

G. V. Plechanov, Il materialismo militante. Risposte al signor Bogdanov e altri scritti su Marx, Engels e il materialismo, ed. PonSinMor, Torino 2010.

J. Scherrer, Bogdanov e Lenin: il bolscevismo al bivio, in “Storia del marxismo”, vol. II, ed. Einaudi, Torino 1979.

V. Strada, Dalla “rivoluzione culturale” al “realismo socialista”, in Storia del marxismo, vol. III, ed. Einaudi, Torino 1980.

D. Steila, Scienza e rivoluzione. La ricezione dell’empiriocriticismo nella cultura russa (1877-1910), ed. Le Lettere, Firenze 1996.

Wu Ming, Proletkult, ed. Einaudi, Torino 2018.

Presso la Fondazione Lelio e Lisli Basso vi è un fondo Bogdanov.

Note

1 Il C.C. del partito era composto da Lenin, Bogdanov, Leonid Krasin, Dmitrij Postolovskij e Aleksej Rykov. Nel Congresso si decise di emendare il primo articolo dello Statuto del partito, portandolo alla formulazione proposta da Lenin, che richiedeva ai membri del partito la partecipazione attiva a una delle sue organizzazioni, a differenza della formulazione voluta da Julij Martov e approvata nel 1903, che accettava la presenza nel partito di tutti coloro che collaboravano a una delle sue organizzazioni, anche senza farne parte direttamente. Lenin infatti sosteneva la necessità di un partito d’avanguardia, snello e composto di rivoluzionari di professione, prima ancora di avere un’organizzazione vasta e disomogenea. Venne sancita inoltre la nascita di una nuova pubblicazione ufficiale, “Proletarij” (“Il proletario”), alla cui direzione, che coincideva con l’“Ufficio dei comitati della maggioranza”, un organo parallelo al C.C., partecipava anche Bogdanov.

2 Gor’kij e Lunačarskij diedero vita anche al gruppo “costruttori di Dio”, che vedeva nel socialismo una sorta di religione laica, cosa che Bogdanov non condivideva affatto e tanto meno Lenin.

3 È impossibile che Gramsci non sapesse nulla delle due scuole del Posdr organizzate da Bogdanov nel 1909-11 a Bologna e Capri. Uno specifico punto di contatto si ebbe nel 1920, quando una delegazione italiana prese parte a un incontro, a Mosca, subito dopo il II congresso del Comintern, per stabilire un ufficio internazionale del Proletkul’t. Inoltre Gramsci, che visse a Mosca tra la metà del 1922 e la fine del 1923, fu senza dubbio informato di alcune tendenze e dibattiti all’interno del Pcus. Cfr di C. Bermani, Gramsci, gli intellettuali e la cultura proletaria, ed. Cooperativa Colibrì, Milano 2007; Breve storia del Proletkul’t italiano, in “Primo maggio”, 16, 1981-82; “Letteratura e vita nazionale. Le osservazioni sul folclore”, in AA.VV, Gramsci, un’eredità contrastata, ed. Ottaviano, 1979. Bermani sostiene che nel periodo 1920-22 l’adesione gramsciana alla tesi del Proletkul’t fu totale.

4 Da notare che vengono associati al nome di Bogdanov alcuni dirigenti dell’Opposizione operaia del periodo 1920-21.

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Pubblicato da Mikos Tarsis

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