L’aquila Rosa. Conclusione

Nel dibattito tra Rosa e Bernstein sull’idea di transizione storica dal capitalismo al socialismo avevano ragione entrambi. Per quest’ultimo il socialismo non ha una base oggettiva, materiale, nelle contraddizioni del capitalismo e quindi nella lotta di classe, ma in un fondamento etico, nei princìpi eterni della giustizia. Di sicuro, infatti, il socialismo non nasce “spontaneamente” dal capitalismo. E noi oggi, alla luce dei disastri ambientali, possiamo aggiungere un altro aspetto ancora: non è detto che le forze produttive usate sotto il capitalismo debbano essere ereditate dal socialismo.

Guardiamo il passaggio dal servaggio feudale al capitalismo. Vi era una qualche necessità storica o materiale o economica nella realizzazione di tale passaggio? Nessuna, tant’è che Marx accetta l’idea che in Russia possa avvenire la transizione dalla medievale obščina al socialismo scientifico, industriale, saltando la fase del capitalismo. Certo, egli poneva due condizioni: 1) che in Europa occidentale si verificasse una preliminare rivoluzione proletaria e 2) che il socialismo russo ereditasse la tecnologia della borghesia europea.

Abbacinato dal concetto hegeliano di “necessità”, con cui si può giustificare qualunque evento storico, il socialismo scientifico è sempre stato piuttosto deterministico. Tuttavia se in una società classista e corrotta come quella feudale, in cui domina l’idea di origine nobiliare e di rendita, naturale o monetaria (cioè di “dipendenza personale”), e dove i feudatari si sentono superiori, a livello locale-regionale, allo stesso imperatore, mentre il clericalismo vuol darsi una veste politica, essendo la religione un affare di stato; se dunque in una società del genere nessuna istituzione di potere aveva titoli morali per impedire il formarsi di una nuova classe sociale, la borghesia, che col tempo diventerà ancora più corrotta e che avrebbe creato una società ancora più oppressiva della precedente; lo stesso non si può dire per la transizione dal capitalismo al socialismo, poiché qui viene richiesto un profondo ribaltamento di mentalità. Il socialismo inteso (alla Bernstein) come una semplice prosecuzione migliorativa del capitalismo, è soltanto un “socialismo mercantile”, che è quello che si sta costruendo oggi in Cina, dove il permissivismo sul piano economico viene pagato con la dittatura del partito-stato.

Molti socialisti han creduto di poter creare “isole di giustizia sociale”, sul piano produttivo, all’interno del sistema capitalistico, ma i risultati sono stati tutti fallimentari. Anzi, forse si può dire che dagli esperimenti falliti del socialismo utopistico è nato quello scientifico, che prevede, prima di realizzare qualunque forma di socialismo, la conquista rivoluzionaria del potere politico da parte del proletariato industriale, in alleanza coi contadini senza terra e con tutte quelle categorie sociali prive di proprietà privata.

La realizzazione del socialismo può essere considerata un’aspirazione del genere umano sin da quando il comunismo primordiale è stato distrutto dallo schiavismo. È completamente sbagliato sostenere ch’esso possa formarsi solo perché si è in presenza del capitalismo. Sono le contraddizioni antagonistiche di un sistema sociale che impongono il suo superamento, ma non vi è alcuna legge storica che stabilisca che la transizione debba avvenire secondo una determinata modalità e non in un’altra. Non vi era alcuna necessità storica che il comunismo primitivo dovesse evolvere verso lo schiavismo o lo schiavismo verso il servaggio o il servaggio verso il capitalismo. Quindi non si capisce perché quest’ultimo debba per forza evolvere verso il socialismo. Anzi, si potrebbe sostenere il contrario, e cioè che quanto più ci si allontana dal comunismo più ancestrale, tanto più difficoltosa diventa la transizione verso il socialismo democratico. Oggi infatti la classe dominante dispone di mezzi incredibilmente potenti per impedirla.

È vero, se si sostiene che il socialismo è solo un’opzione morale, un ideale di giustizia, si può essere indotti ad affermare che la sua necessità storica, là dove le condizioni materiali che si vivono sono caratterizzate da un benessere largamente diffuso, non sarà mai posta all’ordine del giorno. Su questo era difficile dar torto a Bernstein, anche se lui, come tutti gli opportunisti e i riformisti, evitava accuratamente di affrontare il nesso strutturale tra benessere delle nazioni industrializzate e il malessere generale delle colonie che quelle nazioni sfruttano. Paradossalmente il revisionismo, proprio mentre parla del socialismo in chiave etica, toglie al proletariato, in grado di beneficiare di un significativo reddito grazie all’imperialismo, le motivazioni ideali con cui reagire al proprio sfruttamento.

Ma anche la posizione di Rosa, relativa alla imprescindibile “necessità storica” di un superamento del capitalismo in direzione del socialismo, rischiava di far assumere al proletariato una posizione meramente difensiva o attendista. Se il capitalismo è destinato a crollare, il proletariato si sentirà indotto a intervenire solo nel momento più critico. Peccato però che nel frattempo, in attesa di quel momento, lo stesso proletariato si sarà completamente imborghesito nella mentalità, nello stile di vita, per cui, quando verrà quel momento, non saprà bene da che parte stare. Di qui la partecipazione del proletariato, industriale e rurale, alle guerre scatenate dalla borghesia, in nome di una difesa astratta della patria.

Insomma quella tra Rosa e Bernstein era una questione mal posta. Da un lato non si faceva alcun riferimento all’imperialismo prussiano; dall’altro non si sapeva come organizzare il proletariato per porre fine a tale imperialismo e per trasformare gli antagonismi sociali creati dalla proprietà privata dei principali mezzi produttivi in un’occasione per scatenare la rivoluzione.

Dunque se si può parlare di “necessità storica” del superamento del capitalismo, non lo si può fare prima d’aver detto chiaramente da dove proviene la ricchezza del Paese industrializzato, non prima d’aver fatto capire, con dati concreti alla mano, che la democrazia politica è tutta fasulla nelle colonie. Solo un proletariato consapevole dei meccanismi internazionali che garantiscono il benessere alle nazioni capitalistiche, è autorizzato a parlare di “necessità storica” del superamento del sistema. Peraltro, sia nelle tesi di Bernstein che in quelle di Rosa non si mette mai in discussione che il capitalismo debba continuamente potenziare (in senso qualitativo e quantitativo) le proprie forze produttive.

Per l’uno tale sviluppo, che fa aumentare il benessere, sembra rinviare ad libitum il momento della transizione (anche perché ritiene sufficientemente decisivi il ruolo del sindacato nelle trattative con gli imprenditori e quello del partito nelle sedute parlamentari, sicché gli operai sono già tutelati dalle leggi sociali). Per l’altra invece sembra che tale sviluppo tecno-economico acceleri la transizione, in quanto le contraddizioni si acuiscono sempre di più: le imprese maggiori si mangiano quelle minori, mentre il mondo contadino e quello artigianale vanno in rovina; il ceto medio si proletarizza costantemente, sicché aumenta la polarizzazione sociale; la sovrapproduzione delle merci riduce i profitti; aumentano i conflitti tra le nazioni sviluppate sul tema delle colonie; le stesse colonie tendono a ribellarsi alle loro rispettive madrepatrie. Per entrambi il ruolo politico della socialdemocrazia è, tutto sommato, ausiliario allo sviluppo del capitale. Dunque, o un partito rivoluzionario non serve, mentre il capitale è in ascesa; oppure può servire soltanto quand’esso è in discesa, anzi, in picchiata. Chi sia più fatalista è difficile dirlo. Alla fine si fa fatica a capire se sia più “necessario” lo sviluppo del capitalismo o il suo superamento.

Nell’ambito della socialdemocrazia tedesca dominava l’idea che il passaggio dal capitalismo al socialismo sarebbe stato imposto dalle leggi della storia, per cui il proletariato doveva semplicemente limitarsi a dimostrare che senza una sua partecipazione al governo, la nazione sarebbe andata in rovina. Il socialismo veniva concepito come un correttivo decisivo alle storture economiche del capitalismo, irrisolvibili restando entro i limiti di tale sistema. Ecco perché il proletariato tedesco, salvo eccezioni, non è mai stato rivoluzionario, ma, anzi, ha contribuito al miglioramento del sistema borghese, rendendolo più competitivo, più aggressivo (non a caso la Germania contribuì a scatenare ben due guerre mondiali).

Rosa tenderà a superare questa visione fatalistica delle cose solo dopo la rivoluzione russa del 1905, opponendo l’idea di “sciopero di massa” alla mera battaglia parlamentare; ma non arriverà mai a capire adeguatamente la tattica e la strategia dei bolscevichi, anche se ad un certo punto s’era resa conto che se la dirigenza del partito non era in grado di gestire la spontaneità delle masse, il partito avrebbe finito col lasciarsi trascinare da eventi giudicati incontrollabili o inevitabili.

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Rosa Luxemburg rappresentò, in un certo senso, il rischio della trasformazione dell’idealismo in opportunismo. Infatti, quando si pretende di fare la rivoluzione coi soggetti migliori, ovvero con una classe operaia consapevole di sé, si finisce col non fare nulla.

Sono seimila anni che esiste lo schiavismo, nelle sue varie forme, di cui l’ultima, quella salariata, è la più ambigua di tutte, in quanto associata alla libertà giuridica, formale. Non è più possibile pensare di avere a che fare con soggetti “normali”, non abituati alla soggezione, all’ipocrisia, all’alienazione… Non si possono scegliere le persone con cui fare la rivoluzione, diceva Lenin.

Quando Rosa contestava il centralismo democratico dei bolscevichi, dicendo ch’esso era una forma di dittatura, e che non è possibile fare alcuna rivoluzione se prima non viene estirpata l’abitudine all’obbedienza e al servilismo, cioè se prima non si impara l’autodisciplina, non si rendeva conto di anticipare cose che si sarebbero potute ottenere soltanto dopo la rivoluzione, quando le condizioni formali, puramente esteriori del vivere sociale l’avrebbero permesso.

Lo sanno tutti che l’idea di “socialismo” non può essere perennemente legata al pensiero e alle azioni di singole persone. Finché le masse hanno bisogno di essere “dirette” da qualche leader, il socialismo sarà impossibile. Gli anarchici hanno ragione quando rifiutano qualunque forma di “autorità”, anche se è nella natura delle cose che si formino persone più “autorevoli” di altre, in quanto non siamo tutti uguali. E in ogni caso la loro idea di poter abbattere il capitalismo senza una direzione centralizzata della rivoluzione, è del tutto illusoria.

Resta tuttavia indubbio che fino a quando esiste una separazione tra dirigenti e masse, il socialismo non si costruisce in maniera democratica. Le masse, per essere veramente democratiche, devono arrivare al punto in cui non hanno più bisogno di capi per amministrare i loro bisogni, la loro produzione, i loro scambi, la loro attività sociale e culturale. Ci sarà socialismo soltanto quando le masse saranno in grado di autogestirsi. Semmai ci può essere una turnazione nella gestione della direzione degli organi decisionali.

Non solo, ma il concetto stesso di “masse popolari” è un’astrazione sociologica. L’autogestione, infatti, implica un numero limitato di persone che si auto-organizzano a livello locale. Il socialismo può essere realizzato solo in una dimensione locale, tra persone che si conoscono da tempo e che si frequentano quotidianamente. In un contesto locale del genere la figura del “leader” indiscusso perde la sua ragion d’essere. Un qualunque confronto politico sarà alla pari, tra soggetti che dimostrano il loro valore sul campo, sulla base della propria esperienza: non dovrà neppure esserci alcuna differenza di genere né generazionale. Ognuno sarà titolato a dare il suo contributo per risolvere problemi di natura pratica. La politica dovrà diventare l’arte di amministrare i bisogni comuni.

Una funzione ipostatizzata di leadership non avrà alcun senso. Un socialismo davvero democratico non può tollerare neanche per un momento che si pongano le condizioni perché si formi un qualsivoglia “culto della personalità”. I lati soggettivi della persona (di un qualunque dirigente) devono scomparire non dietro le istanze burocratiche del suo ruolo (che può essere sia politico che semplicemente amministrativo), ma all’interno di una condivisione comune del bisogno (cosa che può avvenire soltanto nell’ambito di un collettivo ristretto, localmente situato). Chiunque abbia la pretesa di porsi in maniera distaccata, confidando nella forza oggettiva di un ente istituzionale; chiunque pensi che l’oggettività possa dipendere da un ente astratto, onnipotente, nei cui confronti la volontà del singolo non può far nulla, rischia facilmente di comportarsi in maniera disumana.

Quando alle rivoluzioni, è evidente che esse si fanno coi soggetti che ci sono, che di regola sono “alienati”, e che però sono disposti a liberarsi della loro alienazione e a porre le condizioni generali perché anche altri soggetti, anche quelli che non fanno rivoluzioni di sorta, possano liberarsi progressivamente di tale alienazione. Per questo Lenin parlava di “avanguardia del proletariato”. Non intendeva un’élite che si era “già” liberata di tutti i propri difetti. Si apparteneva a un’avanguardia semplicemente perché si era capito quali dovevano essere le condizioni generali per potersi liberare delle proprie alienazioni di fondo, quelle che impediscono d’essere se stessi. Un’avanguardia è consapevole dei mezzi e dei metodi per ottenere queste condizioni generali.

Non si può confondere il momento della lotta, quello in cui le condizioni devono “ancora” essere poste e una fetta di società si oppone a ciò con tutte le sue forze, col momento della pacificazione, in cui gli oppositori sono stati domati. Non solo, ma bisogna anche porre le condizioni perché le forze reazionarie non possano rinascere in forza delle loro pregresse proprietà. Le rivoluzioni si fanno per azzerare i livelli di partenza, cioè per permettere effettivamente a tutti di liberarsi degli antagonismi sociali che condizionano irreparabilmente le loro scelte di vita.

Fatto questo, occorre che lo Stato lasci sempre più il posto alla società, poiché devono essere i cittadini, nella loro autoconsapevolezza, nella loro libertà da quella proprietà privata che li costringe a fare ciò che non vorrebbero, a decidere come vivere la loro vita: non può esistere uno Stato centralizzato, paternalistico, autoritario, quello tipico dello stalinismo o del maoismo, che si sostituisce alla volontà dei cittadini.

Qui davvero può aver ragione Rosa quando parla di “autodisciplina liberamente consentita”. Bisogna lasciare la società, dopo aver fatto la rivoluzione politica, libera di correggere i proprio difetti sul piano sociale, che è quello riguardante gli usi e i costumi, lo stile di vita, la mentalità, i valori morali.

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Autore: Mikos Tarsis

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