Rosa e l’Ottobre 15

La questione dell’Assemblea Costituente

Rosa non accetta neppure che i bolscevichi abbiano eliminato l’Assemblea Costituente. Arriva addirittura a dire che “la famigerata dissoluzione dell’Assemblea Costituente nel novembre 1917” fu dovuta a “un voltafaccia sconcertante”, in quanto fino all’Ottobre i bolscevichi “rivendicavano impetuosamente la convocazione di tale Assemblea” contro la “politica dilazionistica” di Kerenskij.

Ci chiediamo però se non sia meno “sconcertante” ch’essa parli della rivoluzione bolscevica come di “un colpo di stato” o “di mano”, quasi fosse stata voluta da un pugno di sediziosi. Forse Rosa non sapeva che in Russia i bolscevichi erano milioni di persone e che erano l’unico vero partito rivoluzionario, in quanto i socialisti-rivoluzionari di sinistra lo erano soltanto a rimorchio, avendo una certa influenza sulle masse contadine (non sugli strati più poveri).

Le grandi città erano già controllate dalla classe operaia, in alleanza con gli elementi graduati più bassi nell’ambito delle forze armate. Quando i comunisti decisero di fare la rivoluzione, il governo riformistico di Kerenskij era già completamente screditato (non voleva por fine alla guerra e rimandava la questione agraria alla convocazione della Costituente, che però posticipava di continuo). Tant’è che, sul momento, quando fu occupato il Palazzo d’Inverno di san Pietroburgo, non vi fu alcuna resistenza. L’assalto ai luoghi del potere fu abbastanza facile.

In una situazione del genere, assolutamente inedita per la Russia, in quanto per la prima volta nella sua storia e nella storia del mondo le classi nullatenenti erano in grado di occupare tutto il potere politico ed economico, ai bolscevichi la Costituente appariva superflua. Quando poi videro che con essa non si aveva alcuna intenzione di accettare i due Decreti sulla pace e sulla terra e si volevano imporre nuovamente i criteri borghesi di gestione della politica e dell’economia, ritennero doveroso chiuderla. Non era con questo organo rappresentativo che si poteva far evolvere la rivoluzione: per loro era meglio affidarsi ai Soviet di deputati operai, contadini e militari e ad altri organi collegiali, sicuramente molto più popolari.

Peraltro non sarebbe stato certo con la Costituente, un organo per sua natura lento e dispersivo, privo di direzione centralizzata, che si sarebbe potuta affrontare l’inevitabile reazione delle classi estromesse dal potere. Quella francese della rivoluzione e quella italiana del secondo dopoguerra restarono in carica ben due anni! Quella americana ancora di più. Se si fossero affidati a un organo così poco determinato per difendere la rivoluzione, ne sarebbero usciti inevitabilmente sconfitti. Quando se ne chiedeva la convocazione, non si pensava certamente di organizzare la rivoluzione con uno strumento del genere, dove tutti parlano soltanto per cercare un compromesso tra interessi contrapposti, come in genere si fa nei parlamenti borghesi.

Sotto questo aspetto era oltremodo giusto togliere il diritto di voto a chi non svolgeva un lavoro utile o non viveva del proprio lavoro. Rosa diceva che in una situazione di marasma economico, come quella della Russia appena entrata nella fase rivoluzionaria, dove la disoccupazione era in aumento, assegnare il diritto di voto solo a chi lavora, era un’assurdità: questa non poteva essere una “regola generale di effetto durevole”. Il governo bolscevico era ancora troppo debole per affermarsi in maniera autonoma: aveva per forza bisogno dell’appoggio di una parte della borghesia. In che modo, secondo lei? 1) Lasciando in appalto ai precedenti proprietari capitalisti l’industria nazionalizzata; 2) concludendo compromessi con le cooperative di consumo borghesi; 3) concedendo la libertà di stampa, di associazione e riunione ai nemici del comunismo.

Il concetto di democrazia che aveva Rosa era piccolo-borghese, di una ingenuità disarmante: una democrazia prevalentemente parlamentare, che si serve delle istituzioni rappresentative di interessi opposti per imporre determinate risoluzioni a una nazione poco consapevole di sé. Non capiva che con un parlamento del genere, in quel momento, non si sarebbe andati da nessuna parte. La stessa Costituente era rimasta troppo indietro rispetto agli avvenimenti dell’Ottobre. I Soviet non erano soltanto – come lei pensava – uno strumento per compiere la rivoluzione, ma anche un mezzo per gestire la transizione al socialismo.

I contadini continuavano ad appoggiare il partito socialista-rivoluzionario senza rendersi ben conto che i bolscevichi delle città erano molto più radicali del loro partito, semplice erede delle tradizioni sconfitte del passato populismo. In quel momento non aveva alcun senso indire nuove elezioni.

Certo, forse faceva bene a criticare l’osservazione di Trotsky, secondo cui, siccome le istituzioni democratiche non riescono mai a rappresentare veramente la volontà popolare, allora era giusto chiudere la Costituente. Ma faceva male a sottovalutare l’importanza della democrazia diretta, quale si poteva constatare nei Soviet. Ritenere che le masse avessero ancora bisogno di un parlamento di tipo borghese era solo un segno d’immaturità politica. Tanto più che proprio lei era molto scettica nei confronti dell’autodeterminazione delle nazionalità e della coscienza rivoluzionaria delle masse contadine.

Piuttosto che sponsorizzare la democrazia di base, preferisce ricordare l’esempio del Lungo Parlamento inglese, eletto nel 1642, che soppresse la Camera dei Lords, giustiziò il re e proclamò la repubblica. Dimentica però di aggiungere che Cromwell impose la propria dittatura personale allo stesso parlamento. Cita anche la IV Duma russa, che nel febbraio 1917 divenne, secondo lei, il punto di partenza della rivoluzione, quando in realtà essa, dominata da politici di destra, che non facevano riferimento a nessun partito specifico, sin dal 1914 ebbe pochissima influenza nella vita politica del paese, al punto che fu sciolta dopo la rivoluzione borghese del febbraio 1917.

Al dire di Rosa le istituzioni democratiche servono alle masse per correggere le storture delle rivoluzioni. Questo perché le masse – secondo lei – sono sempre democratiche nella loro spontaneità. Le sembrava un controsenso che i bolscevichi rivendicassero la libertà solo per loro e per chi li appoggiava. “La libertà è sempre unicamente libertà di chi la pensa diversamente”, diceva, filosoficamente, senza comprendere minimamente che le classi latifondistiche e capitalistiche avevano ancora in quel momento poteri immensi, con cui avrebbero potuto facilmente – come poi fecero – far scoppiare una controrivoluzione molto sanguinosa.

Il socialismo si costruisce strada facendo, è un prodotto, anzi un processo storico in continua evoluzione: non è delineato per filo e per segno nei manuali o nei programmi di partito, né può essere introdotto per decreto. Rosa contesta a Lenin l’uso di mezzi dittatoriali (p.es. il potere di controllo degli ispettori di fabbrica, pene draconiane e regno del terrore) e prevede che “senza elezioni generali, libertà di stampa e di riunione illimitata, libera lotta di opinioni in ogni pubblica istituzione, la vita si spegne… l’unico elemento attivo rimane la burocrazia”. Il potere finisce con l’essere esercitato da una dozzina di intellettuali, che uccideranno gli stessi Soviet.

Con queste frasi sembrava aver anticipato la degenerazione staliniana, cioè la dittatura non “del” ma “sul” proletariato. Non a caso lo stalinismo fece fuori ben presto i Soviet, che con la loro democrazia diretta, con cui gestivano unitariamente i tre principali poteri istituzionali che la borghesia tiene separati, rappresentavano la sfida più impegnativa alla democrazia delegata; così impegnativa che l’auto-amministrazione della società dovrebbe considerare del tutto inutile la rivendicazione del suffragio universale per eleggere un parlamento che esprime una democrazia delegata.

Sì, forse Rosa aveva ragione, ma non in quel momento, in cui non aveva proprio alcun senso contrapporre la democrazia alla dittatura. Aveva ragione quando diceva che la dittatura socialista deve essere della classe, non di un partito o di una cricca di intellettuali; e che la dittatura ha bisogno del “concorso della più vasta pubblicità, della più attiva e libera partecipazione delle masse popolari, in regime di democrazia illimitata”. Ma non in quel momento. “È compito storico del proletariato, una volta giunto al potere, creare al posto della democrazia borghese una democrazia socialista, non abolire ogni democrazia”. È vero, ma in quel momento bisognava solo pensare a difendersi con le armi, proprio perché la conquista del potere era stata troppo facile per pensare che gli oppressori di un tempo avrebbero dichiarato la resa senza combattere.

“La democrazia socialista comincia contemporaneamente alla demolizione del dominio di classe e alla costruzione del socialismo, cioè nel momento della conquista del potere” e non soltanto dopo aver “costruite le infrastrutture economiche socialiste”. È vero, ma quando tutto il popolo è in armi, ci si può aspettare qualunque cosa da parte di chi vuol far cadere il governo. La borghesia, in fondo, con l’assalto al Palazzo d’Inverno, era stata colta di sorpresa, ma questo non le avrebbe certo impedito di ricorrere a qualunque mezzo pur di riprendersi il potere perduto.

“La dittatura consiste nel sistema di applicazione della democrazia, non nella sua abolizione”. Deve essere “opera della classe, e non di una piccola minoranza di dirigenti in nome della classe”, deve “emergere dalla crescente istruzione politica delle masse popolari”. Sembra che Rosa non sappia minimamente cosa stia accadendo in Russia. Però poi aggiunge: purtroppo i bolscevichi sono condizionati “dalla spaventosa pressione della guerra mondiale, dall’occupazione tedesca…”; poi c’è “la carenza del proletariato tedesco”.

Sono parole ben curiose: da un lato fa la predica sul piano politico-astratto, dall’altro però è costretta ad ammettere che i suoi princìpi non potrebbero essere applicati tanto facilmente in quella situazione di estrema gravità. Critica Lenin quando costui vuol fare della rivoluzione bolscevica un modello per altri Paesi: secondo lei infatti le condizioni in cui quella rivoluzione è avvenuta erano così particolari da non poter rappresentare un modello per nessuno. E però contesta anche tutto il socialismo mondiale, che giudica troppo riformistico. Il socialismo mondiale, a differenza di quello bolscevico, stava – secondo lei – coprendo “la bancarotta morale della società borghese” con le idee di collaborazione interclassista, di ubriacatura nazionalistica, di bandiera internazionale della pace, di una pace di accomodamento per tutti… L’idea di classe capitola dinanzi a quella nazionalistica, e le colonie rimangono tali. Si presentano tanti popoli che vogliono i loro Stati: polacchi, ucraini, lituani, cechi, jugoslavi, dieci nuove nazioni nel Caucaso, i sionisti fondano il loro ghetto palestinese… Sono parole sue, che non abbiamo messo tra virgolette solo per comodità.

Le incoerenze nella sua analisi si sprecano. Plaude al fatto che gli imperi tardo-feudali siano crollati (russo, austro-ungarico, ottomano) e che quello prussiano abbia fatto fiasco durante la guerra, ma poi prevede che anche la Russia socialista, concedendo l’autodeterminazione alle proprietà nazionalità, non durerà a lungo. Ritiene che concetti come “Stato nazionale” e “nazionalismo” sono sempre stati, in maniera intercambiabile, parole d’ordine della borghesia contro il passato medievale o contro lo Stato patriarcale e la frantumazione della vita economica. Come tali sono l’opposto dell’internazionalismo proletario. In Polonia addirittura il nazionalismo venne usato dalla nobiltà agraria e dalla piccola-borghesia per opporsi al moderno sviluppo capitalistico e al movimento operaio socialista; mentre in Italia ebbe da subito una chiara connotazione imperialistica. In Ucraina è la piccola-borghesia che se ne serve per opporsi alla classe operaia socialista. In India è espressione della borghesia indigena emergente, che vuole sfruttare in proprio il Paese, senza la presenza ingombrante degli inglesi. Sono tutte parole sue.

In sostanza il nazionalismo è soltanto un involucro ideologico che può essere riempito di qualunque contenuto. Ecco perché Rosa riteneva possibile una transizione autenticamente socialista solo sul piano internazionale. Per lei quella bolscevica andava considerata come una conseguenza dello sfacelo del socialismo mondiale nel corso della guerra imperialistica. Non riusciva ad accettare l’idea che ogni Paese potesse decidere autonomamente quando e come compiere la rivoluzione politica. Una posizione, questa, che si ritroverà anche nella teoria della “rivoluzione permanente” di Trotsky.

I fatti invece cosa dicono?

1) I processi di sviluppo economico, i livelli di consapevolezza politica, nonché la capacità organizzativa sul piano tattico-operativo sono completamente diversi tra i popoli e le nazioni e non possono esserci “forzature” in questa direzione (vedi ad es. l’inutilità dell’esportazione della rivoluzione nella sua stessa Polonia da parte dei bolscevichi, che furono sconfitti militarmente). Posto questo, ci si sarebbe dovuti meravigliare del contrario di quanto evidenziato da Rosa, e cioè che, nonostante lo sfacelo del socialismo mondiale di fronte alla guerra imperialistica, quello russo era riuscito lo stesso a compiere una rivoluzione vittoriosa, fornendo una nuova speranza alle esperienze asfittiche presenti nelle altre nazioni, anche in quelle molto più sviluppate economicamente (e che, anzi, proprio in forza di tale sviluppo avevano saputo instillare idee riformistiche nei leader e nel proletariato socialista). La rivoluzione bolscevica era la dimostrazione più lampante che non era indispensabile aspettare un grande sviluppo economico della società.

2) Non tutti i nazionalismi sono stati uguali nella storia. Laddove esiste un movimento di liberazione nazionale, con cui un popolo vuole emanciparsi da una sudditanza imperialistica, non si vede perché si dovrebbe considerare il nazionalismo alla stregua di quelle nazioni che lo usano per crearsi delle colonie, per allargare il proprio “spazio vitale”.

Questo per dire che il livello “internazionale” non è di per sé più significativo di quello nazionale. Non ha senso pensare che, siccome il capitalismo è diventato un fenomeno mondiale, il socialismo possa affermarsi solo partendo da una prospettiva mondiale. Non ha senso andare a cercare all’estero, in luoghi remoti quel consenso che non si riesce a ottenere in casa propria.

Rosa non riusciva neppure a comprendere che nel socialismo democratico la democrazia sociale è immediatamente democrazia politica. Non c’è bisogno di darsi una democrazia politica supplementare a sostegno di quella sociale. Se i due tipi di democrazia venissero vissuti separatamente, la democrazia diretta verrebbe svuotata del proprio potere effettivo. La controrivoluzione in Russia non scoppiò per mancanza di democrazia, ma, al contrario, perché ve n’era troppa. Le classi parassitarie, abituate a vivere sulle spalle del lavoro altrui, non potevano assolutamente tollerarla. Se durante la dittatura proletaria si fossero tenute in piedi le istituzioni borghesi, la controrivoluzione avrebbe sicuramente vinto. Invece bisognava far capire subito agli sfruttatori che il passato era irrimediabilmente superato, anche a costo di sostituire le persone competenti, ma prive di etica, con persone inesperte ma oneste.

Quando si ha la pretesa di creare una nuova società, chi vuole restare legato al passato o si adegua in silenzio al nuovo corso o se ne deve andare. Qualunque contestazione va fatta nel merito di specifici problemi o di determinate soluzioni per risolverli: non può più essere sui princìpi generali, altrimenti la società rischia di bloccarsi.

Nella fase immediatamente successiva alla conquista del potere politico va affermata la dittatura del proletariato, proprio perché il potere è ancora debole, imberbe, e può essere facilmente rovesciato da una controrivoluzione. Rosa pensava di dover assicurare al socialismo, da subito, una piena democrazia politica nella fase in cui le forze sociali del capitalismo non erano ancora state eliminate. Al nemico bisogna togliere tutti gli strumenti con cui può opporsi efficacemente alla rivoluzione, prima di concedergli il diritto di parola, di stampa, di associazione, ecc. Qualunque concessione venga fatta, esprime solo una forma di imperdonabile ingenuità, l’ammissione di una propria strutturale debolezza.

La borghesia va abbattuta come classe sociale, poiché fino a quando essa esisterà, vi sarà sempre la possibilità di vivere sfruttando il lavoro altrui. Semmai il vero problema, nel socialismo, è un altro, quello di come impedire che si possa vivere di rendita utilizzando strumenti non economici, bensì politici. Il socialismo statale, infatti, non fece altro che sostituire il capitalista privato con un organismo pubblico. I funzionari statali, i dirigenti politici, la cosiddetta “nomenklatura”, l’intellighenzia inquadrata nel sistema prese il posto della classe borghese, creando una nuova forma di dittatura.

Le idee critiche che aveva Rosa potevano andar bene in una società socialista pienamente realizzata, al fine di combattere le tendenze statalistiche di chi affronta i problemi sociali in maniera dirigistica o amministrativa; diversamente erano solo una forma d’ingenuità piccolo-borghese, se si pretendeva di metterle in atto nel corso della dittatura del proletariato, la quale doveva anzitutto servire per spezzare la resistenza degli oppressori, degli speculatori, dei sabotatori del nuovo stile di vita. Dittatura proletaria voleva dire che si era ancora in presenza di una resistenza attiva, armata, collusa col nemico esterno alla nazione, il quale non vedeva l’ora di smembrare quell’enorme Paese in tante colonie.

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Autore: Mikos Tarsis

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