Rosa e l’Ottobre 14

L’autodeterminazione dei popoli

Un altro aspetto che Rosa non ha compreso per niente è la questione dell’autodeterminazione dei popoli. La sua idea di fondo era molto semplice, ma anche molto schematica: con la rivoluzione d’Ottobre i bolscevichi hanno ereditato l’immenso impero zarista, in cui le singole nazionalità non venivano riconosciute. Se ora si pensa di riconoscerle subito in quanto tali, nella loro assoluta autonomia, ne approfitteranno le classi borghesi, staccando le nazionalità dalla Russia; anzi, faranno in modo di allearsi con l’imperialismo tedesco in funzione anti-sovietica. Paradossalmente proprio l’idea di concedere subito l’indipendenza ai popoli sottomessi dallo zarismo ha fatto perdere ai bolscevichi (che in questa maniera non avevano forze sufficienti per continuarla) la guerra contro i tedeschi.

Quale avrebbe potuto essere l’alternativa, secondo la sua concezione così unilaterale della politica, che non prevedeva alcun periodo di transizione? Davvero i bolscevichi avrebbero dovuto impedire con la forza qualunque tendenza separatistica? Secondo lei sì, perché così nella sua Polonia (che quella volta era in parte occupata dalla Russia zarista) la rivoluzione bolscevica sarebbe stata accettata come un dato di fatto.

Rosa non si fidava delle nazionalità, in quanto pensava fossero un focolaio di tendenze egoistiche da parte della borghesia. Non riusciva ad accettare l’idea che con l’autodeterminazione dei popoli il governo sovietico volesse ricreare lo Stato su basi federative, in virtù del quale si dovevano rispettare le particolarità locali-regionali. Qualunque autodeterminazione entrava in contraddizione col centralismo democratico. Curioso questo ragionamento da parte di una leader che in altri testi contestava radicalmente la stessa idea di “centralismo democratico”, in quanto lo riteneva lesivo della spontaneità rivoluzionaria delle masse. Peraltro non capiva che, una volta concessa l’autodeterminazione alle minoranze dell’ex impero zarista, la borghesia qui residente avrebbe avuto meno motivi per allearsi con quella presente nelle grandi città della Russia europea, al fine di abbattere la rivoluzione.

Inoltre le appariva un controsenso che, da un lato, i bolscevichi concedessero ai popoli l’autonomia politica e, dall’altro, negassero agli oppositori il diritto all’Assemblea Costituente, al suffragio universale, alla libertà di stampa e di riunione. Non capiva che mentre era in corso la guerra imperialistica il principio dell’autodeterminazione dei popoli appariva alquanto rivoluzionario. Per lei una concessione del genere era solo una forma di opportunismo da parte di Lenin e di Trotsky, i quali pensavano che, in tal modo, avrebbero potuto maggiormente legare le popolazioni oppresse e straniere alla causa della rivoluzione nell’ex-impero russo, così come avevano fatto con la distribuzione gratuita della terra ai contadini, permettendo il formarsi di tante piccole proprietà private.

È incredibile che una persona così intelligente come Rosa potesse pensare cose del genere. In pratica era come se sostenesse che, siccome la periferia non era capace di realizzare una rivoluzione comunista, essa doveva continuare a stare sottomessa alla madrepatria, in cui quella rivoluzione era già stata compiuta. Voleva riproporre, seppur sul versante socialistico, la stessa dinamica di rapporti coloniali esistenti sul versante capitalistico. Voleva che il centro già rivoluzionato continuasse ad avere un rapporto egemonico con la periferia, proprio per impedire a tale periferia che, sfruttando l’idea di “indipendenza”, potesse pensare di contrapporsi al governo comunista del centro.

Non riusciva a intuire una cosa piuttosto evidente, e cioè che, una volta compiuta la rivoluzione comunista, qualunque colonia del mondo occidentale avrebbe potuto approfittarne per rivendicare qualcosa di analogo per il proprio processo di liberazione nazionale. Come minimo, ogni colonia, minacciando d’insorgere, avrebbe potuto indurre politicamente la propria madrepatria a riconoscerle molti più diritti. La rivoluzione d’Ottobre poteva essere vista, a seconda del grado di consapevolezza, come un modello da imitare o come arma di pressione sulle strategie imperialistiche dei Paesi occidentali. La Turchia, p.es., se non fu smembrata dalle potenze europee dopo la fine della guerra mondiale, dipese soltanto dall’appoggio materiale che Lenin concesse ad Atatürk.

Certo, la concessione dell’autodeterminazione può comportare il rischio che la nazionalità, un tempo oppressa, si ribelli al comunismo e che imbocchi decisamente la strada del capitalismo (è evidente che le classi borghesi non possono che approfittare del diritto all’autodeterminazione in funzione anti-comunista). Ma può anche accadere che una colonia sfrutti il momento della lotta per l’indipendenza per diventare comunista contro la propria madrepatria. In ogni caso va lasciata ai popoli la libertà di decidere. Su questo argomento già Lenin nel 1922 si era trovato in polemica con Stalin, Dzeržinskij e Orgionikidze.1 Quindi non era affatto una questione di semplice opportunità politica ma proprio di principio.

È assurdo sostenere che fu un errore dei bolscevichi concedere la libertà a Finlandia, Ucraina, Polonia, Paesi Baltici, Caucasia…, in quanto questi Paesi, appena hanno potuto, si sono messi dalla parte dell’imperialismo tedesco contro la Russia. Oppure che il proletariato era più forte quando la propria nazione non aveva l’indipendenza politica, che non dopo.

In realtà Lenin doveva correre questi rischi: non poteva comportarsi come i governi zaristi e borghesi. E poi i territori e i Paesi citati da Rosa sono gli stessi occupati dai tedeschi dopo la pace di Brest-Litovsk: il che non voleva dire che fossero “filo-tedeschi”. Se qualcuno di loro lo diventò, fu a causa della propria immaturità politica in campo rivoluzionario. In ogni caso i bolscevichi dovevano far vedere alle nazioni imperialistiche in guerra che agivano sulla base di princìpi opposti ai loro.

Fa comunque specie che un intellettuale come Rosa, sempre ostile a una direzione centralizzata dell’agire politico-rivoluzionario, sia stata invece del tutto favorevole a eliminare con la forza qualunque separazione della periferia dal centro. Parla proprio di “soffocare in germe le aspirazioni separatistiche con mano ferrea” (cosa che poi verrà fatta sotto lo stalinismo). Un passo, questo, che Levi aveva preferito rimuovere, rendendosi conto che una cosa è dirsi anti-bolscevichi, un’altra è esprimere delle idee che con la democrazia non hanno nulla a che fare.

Qui appare evidente come Rosa fosse particolarmente condizionata dal fatto che nella sua Polonia non si era riusciti a realizzare nulla di autenticamente rivoluzionario. Solo così si può spiegare la sua idea dittatoriale secondo cui i bolscevichi avrebbero dovuto difendere la rivoluzione con la forza, tenendo unito il passato impero zarista, fino al punto da costringere anche la Polonia a restare dentro il nuovo regime rivoluzionario; sicché, come per conseguenza, anche la Germania (suo paese di adozione) sarebbe stata molto più debole e avrebbe fatto maggiori concessioni ai rivoluzionari presenti al proprio interno.

Secondo lei, concedendo l’autonomia alle nazionalità, i bolscevichi, oltre che crearsi nuovi nemici interni, non facevano altro che favorire la dittatura tedesca. Stava attribuendo loro una responsabilità che invece era tutta interna alla Germania, in modo particolare interna alla II Internazionale e alla socialdemocrazia tedesca. Compito del socialismo, in realtà, è quello di mettere in pratica quei diritti che la borghesia afferma solo in sede giuridica e che poi nega sistematicamente in sede economica.

Nota

1 Cfr il vol. XXXVI delle Opere complete (Editori Riuniti, Roma 1969), là dove critica “la nefasta frettolosità di Stalin e la sua tendenza a usare i metodi amministrativi, nonché il suo odio contro il famigerato ‘social-nazionalismo’. Il rancore in generale, è di solito, in politica, di grandissimo danno”. Stalin non capiva che “niente ostacola tanto lo sviluppo e il consolidamento della solidarietà proletaria di classe quanto l’ingiustizia nazionale, e a niente sono così sensibili gli appartenenti alle nazionalità ‘offese’ come al sentimento di eguaglianza e alla violazione di questa eguaglianza, anche solo per leggerezza”. “È meglio esagerare dal lato della cedevolezza e della comprensione verso le minoranze nazionali che non il contrario. Ecco perché in questo caso l’interesse più profondo della solidarietà proletaria, e quindi anche della lotta di classe proletaria, esige che noi non abbiamo mai un atteggiamento formale verso la questione nazionale, ma che teniamo sempre conto della immancabile differenza che non può non esserci nell’atteggiamento del proletario della nazione oppressa (o piccola) verso la nazione dominante (o grande)”.

Print Friendly, PDF & Email

Autore: Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

Lascia un commento