Rosa e l’Ottobre 13

Bolscevismo e questione agraria

Nel cap. III della Rivoluzione russa viene affrontata la questione agraria. La critica è radicale: quanto hanno fatto i bolscevichi “non ha nulla in comune con l’economia socialista”. Infatti, la terra (quella media e grande) andava nazionalizzata o statalizzata, immediatamente, poiché se i grandi latifondi nobiliari vengono redistribuiti in proprietà privata ai contadini nullatenenti, questi diventeranno la nuova borghesia nemica del socialismo. Solo il “campicello” poteva restare di proprietà del “piccolo contadino”, il quale però avrebbe dovuto obbedire a una gestione cooperativistica (o collettivistica) della terra. Inoltre chiedeva che la produzione agricola fosse organizzata di concerto con quella industriale, senza privilegiare quest’ultima. E ciò bisognava farlo a partire da direttive del centro (cioè sulla base di una centralizzazione dei poteri statali). In sostanza non capiva che in questo modo il proletariato urbano e industrializzato non avrebbe mai avuto la classe contadina come alleata.

D’altra parte lei era convinta che dovessero essere gli operai ad aiutare i contadini a liberarsi dell’egemonia dei grandi agrari, senza per questo sentirsi impegnati a fare concessioni di natura piccolo-borghese. Né riteneva sensata l’idea di poter sfruttare la scarsa coscienza rivoluzionaria della classe contadina per tenere in piedi il governo comunista. Qualunque compromesso con tale classe avrebbe indebolito la purezza degli ideali rivoluzionari. Piuttosto sarebbe stato meglio che, a rivoluzione compiuta, al governo fossero andati i partiti risultati maggioritari nella Costituente, così si sarebbe potuto vedere meglio cosa sarebbero stati capaci di fare. Una qualunque dittatura del proletariato industriale, a fronte di una maggioranza così schiacciante di contadini piccoli proprietari, avrebbe avuto il fiato corto.

Rosa continuava a servirsi dell’idea di “maggioranza sociale o popolare”, quando proprio la partecipazione in massa alla guerra imperialistica del 1914-18 stava ad indicare quanto fossero incredibilmente succubi le masse, prive di dirigenti autenticamente democratici e socialisti. Non capiva che in quella fase iniziale i bolscevichi, se avessero permesso ai menscevichi e ai socialisti-rivoluzionari di governare, la Russia avrebbe perso il confronto con l’interventismo straniero e sarebbe stata inevitabilmente smembrata dagli Stati imperialistici. Quando essa sosteneva la parola d’ordine “Costituente e soviet” (al pari di Kamenev, Zinov’ev e Martov), voleva perpetuare il “dualismo di potere” ed evitare la “dittatura del proletariato”, e questo solo in attesa che scoppiasse la rivoluzione in Germania!

Ma c’è di peggio. Ammettiamo che le sue tesi fossero giuste. Cosa avrebbe dovuto fare il partito bolscevico, dopo aver constatato il fallimento della rivoluzione spartachista in Germania (e delle rivoluzioni in Ungheria e in altre parti d’Europa)? Per tenere in piedi il potere, e per evitare che l’isolamento internazionale portasse la Russia alla catastrofe, all’accerchiamento dei Paesi capitalistici, a una loro possibile intesa militare in funzione anticomunista, come avrebbero dovuto comportarsi i bolscevichi? Paradossalmente, nonostante lo stalinismo abbia rimosso le opere di Rosa, si sarebbe dovuto giustificare, in nome del suo modo schematico di vedere le cose, proprio il brusco passaggio dalla NEP di Lenin alla collettivizzazione forzata di Stalin, che comportò milioni di morti (1930-34).1

Invece sappiamo che per Lenin la collettivizzazione, pur essendo giusta, non poteva essere forzata. La classe contadina si doveva convincere sulla base dell’esempio, osservando liberamente i vantaggi di una diversa gestione della terra. Il socialismo deve soltanto garantire che nessun contadino sia costretto a vendere la propria forza-lavoro per poter vivere. È giusto che tutti abbiano in proprietà la terra: solo col tempo si capirà che una gestione collettiva è migliore di una individuale o familiare. Non ha alcun senso dare per scontato che il contadino povero, divenuto padrone, gratuitamente, di un lotto di terra, sarà un acerrimo nemico del socialismo. Com’è possibile ch’egli si dimentichi di una cosa del genere, che in seimila anni di storia (schiavistica, feudale e capitalistica) non è mai avvenuta in alcuna parte del pianeta?

I contadini russi non erano ancora pronti a una rivoluzione socialista vera e propria: non potevano accettare un’immediata collettivizzazione della terra. Essi vi erano arrivati profondamente influenzati dalle idee del populismo e, successivamente, da quelle piccolo-borghesi dei socialisti-rivoluzionari, il cui programma fu messo in atto da Lenin per far capire che i bolscevichi non volevano imporre alcunché alla enorme massa di contadini privi di proprietà. Per partecipare alla rivoluzione i contadini poveri chiedevano di espropriare la terra ai latifondisti e di redistribuirla in proprietà e in maniera equa, paritetica, responsabilizzando gli organi dei poteri locali. E fu così che i bolscevichi si comportarono, mettendo in secondo piano l’idea di realizzare una enorme produzione agricola attraverso l’introduzione della tecnologia avanzata nelle campagne e attraverso metodiche gestionali di tipo collettivistico. L’importante per loro era di non crearsi nuovi nemici in patria, tant’è che di fronte all’interventismo straniero i contadini non ebbero mai l’intenzione – diversamente da quanto temeva Rosa – di ostacolare il governo bolscevico. Anzi saranno proprio loro a difendere con le armi in mano le conquiste appena ottenute, e vinceranno ben undici Stati imperialisti, intenzioni a smembrare il grande territorio dell’ex-impero zarista.

Viceversa, secondo Rosa i “contadini ricchi e usurai”, che a livello locale avevano già il potere politico, si sarebbero approfittati facilmente della redistribuzione gratuita della terra. Questa “massa enormemente accresciuta e forte di contadini possidenti” può diventare il nemico n. 1 della rivoluzione. Ne è una prova il fatto che i contadini rifiutano di concedere i mezzi di sussistenza alle città, proprio per farne speculazione. Così Rosa scriveva, immaginandosi un contadino russo molto egoista e sopravvalutando nettamente la forza dei bolscevichi nel decidere il tipo di riforma agraria.

Non le si può dar torto di aver ritenuto il programma agrario di Lenin, prima della rivoluzione, molto più radicale di quello effettivamente realizzato. Semmai la si può criticare di non essere stata sufficientemente flessibile. Oggi addirittura dovremmo aggiungere che non è possibile dare per scontato che la “nazionalizzazione” della terra voglia dire che la sua gestione debba essere “statalizzata”. La gestione stalinista dei cosiddetti “sovchoz”, i cui contadini erano dipendenti statali in toto, fu semplicemente disastrosa. Se “nazionalizzare” la terra vuol dire “statalizzarne” la gestione, decidendo tutto dall’alto, il fallimento è assicurato. Ma è assicurato anche il ritorno al capitalismo se la terra viene ripartita per unità familiari in concorrenza tra loro. La terra, molto semplicemente, va attribuita a delle identità locali o alle comunità territoriali, le quali sono le uniche titolate a lavorarla. Nessuno meglio di loro conosce le caratteristiche dei terreni che da sempre hanno garantito la sussistenza della popolazione locale. Sono quindi loro che si devono assumere la responsabilità della ripartizione dei lotti e della loro gestione collettiva.

Una gestione collettiva della terra è sempre meglio di una familiare, soprattutto nell’uso degli strumenti di lavoro, cioè nella possibilità di avvalersi di mezzi comuni, che una singola famiglia non potrebbe permettersi. Nella Russia bolscevica non si trattava di tornare all’obščina, dove erano presenti elementi di patriarcalismo e di feudalesimo, ma di costruire una realtà cooperativistica, i cui protagonisti attivi fossero gli stessi contadini, senza l’obbligo di sottostare a istanze superiori inamovibili.

Il socialismo non può essere deciso né dallo Stato né dai retaggi del feudalesimo agrario. I contadini andavano visti come classe sociale in grado di auto-organizzarsi, fatto salvo il divieto di possedere una proprietà privata con cui sfruttare il lavoro altrui. La questione agraria andava risolta eliminando la possibilità che qualcuno fosse costretto, per vivere, a vendere la propria forza-lavoro. La redistribuzione doveva impedire che si formasse un capitalismo agrario, un’aristocrazia agraria che, sfruttando un possesso più significativo di terre, di bestiame e di mezzi tecnici, si organizzasse per una vendita esclusiva sul mercato. Inevitabilmente, infatti, gli agrari imborghesiti tendono a impadronirsi dei terreni dei piccoli contadini. O la proprietà della terra appartiene a una collettività locale, che decide come assegnare in usufrutto i lotti, in maniera tale che nessuno sia costretto a fare il lavoro del bracciante agricolo, oppure ci si deve aspettare, se viene assegnata in proprietà privata alle singole amiglie, che rinasca il capitalismo. È infatti molto difficile che in regime di proprietà privata esistano degli organi di controllo che impediscono il formarsi di tendenze borghesi.

Inoltre non è più vero che la gestione della terra vada necessariamente industrializzata. L’obiettivo del socialismo democratico non è quello d’imporre la collettivizzazione nella gestione della terra, né la sua industrializzazione, ma unicamente quello di eliminare lo sfruttamento del lavoro altrui. Nessuno deve essere costretto a vendersi per vivere. L’obiettivo del socialismo non è quello di ottenere dalla terra il massimo rendimento possibile usando le tecnologie industriali più evolute, ma è quello di garantire che nessuno debba morire di fame perché nullatenente e che la natura sia agevolata e non ostacolata nei suoi processi riproduttivi. La proprietà va riconosciuta a tutti: semmai è la comunità locale che, a rivoluzione compiuta, deve cercare di dimostrare ai propri cittadini e lavoratori che una gestione collettiva della proprietà è più sicura, più efficiente, meno dispendiosa, meno pericolosa di una individualistica.

Non possono essere le esigenze dell’industria o la vita urbanizzata che dettano alle campagne le modalità con cui rispondere alle necessità della sopravvivenza. Non possono essere le forze alienate dell’urbanizzazione a stabilire le regole della convivenza civile. È la città che deve adeguarsi allo stile di vita rurale. Il concetto di “efficienza” non può essere stabilito in maniera univoca da chi lavora nell’industria o da chi vive in città, che sono i principali responsabili dell’inquinamento mondiale.

Il problema non è quello di come superare la tecnologia primitiva nella gestione della terra, ma è quello di garantire che le esigenze produttive e riproduttive degli esseri umani siano compatibili con quelle della natura, cioè non interferiscano in maniera irreparabile col contesto ambientale in cui siamo chiamati a vivere, aumentando la tendenza del pianeta alla desertificazione.

L’industria ha senso se risponde alle esigenze della terra come luogo di produzione e della Terra come pianeta vivente, di cui siamo ospiti e per la quale non possiamo rivendicare alcuna “proprietà privata”. In caso contrario va smantellata, proprio perché intrinsecamente pericolosa.

Le tesi agrarie di Rosa non solo erano dogmatiche, prive di qualunque forma di pedagogia e sostanzialmente estremistiche nei confronti del mondo contadino, ma oggi, alla luce delle teorie ambientalistiche, vanno considerate anche assolutamente superate, oggetto di profondi e solerti ripensamenti. L’idea che, siccome un Paese socialista è circondato da tanti Paesi capitalisti intenzionati a occuparlo, non è possibile vivere “secondo natura”, è un’idea folle, priva di umanità.

Oggi siamo arrivati al punto in cui deve apparire del tutto normale il progressivo smantellamento di quell’industria che produce beni non riciclabili dalla natura in tempi brevi, sufficientemente brevi da non costituire alcuna minaccia per l’ambiente. Va profondamente ridimensionata la vita urbana, poiché, essendo stata separata da quella agricola, rappresenta una forma di alienazione, di inciviltà.

Anche la presenza dello Stato, strettamente correlata alla formazione delle città, va pensata come qualcosa che deve scomparire. Qualunque gestione centralizzata dell’economia, qualunque decisione presa dall’alto, da un parlamento nazionale, da istituzioni statalizzate permanenti, va considerata come un limite allo sviluppo della democrazia, in quanto quest’ultima o è diretta, cioè locale, o non esiste.

Nota

1 I contadini colpiti dalla collettivizzazione forzata furono tra i 5 e i 10 milioni. Le vittime della fame, negli anni 1932-33, furono tra i 4 e i 7,7 milioni. Il patrimonio zootecnico del paese tornò nel 1940 ai livello del 1916. Solo nel 1940 la produzione di grano recuperò i livelli del periodo della Nep. L’intera classe di kulaki (contadini ricchi) fu liquidata.

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Autore: Mikos Tarsis

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