Rosa e l’Ottobre 8

Leninismo e stalinismo

Al tempo di Lenin, prima del 1917, l’illusione che la rivoluzione proletaria potesse compiersi solo dopo l’esaurimento della forza propulsiva della democrazia borghese era una caratteristica di tutto il socialismo europeo, occidentale e orientale. Essa proveniva da due fattori concomitanti: le grandi rivoluzioni borghesi (in Olanda, Inghilterra, Stati Uniti e Francia) con cui era stato spazzato via il potere aristocratico e clerico-feudale, e ridotto di molto quello monarchico; inoltre vi era stata la grande rivoluzione industriale, con cui s’era trasformata completamente la vita sociale.

Se a questi due fattori si aggiunge il fatto che né la classe contadina né quella operaia erano riuscite a opporre una resistenza significativa, si può comprendere il motivo per cui le idee del socialismo erano portate avanti da leader sostanzialmente riformisti. Il riformismo, in seno al socialismo scientifico, nasce dopo il fallimento delle rivoluzioni del 1848 e trova la sua più completa espressione nel tradimento della II Internazionale, che, votando a favore dei crediti richiesti dalle forze militari, contribuì a far scoppiare la I guerra mondiale. Il socialismo riformistico si mise dalla parte delle rispettive borghesie nazionali, che avevano ambizioni imperialistiche, nessuna esclusa.

Che questo tipo di socialismo esistesse anche in Russia è attestato dalle due rivoluzioni borghesi, compiute nel 1905 e nel febbraio 1917. In nessuna delle due, pur con tutto l’appoggio della classe operaia e contadina, si riuscì ad andare oltre le rivendicazioni tipiche della borghesia. La Russia appariva più rivoluzionaria semplicemente perché si era avviata tardi sulla strada dello sviluppo capitalistico.

L’unico leader che pensava fosse giunto il momento di passare dalla rivoluzione borghese a quella proletaria, superando la fase dello sviluppo progressivo dell’industrializzazione in tutta la Russia, fu Lenin. Secondo lui questa fase avrebbe potuto essere gestita dallo stesso partito comunista al potere: “socialismo più elettrificazione”, questo era il suo slogan l’indomani dell’Ottobre. Lenin credeva che la rivoluzione industriale sarebbe stata possibile anche nel caso in cui fosse stata gestita da una transizione socialista. Anzi, era convinto che, in virtù della pianificazione statale, l’industrializzazione non avrebbe procurato quelle immani sofferenze che avevano caratterizzato non solo l’Europa occidentale, ma anche tutti quei Paesi colonizzati dall’occidente in Africa, Asia e America Latina. La Russia comunista non voleva essere un Paese imperialista, anzi, vedeva con favore l’autodeterminazione dei popoli.

Perché tutto questo non ha potuto realizzarsi secondo i piani di Lenin? Cioè perché l’industrializzazione ha provocato immani disastri nella stessa Russia? Era un progetto utopistico, oggettivamente irrealizzabile, associare l’industrializzazione alla democrazia e al socialismo dal volto umano, o è forse venuto meno il fattore soggettivo? Oppure il fattore soggettivo (lo stalinismo) ha rivelato tutti i suoi limiti proprio perché il progetto era utopistico? Lo stalinismo va interpretato come una deviazione soggettivistica del leninismo o come una sua inevitabile conseguenza? Le cose sarebbero forse potute andare diversamente, se Lenin fosse vissuto altri 30 anni, oppure, posti determinati fattori, lo stalinismo, con la sua industrializzazione forzata, calata dall’alto, era inevitabile?

Cos’è che non ha funzionato nel socialismo impostato da Lenin? Molto probabilmente il fattore principale che ha reso inevitabile lo stalinismo è stata la pianificazione organizzata dallo Stato (cosa che sarebbe avvenuta anche se avesse vinto Trotsky nel suo confronto con Stalin). In sostanza, invece di porre le premesse per una progressiva estinzione dello Stato, si fece esattamente il contrario. In tale maniera, tutto lo sviluppo sociale assunse un carattere “forzoso”, dalla collettivizzazione della terra alla priorità concessa all’industrializzazione pesante.

Per avere gli stessi risultati raggiunti in Europa occidentale nel corso di qualche secolo, lo stalinismo fu costretto, nel giro di pochi decenni, a usare il pugno di ferro. Doveva essere la politica dello Stato a fare crescere l’economia della società sulla base della rivoluzione industriale che la borghesia aveva compiuto in Europa occidentale. In questa maniera però si formarono nuove contraddizioni sociali, che alla lunga si rivelarono fatali. Gli intellettuali del partito e i funzionari dello Stato vennero visti come una classe privilegiata, che viveva sulle spalle dei contadini e degli operai. Tutta la società doveva prendere ordini dall’alto. Con la borghesia era scomparso anche il mercato.

Lenin non sarebbe mai stato così categorico. Già con la sua NEP aveva accettato di permettere ai contadini, entro certi limiti, uno stile di vita borghese, proprio perché sapeva che la Russia era un Paese molto arretrato. Egli tuttavia era consapevole che una soluzione del genere avrebbe potuto implicare la rinascita del capitalismo, che per lui voleva dire “individualismo” e, soprattutto, come per i classici del marxismo, “sfruttamento del lavoro altrui”. Dunque come si sarebbe potuto risolvere il problema di uno sviluppo industriale gestito interamente dallo Stato? Come si sarebbe potuto impedire alle nazioni capitalistiche, molto più forti militarmente, di occupare la Russia?

Anzitutto bisogna dire che, finita la guerra mondiale, le nazioni capitalistiche cercarono di appoggiare la controrivoluzione interna alla Russia, e provarono anche a inviare propri contingenti armati. Eppure i bolscevichi ebbero la meglio su tutti. Cioè la Russia comunista riuscì a trionfare anche in una condizione di debolezza economica e militare rispetto agli avversari. Cos’è che la fece vincere? Fu l’unità del popolo lavoratore. Fu quella unità di cui poi lo Stato stalinista credeva d’essere l’unico titolato a rappresentare. Lo stalinismo cioè non permise alla società di rappresentare se stessa, di autorappresentarsi. Divenne uno Stato centralista e autoritario in tempo di pacificazione nazionale. Lo Stato non si fidava della società. Invece di favorire una progressiva autonomia, riducendo i propri poteri, fece esattamente il contrario, finché poi tutto collassò per mancanza di libertà.

Ma cosa vuol dire dare più potere alla società? Vuol dire favorire le autonomie locali, che devono essere messe in grado di autogestire la proprietà comune dei mezzi produttivi. Lo Stato deve progressivamente scomparire, poiché anch’esso è uno strumento inventato dalla borghesia. Che la proprietà dei mezzi produttivi sia privata o nazionalizzata non cambia nulla, se si tiene in piedi lo Stato, che è un ente, per sua natura, astratto, cioè privo di personalità e di responsabilità personale, parassitario, burocratico, tendenzialmente arbitrario… Bisognava porre la società civile nella condizione di poter fare a meno di direttive piovute dall’alto, che inevitabilmente avrebbero avuto la caratteristica d’essere assistenzialistiche, paternalistiche, se non addirittura dittatoriali.

Lo stalinismo è fallito semplicemente perché era statalistico, non perché non venne permesso alla borghesia di svilupparsi. Che la borghesia si sviluppi o meno, questa è una concessione o una decisione che deve prendere la società nel suo insieme, non lo Stato. Una volta fatta la rivoluzione politica, bisognava lasciare alla società il diritto di proseguirla sul piano sociale ed economico. Lo stalinismo e il periodo della stagnazione ad esso successivo hanno sempre manifestato una profonda sfiducia nei confronti della società. Non hanno permesso alla società di affrontare in autonomia i propri problemi, di correggere i propri errori.

La stessa decisione, presa dal partito comunista, di favorire una industrializzazione sul modello di quella capitalistica, partendo da quella più pesante (la produzione dei mezzi di produzione) doveva essere presa e gestita dalla società, sulla base delle autonomie locali, a prescindere dagli obiettivi faraonici dei cosiddetti “piani quinquennali”, con cui si voleva dimostrare che il socialismo non era da meno del capitalismo sul piano del prodotto interno lordo.

La stessa idea di nazionalizzare o statalizzare i mezzi produttivi, come la terra, l’industria, i trasporti, le miniere, le banche…, doveva essere declinata sul piano sociale, permettendo alle autonomie locali di gestire democraticamente ed ecologicamente le proprie risorse territoriali. Non può essere uno Stato centralizzato e autoritario a decidere tutto per tutti. Se si affida allo Stato il compito di gestire lo sviluppo sociale ed economico, inevitabilmente esso tenderà a semplificare le cose, a non vedere la complessità dei problemi, a imporre una pianificazione astratta, indipendente dalle specificità locali. Lo stalinismo impose la collettivizzazione della terra per favorire una industrializzazione forzata, sotto il pretesto che la Russia poteva essere attaccata dalle nazioni capitalistiche.

Tuttavia, chiunque sostenga che lo stalinismo andava abbattuto perché non permise lo sviluppo della borghesia e del mercato, mostrerebbe soltanto di non aver capito nulla del socialismo democratico. Che la proprietà privata dei principali mezzi produttivi andasse abolita, non ci piove. Senza questa abolizione non si può in alcun modo parlare di socialismo. Il vero problema, quello che lo stalinismo non è stato capace di risolvere, è come gestire la proprietà comune. Infatti è solo la comunità locale che può decidere come soddisfare i propri bisogni economici, ovvero che mezzi di lavoro darsi. Nessun altro può farlo al suo posto. Deve essere la comunità locale a stabilire se il proprio sviluppo economico deve dipendere anzitutto dallo sviluppo dell’industrializzazione o da qualcos’altro. Deve essere lei a stabilire se davvero la priorità fondamentale è quella di assicurare uno sviluppo economico. Deve essere lei a stabilire le modalità in cui la propria esistenza è compatibile con le esigenze riproduttive della natura. Nessuno meglio di lei può sapere come utilizzare le risorse naturali del proprio territorio.

L’umanità ci mette così tanto tempo a capire come affrontare i suoi problemi proprio perché si aspetta sempre delle soluzioni dall’alto. Che in alto vi sia Dio o la Chiesa o lo Stato o il Partito o il Mercato o la Scienza e la Tecnologia, non cambia assolutamente nulla. Noi dobbiamo sentirci dipendenti soltanto dalla natura e dalla comunità locale in cui viviamo.

Print Friendly, PDF & Email

Autore: Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

Lascia un commento