Tesi agrarie di Lenin

Premessa

Rivolte al II Congresso dell’Internazionale comunista, le Tesi agrarie1furono scritte da Lenin nel giugno 1920, quando ormai gli restavano pochi anni di vita. I destinatari sono quindi i delegati dei partiti comunisti del mondo intero, i quali rappresentavano, in quel momento, gli interessi del proletariato urbano e industriale. La rivoluzione socialista, contro le sue aspettative, era risultata vincente solo in Russia, il Paese più debole di tutti quelli capitalistici.

Lenin non può più considerare il proletariato urbano come una classe che in sé è migliore dei contadini, altrimenti sarebbe difficile spiegare il motivo per cui in Europa occidentale, dopo l’Ottobre, non sono stati compiuti analoghi rivolgimenti contro il sistema dominante (i pochi realizzati furono facilmente travolti dalla reazione borghese). Ormai è in grado di vedere anche i forti limiti di questa classe (almeno di una sua parte) e soprattutto i limiti, ancora più grandi, di chi rappresenta il peggio di questa classe, i parlamentari e i sindacalisti socialdemocratici, politicamente riformisti. Sta cominciando a capire che per realizzare il socialismo non basta appartenere alla classe degli sfruttati: ci vuole anche una forte volontà emancipativa e una chiara consapevolezza dei veri problemi della società. E queste cose possono averle anche i contadini, gli impiegati, gli intellettuali, ecc., i quali, anche se oggettivamente sono piccolo-borghesi, possono elevarsi ideologicamente al di sopra dei limiti della loro classe d’appartenenza.

Sono sfruttati tutti coloro che non dispongono di proprietà privata, ma come distinguere, tra questi nullatenenti, quelli che hanno atteggiamenti davvero rivoluzionari? È sufficiente prendere in considerazione i livelli degli stipendi e dei salari? Più sono bassi, infimi, e più uno dovrebbe maturare uno spirito eversivo? Purtroppo non c’è un nesso logico, oggettivo, tra le due cose. Non è detto che le rivoluzioni socialiste vengano fatte da chi sta peggio economicamente.

Un intellettuale può pensare che sia assurdo che quanti producono la più grande ricchezza di una nazione, e cioè gli operai industrializzati, accettino di vivere in povertà e non abbiano la volontà di ribellarsi. Tuttavia per ribellarsi occorre un ideale, un leader che guidi le masse, un partito o un movimento che le organizzi praticamente. Non ci sono mai state delle rivoluzioni politiche senza gli intellettuali. In Che fare? Lenin aveva addirittura detto che agli operai la consapevolezza di dover fare una rivoluzione contro il sistema andava stimolata dall’esterno, in quanto essi si limitano a rivendicazioni salariali. Non ci sono mai state delle rivoluzioni politiche senza gli intellettuali.

Tuttavia Lenin, pur avendo fatto, con gli elementi più diseredati del suo Paese, una rivoluzione senza precedenti storici, è costretto a ribadire, vedendo quanto succede in Europa occidentale, che anche tra il proletariato industriale esiste una sorta di “aristocrazia operaia” che non ha alcuna intenzione di compiere la rivoluzione socialista, in quanto si accontenta di percepire buoni salari, che permettono un’esistenza dignitosa, si accontenta cioè di riforme limitate restando nell’ambito del sistema.

Questi operai dalla mentalità piccolo-borghese sono ampiamente rappresentati nei parlamenti, nelle istituzioni, nei partiti e nei sindacati dagli intellettuali riformisti di idee socialiste, che dicono addirittura di rifarsi al socialismo scientifico. Ecco perché in queste Tesi agrarie Lenin è costretto a dire, dopo aver premesso che “soltanto il proletariato urbano, diretto dal partito comunista, può emancipare le masse lavoratrici delle campagne…”, che questo stesso proletariato deve “evitare di chiudersi nella difesa dei propri interessi corporativi e di categoria… preoccupandosi soltanto di migliorare la propria situazione”.

Che cosa era costretto a dire, nel giugno del 1920, dopo aver dovuto constatare che l’unica rivoluzione socialista era stata compiuta nell’anello debole del capitalismo mondiale? Cioè dopo aver visto che nei Paesi capitalistici più avanzati del mondo il proletariato industriale aveva maturato atteggiamenti opportunistici, non meno degli intellettuali che lo rappresentava politicamente nelle istituzioni?

Esiste una condizione sociale che “di per sé” possa favorire degli atteggiamenti rivoluzionari? No, non esiste. Esistono soltanto delle condizioni sociali che, meglio di altre, possono indicare la necessità di un ribaltamento del sistema, quando il sistema dimostra di non essere in grado di risolvere alcun vero problema sociale. Ma per compiere il ribaltamento occorrono ideali, chiarezza negli obiettivi finali, capacità organizzative, grande spirito di sacrificio, grande flessibilità nel mutare la tattica quando le circostanze lo richiedono.

Lenin infatti dice che il proletariato industriale va “guidato” dal partito comunista, cioè va guidato da “intellettuali”, le cui origini possono essere operaie, contadine, piccolo-borghesi…. Si tratta comunque di intellettuali che non svolgono più un mestiere “produttivo”, secondo i parametri del capitale. Sono intellettuali che vivono in maniera separata dal mondo del lavoro vero e proprio. Intellettuali del genere dovrebbero chiedersi se la loro condizione va considerata “normale” o soltanto “provvisoria”.

Una cosa, infatti, è organizzare le masse proletarie per abbattere il sistema; un’altra, completamente diversa, è vivere una condizione oggettivamente “alienante”, dopo aver abbattuto il sistema. Il socialismo democratico deve assolutamente superare la divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. Tutti devono essere messi nelle condizioni di svolgere entrambe le attività. La cultura è una riflessione sopra un’esperienza in atto, in cui il soggetto che pensa e che agisce è sempre lo stesso. Non possono essere due persone diverse.

Alla fine della sua vita Lenin era arrivato alla conclusione che il modo migliore per edificare il socialismo era quello di tenere strettamente uniti gli interessi degli operai con quelli dei contadini. Non arrivò mai a pensare che la separazione della città dalla campagna, dell’industria dall’agricoltura costituisse una forma di alienazione. L’alleanza doveva servire per abbattere lo sfruttamento dei capitalisti e dei grandi proprietari fondiari. Non era previsto il superamento di quegli assurdi agglomerati urbani che vivono sulle spalle del mondo rurale (che oggi coincide soprattutto col Terzo mondo); né mai si pensò che la crescente industrializzazione sarebbe stata l’elemento più nocivo per l’ambiente. Lenin era convinto che senza sviluppo dell’industria, la Russia sarebbe diventata una colonia dei Paesi capitalistici più avanzati, e su questo era impossibile dargli torto.

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Perché Lenin sosteneva che “solo” il proletariato urbano industriale poteva emancipare i contadini dall’oppressione dei capitalisti e degli agrari? Le motivazioni erano più di una.

  1. Fino alla rivoluzione d’Ottobre i contadini non erano riusciti a emanciparsi in maniera convincente da nulla di serio. L’abolizione del servaggio fu semplicemente un inganno (servì soltanto a favorire, in maniera irreversibile, lo sviluppo del capitalismo nelle campagne). La rivoluzione più importante che avevano fatto era stata quella del 1905, che fu fallimentare. I contadini giunsero al potere solo alleandosi con gli operai delle città.
  2. Gli operai si sono rivelati più capaci di compiere la rivoluzione non solo perché erano assolutamente nullatenenti (come i braccianti agricoli), ma anche perché più disciplinati, essendo concentrati nelle aziende industriali delle città (non erano sparpagliati in grandi distese di terra, dove i contadini facilmente si accontenterebbero di un lotto in proprietà).
  3. Al tempo dei populisti i contadini s’illudevano di poter impedire al capitalismo di penetrare nelle campagne, grazie alla presenza della comune agricola; poi, quando hanno visto che ciò non era possibile, hanno cominciato ad assumere atteggiamenti borghesi, producendo prevalentemente per il mercato. I contadini imborghesiti erano rappresentati politicamente dai socialisti-rivoluzionari, che chiedevano ai contadini di lottare soltanto per avere riforme socialiste nell’ambito del capitalismo.2
  4. I contadini non sono mai stati capaci di rompere con le tradizioni religiose. La sudditanza nei confronti della Chiesa, ch’era un grande possidente fondiario, è sempre stata netta.
  5. I contadini hanno una cultura di basso livello, in quanto si affidano di più alle tradizioni di usi e costumi trasmesse oralmente. Non hanno una visione d’insieme della società, dei suoi problemi di fondo.
  6. Per migliorare il loro tenore di vita i contadini hanno bisogno di macchinari prodotti nelle industrie urbane.
  7. A queste motivazioni possiamo aggiungere la seguente, senza tema d’essere smentiti: nessun leader politico dei contadini ebbe mai delle capacità minimamente paragonali, sul piano tattico e strategico, a quelle di Lenin.

Cosa c’era di sbagliato in tutto questo? Considerando che la Russia era circondata da Paesi capitalistici fortemente industrializzati e militarizzati, Lenin aveva ragione al 100%. Considerando invece che la vita urbana è una forma di “alienazione” e che l’attività industriale è causa di tutte le devastazioni ambientali del pianeta, le tesi di Lenin oggi sono superate, ma non fino a quando esisteranno Paesi industrializzati e militarizzati, intenzionati a occupare territori altrui.

Per rinunciare alle città e all’industria, bisogna prima che esista un totale disarmo, in maniera tale che nessun Paese abbia la capacità di occuparne un altro. La sicurezza reciproca può essere garantita solo dalla reciproca volontà di eliminare tutte le armi offensive, in primo luogo quelle di sterminio di massa, poi tutte quelle che possono essere usate a distanza, senza che permettano un confronto diretto, fisico, con l’avversario. Sia le armi di sterminio che quelle a distanza impediscono a chi le usa di assumersi delle responsabilità personali, per cui vanno considerate altamente pericolose non solo sul piano fisico, ma anche e soprattutto su quello etico. Sono armi disumanizzanti.

Bisogna concepire le armi solo come strumento di difesa, non di attacco. Le uniche armi di attacco che possono essere tollerate sono quelle per la caccia e la pesca. È evidente però che la rinuncia alle armi offensive può essere fatta solo se si rinuncia a praticare l’antagonismo sociale. Finché esistono proprietà privata, lotte di classe, differenze di casta, discriminazioni di genere e ogni altra forma di individualismo, di sopraffazione e di sfruttamento, non è possibile pensare al disarmo.

Chi dispone di armi di sterminio di massa, che può lanciare a distanza, tenderà facilmente a pensare che, usandole per primo, il nemico non avrà il tempo per reagire. Ma è un’illusione, poiché armi del genere possono essere collocate (grazie p.es. ai sottomarini) in qualunque parte del pianeta, persino nello spazio cosmico. Sarebbe meglio rinunciare preventivamente a qualunque arma di sterminio, in maniera concordata, cioè sottoponendosi a controlli reciproci. Questo sarebbe già un grande passo avanti per la sicurezza generale del pianeta. Il passo successivo sarebbe quello di rinunciare ai missili intercontinentali, soprattutto se a testata nucleare.

Solo l’idea di poter usare armi del genere, nel caso in cui scoppi una guerra, va considerata profondamente immorale, in quanto con esse è impossibile distinguere i civili dai militari, i possibili alleati dai nemici sicuri, i bambini “innocenti” dagli adulti “colpevoli”, quelli che fomentano la guerra da quelli che la subiscono… Quali distinzioni si possono fare al buio? Quali si sono potute fare sganciando le bombe su Hiroshima e Nagasaki? Sono armi fabbricate appositamente per colpire in maniera indiscriminata, alla cieca, intere popolazioni, devastando completamente l’ambiente in cui vivono. Sono armi genocidarie, le più criminali che l’umanità abbia mai inventato. Sono armi prive di qualunque logica, poiché, inquinando completamente l’ambiente, cioè rendendolo del tutto invivibile a causa delle radiazioni, non permetterebbero al Paese che le ha usate di occupare i territori del nemico. Sono armi economicamente assurde anche per gli alti costi di produzione, di manutenzione e di controllo. Persino lo smantellamento risulta enormemente oneroso, poiché non si sa come eliminare le sostanze nocive che sono state usate per produrle.

Primo punto

La cosa strana – detta al primo punto dei nove di queste Tesi agrarie – è che, pur trattando della condizione dei contadini, Lenin sostiene ch’essi non sono in grado, da soli, di liberarsi dallo sfruttamento dei latifondisti e dei capitalisti. Hanno bisogno del proletariato urbano e industriale, che pur egli ha criticato a più riprese, nel corso della sua esistenza, a causa del fatto che, grazie all’imperialismo, poteva fruire di notevoli agevolazioni, sconosciute ai piccoli contadini e ancor meno ai braccianti agricoli.

Per di più in Russia tale proletariato industriale era, rispetto all’insieme della popolazione, un’infima minoranza, presente solo nelle città principali della Russia europea. I contadini, divisi in varie categorie sociali, rappresentavano invece l’immensa maggioranza di questo Paese tradizionalmente agricolo, che si era industrializzato solo alla fine dell’Ottocento, in concomitanza con la fine del servaggio (1861).3 Senza l’appoggio dei contadini, intenzionati assolutamente ad avere la terra in proprietà, gli operai non sarebbero riusciti ad abbattere il potere della borghesia, e tanto meno a vincere le potenze imperialistiche che sostenevano la terribile controrivoluzione interna, avendo esse come obiettivo quello di suddividere quell’immenso territorio in varie colonie.

Il ragionamento che fa Lenin deriva da quello di Marx: siccome gli operai sono assolutamente dei nullatenenti, i loro interessi coincidono con quelli più radicali della stragrande maggioranza dei lavoratori. Gli sfruttatori, in fondo, sono sempre una insignificante minoranza. Gli operai non devono difendere alcuna proprietà privata, ma solo il loro salario, di cui però vogliono liberarsi, poiché ogni lavoro salariato è indice di sfruttamento.

Ma perché non dice subito la stessa cosa dei braccianti agricoli? Cioè di quanti erano privi di qualunque proprietà privata? Perché non mettere sullo stesso piano l’operaio della fabbrica con l’operaio della terra? Non aspirano forse entrambi a una medesima emancipazione dalla schiavitù salariata? Non è forse umiliante per un contadino sentirsi dire, dopo che ha permesso all’operaio di realizzare la rivoluzione, che “soltanto il proletariato industriale urbano, diretto dal partito comunista, può emancipare le masse lavoratrici delle campagne…”? Quindi, queste ultime, da sole, non riuscirebbero a farlo? Dovranno sempre dipendere dalla volontà “dirigenziale” degli operai e del loro partito? Lenin stava esprimendo un giudizio di strategia politica definitiva, che avrebbe avuto una valenza anche per il futuro, oppure il suo era soltanto una considerazione storica maturata osservando i fatti del passato?

In altre parole, perché manifestare una sicurezza del genere quando, nello stesso punto, afferma che quegli operai che “pensano soltanto ai loro interessi di categoria, sono i peggiori nemici del socialismo”? Non vi è forse del “paternalismo” in questo modo di ragionare? Si ha cioè l’impressione che Lenin consideri il partito comunista come un padre con due figli: uno fa l’operaio, l’altro il contadino. Dei due preferisce il primo, perché lavora nell’industria, che è fonte di ricchezza per il Paese, e poi perché è meglio disciplinato e non ha idee religiose. Il secondo invece vive una condizione molto arretrata sotto tutti i punti di vista, ha atteggiamenti anarchici, capisce assai poco di tecnologia e nutre idee religiose, tant’è che la sua massima aspirazione sarebbe quella di avere un lotto di terra in proprietà, per sé e per la sua famiglia.

Tuttavia, anche il primo figlio, quando ottiene salari significativi (che l’industria, peraltro, può permettersi), tende ad assumere atteggiamenti egoistici. Per evitare ciò – sembra dire Lenin –, sarà il partito comunista a indicargli la strada giusta. Cioè, guardando i tre soggetti che han compiuto la rivoluzione russa: gli operai delle fabbriche, i contadini della terra, gli intellettuali del partito, questi ultimi sembrano essere i più importanti di tutti. Sono loro ad aver chiaro l’obiettivo finale, gli interessi della società in generale, le priorità assolute… È normale questa scelta di campo? Sembrano essere soltanto i politici di professione, guidati da un ideale di giustizia rivoluzionario, gli unici a poter garantire che né gli operai né i contadini si chiuderanno nei loro interessi egoistici. È sufficiente un’impostazione del genere per porre le premesse di un superamento della divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale? o della divisione tra città e campagna?

Ricordiamo qui che le suddette Tesi si rivolgono anzitutto ai partiti comunisti della III Internazionale, che devono sentirsi in competizione radicale coi partiti socialisti e socialdemocratici della II Internazionale, i quali hanno sempre difeso gli interessi di operai e di contadini non rivoluzionari. Lenin sta dicendo che l’unico vero soggetto rivoluzionario è il partito comunista, il quale deve tenere a freno le tendenze opportunistiche degli operai, che, avendo salari molto più alti, si sentono dei privilegiati rispetto ai braccianti agricoli.

Questo partito ha altresì il compito di convincere i contadini che, senza l’aiuto decisivo degli operai, non sarebbero mai riusciti a ottenere in proprietà la terra. Ciò è stato dimostrato non solo dal fallimento pratico dell’abolizione del servaggio, ma anche dal fallimento della rivoluzione del 1905. I contadini hanno dimostrato di non essere capaci di emanciparsi da soli. È stata la storia a decidere che il loro ruolo politico era meno importante di quello degli operai.

In Russia, nei momenti decisivi, il partito che rappresentava gli interessi dei contadini si è sempre messo dalla parte della borghesia. Il che fa pensare che tale partito non avesse come punto di riferimento privilegiato i braccianti agricoli, cioè i contadini salariati, ma esclusivamente gli agricoltori che già disponevano di proprietà privata. Questo partito, che in Russia si chiamava “socialista rivoluzionario”, è sempre stato detestato da Lenin, non meno dei socialisti riformisti, che negli ambienti urbani si chiamavano “menscevichi”: anche questi, nei momenti più drammatici della rivoluzione russa, parteggiarono sempre per gli interessi della borghesia. Menscevichi e socialisti-rivoluzionari si misero fuori da soli dalla dialettica politica del socialismo sovietico. Tutti i problemi successivi alla loro autoliquidazione, si presenteranno all’interno del solo partito comunista, e saranno sempre attinenti ai rapporti, mai risolti, tra industria e agricoltura.

Lenin era un intellettuale colto, urbanizzato, della piccola-borghesia, che avrebbe dovuto fare l’avvocato. Invece, per motivi ideali, si mise dalla parte del proletariato industriale e divenne un politico rivoluzionario comunista, seguace del socialismo scientifico di Marx ed Engels, debitamente reinterpretato, rispetto alle versioni opportunistiche, perché meramente riformistiche, dei dirigenti del socialismo europeo. Una delle differenze di sostanza tra lui e i principali dirigenti della II Internazionale stava anche nel fatto che Lenin non nutriva alcun disprezzo per i contadini, per quanto li giudicasse culturalmente arretrati. Anzi, era convinto che, senza il loro appoggio, sarebbe stato impossibile non solo fare la rivoluzione, ma anche conservare il potere politico (cosa che lui riteneva ancora più difficile, soprattutto in un Paese arretrato come la Russia). Era convinto che, in virtù di tale alleanza, non ci sarebbe stato bisogno di concedere nulla alla borghesia industriale delle città. Neppure Marx ed Engels erano stati così netti su questo punto, anche se Marx aveva speso parole favorevoli a una transizione dal feudalesimo al socialismo in Russia, sempre che ci fosse stato un aiuto sostanziale da parte di una contestuale rivoluzione operaia in Europa occidentale.

Anzi, Lenin era addirittura convinto che se anche si fosse concessa la terra in proprietà privata a tutti i piccoli contadini, nessuno escluso, togliendola ai grandi latifondisti, l’idea di socialismo, almeno nella fase iniziale della transizione, non avrebbe subìto alcun danno. In questa flessibilità tattica era difficile trovare qualcuno che potesse stargli alla pari. Rispetto al leninismo, lo stalinismo rappresenterà non due ma duecento passi indietro.

L’idea ch’egli aveva di “avanguardia del proletariato”, che tale doveva essere nei confronti di tutti i lavoratori, era assolutamente originale. I teorici della II Internazionale non ritenevano gli operai un’avanguardia, in quanto solo gli intellettuali potevano esserlo. Gli operai non erano sufficientemente colti per svolgere il ruolo prestigioso, impegnativo, di “avanguardia”. Questa sfiducia nei confronti del ruolo del proletariato si rifletteva, nei teorici suddetti, in due gravi manchevolezze, che rendevano impossibile lo svolgimento di una strategia davvero rivoluzionaria. La prima consisteva nel fatto ch’essi ritenevano il parlamento il luogo principale, anzi privilegiato, per discutere di “socialismo”; la seconda era correlata a questa: ritenevano che per realizzare una transizione socialista si dovesse prima ottenere una maggioranza parlamentare in seguito a libere elezioni politiche.

I teorici della II Internazionale non prevedevano un lavoro “illegale”, clandestino, del partito; sicché per loro non aveva senso considerare il proletariato industriale un’avanguardia politica. Al massimo poteva essere considerato una avanguardia economica, in quanto era occupato nel settore che più e meglio garantiva la ricchezza di una nazione. Di sicuro gli operai erano all’avanguardia rispetto ai contadini, anche nel caso in cui questi avessero adottato dei macchinari usciti dalle industrie urbane.

Lenin invece faceva ragionamenti molto diversi. Per lui non esisteva solo il parlamento, ma anche la piazza; non esistevano solo le istituzioni statali, ma anche la società nel suo complesso. Un partito che vuole davvero rovesciare il sistema deve essere pronto a tutto, anche a entrare nella clandestinità, se viene seriamente minacciato. La carcerazione andava considerata una disgrazia, non un titolo di merito di cui vantarsi, anche se, non per questo, bisognava cercare di evitarla assumendo comportamenti opportunistici. Entrando nella illegalità è evidente che non ha alcun senso cercare preventivamente una maggioranza parlamentare per poter realizzare la rivoluzione.

Essere un’avanguardia significa cercare il consenso popolare (quello dei lavoratori sfruttati) ovunque sia possibile, persino tra le forze armate (p.es. tra i semplici soldati). Per Lenin la maggioranza andava conquistata soprattutto fuori del parlamento, anche perché con quella maggioranza la prima istituzione che si doveva eliminare era proprio il parlamento.

Secondo punto

Il punto 2 è la testimonianza più eloquente di quanto profonde fossero in Lenin le conoscenze del mondo rurale. È infatti in grado di classificare i piccoli contadini in tre gruppi principali, coincidenti con quelli che hanno appoggiato la rivoluzione bolscevica, e che “costituiscono, nel loro insieme, la maggioranza della popolazione rurale in tutti i Paesi capitalistici”.

Si faccia ora attenzione alla tipologia di questi gruppi, perché poi, nel punto successivo, ne aggiungerà altre. Qui non dobbiamo aspettarci particolari dati numerici o statistiche, poiché queste tesi sono state scritte in fretta e si presentano soltanto come una “bozza”.4 Scritte nel giugno 1920, furono approvate, con vari emendamenti, al II Congresso del Komintern il 4 agosto successivo. Noi non disponiamo della versione finale.

Si noti la singolarità con cui Lenin stila, in ordine d’importanza, l’elenco dei gruppi di contadini: non parte da quelli più ricchi ma da quelli più poveri. “In primo luogo il proletariato agricolo, i salariati (a giornata, a stagione e ad anno)….”. Questi salariati, totalmente privi di proprietà, non costituiscono semplicemente un “gruppo” o una “categoria”, ma proprio una “classe”. E Lenin precisa che sono una classe “indipendente e distinta dagli altri gruppi della popolazione agricola”. Oggi potremmo dire che assomigliano agli immigrati africani che nel periodo estivo vengono a lavorare la terra in Italia. Sono i più poveri in assoluto. È molto difficile incontrare questa tipologia di lavoratore agricolo non immigrato nell’odierna Unione Europea. Sicuramente oggi essa è molto più presente nei Paesi del Terzo mondo, e altrettanto sicuramente si può pensare ch’essa costituisca il nucleo principale dei flussi migratori di massa verso i Paesi avanzati.

Un secolo fa, invece, in Russia, Paese agricolo per eccellenza, i contadini appartenenti a questa classe, disposti a fare qualunque mansione agricola, in qualunque momento dell’anno e per qualunque salario, dovevano essere piuttosto numerosi. Lenin mette questa classe al primo posto, dicendo che per i partiti comunisti di tutto il mondo è “un compito fondamentale” (il corsivo è suo) attrarla nelle sue file. Lo dice perché sa benissimo che se a questa classe si garantisce un lotto sufficiente per poter vivere, senza essere costretta a lavorare dietro un compenso da fame, è impossibile ch’essa non approvi la rivoluzione comunista.

Quale altro partito ha mai garantito una cosa del genere a questi lavoratori? Qui forse qualcuno potrà pensare che Lenin ragionasse in questi termini secondo motivazioni di pura tattica politica. Il fatto è però che col Decreto sulla terra (così tanto criticato dalla rivoluzionaria Rosa Luxemburg) mantenne la promessa. Il suo obiettivo era quello di eliminare la necessità di dover sottostare a un lavoro salariato per mancanza di proprietà. Che poi tale proprietà il partito fosse stato costretto a ripartirla secondo una gestione privatistica e non ancora esclusivamente collettivistica, è un altro discorso. Lenin doveva tener conto del livello di maturità delle masse. Era convinto che, col tempo, sulla base dell’esempio, guardando i risultati raggiunti, tutti i contadini sarebbero arrivati a capire che una gestione collettiva delle terre sarebbe stata più conveniente di una familiare. L’importante era non procedere a tappe forzate, costringendoli a fare delle scelte contro la loro volontà (che è poi quello che lo stalinismo non saprà fare).

Nel secondo gruppo vi sono “i semiproletari o contadini parcellari, che si guadagnano la vita in parte lavorando a salario nelle aziende capitalistiche agricole e industriali e in parte coltivando un piccolo appezzamento di terra di loro proprietà o preso in affitto, che dà loro soltanto una piccola parte dei viveri necessari al sostentamento delle loro famiglie”.

Anche questo gruppo non è più oggi così rilevante nell’Europa capitalistica. Chi non possiede un lotto sufficiente per campare, preferisce cambiare decisamente lavoro, diventando operaio o impiegato o un piccolo bottegaio. Se il piccolo lotto l’aveva in proprietà e aveva possibilità di non venderlo, l’ha trasformato, una volta cambiato lavoro, in un semplice orto per la stagione estiva. Inoltre, se l’aveva in proprietà, può aver continuato ad abitare nella sua casa, pur essendo lontana la sede del nuovo lavoro.

Oggi il contadino che dispone di un lotto di terra in proprietà o in affitto e che va a lavorare saltuariamente presso terzi (p.es. come potatore o innestatore di piante), lo fa soltanto per arrotondare il proprio reddito, non perché ne ha assolutamente bisogno. Al tempo di Lenin, invece, questi lavoratori vivevano una situazione “molto pesante”, per cui sarebbe stato facile convincerli ad appoggiare la rivoluzione: ne avrebbero tratto un vantaggio “immenso e immediato”. Peraltro egli considerava questo gruppo molto più numeroso dell’altro, ma non così tanto da rendere irrilevante la consistenza dell’altro gruppo, come invece vorrebbero far credere – è sempre lui a dirlo – i socialisti aderenti alla II Internazionale.

Il terzo gruppo è inerente sempre ai “piccoli contadini, cioè i piccoli agricoltori che hanno in proprietà o in affitto piccoli appezzamenti di terra, da cui ricavano di che soddisfare i bisogni della loro famiglia e della loro azienda, senza ricorrere all’impiego di manodopera salariata”.

Qui Lenin parla di “azienda”, quindi si tratta di agricoltori che producono per il mercato (ovviamente le derrate più richieste, le monocolture o quelle su cui possono speculare). Difficile capire quanto fossero “piccoli” i loro lotti. Agricoltori del genere, le cui famiglie campano senza fare lavori extra presso terzi, oggi dovrebbero avere un bel po’ di ettari a disposizione, diciamo almeno una decina. Parlando, al punto 4, dei “contadini medi”, Lenin, nel fare riferimento a quelli tedeschi, afferma che possedevano nel 1907 da 5 a 10 ettari.

Tuttavia Lenin li definisce ugualmente “piccoli”, forse a motivo del fatto che, coi loro redditi, non erano in grado di assumere del personale, neppure avventizio. D’altra parte le famiglie, quella volta, erano numerose e non assurdamente nucleari come oggi.

Ora, per quale motivo questa terza tipologia di agricoltori diretti avrebbe dovuto appoggiare la rivoluzione? Qui Lenin indica ben quattro motivi:

  1. l’esenzione dal pagamento del canone d’affitto (ovviamente nel caso in cui la terra non fosse in proprietà) e dalla consegna della quota-parte del raccolto ai grandi proprietari terrieri. Questo perché i latifondisti sono stati espropriati. Singolare che Lenin metta una “e” tra le due forme di “tributo” e non una “o” disgiuntiva. Rebus sic stantibus, questa tipologia di agricoltori era abbastanza precaria. Il proprietario poteva aver assegnato a una famiglia di fittavoli anche più di 10 ettari, ma è indubbio che una famiglia del genere, vincolata a un contratto d’affitto che somiglia a quello mezzadrile, ha sempre il timore di non poterlo onorare e di poter quindi essere sfrattata. Non dimentichiamo che le rese agricole dipendevano molto dalle condizioni climatiche: bastava poco per finire in miseria (ancora oggi, per certi versi, è così).
  2. L’abolizione dei debiti ipotecari. Questa cosa, se si voleva garantire un minimo di sicurezza, non poteva che essere molto apprezzata da tutti gli agricoltori. Certo, chi vive in affitto è difficile che abbia un patrimonio sufficiente per ipotecare qualcosa, ma chi è proprietario e che, per un qualche motivo (siccità, imprevisti di mercato, epidemia…), si trova improvvisamente in serie difficoltà, può arrivare ad affidarsi a banche o usurai, ipotecando i propri beni.
  3. L’abolizione delle diverse forme di oppressione economica e soggezione ai grandi proprietari terrieri (diritti di uso dei boschi, ecc.). Qui Lenin si sta riferendo ai vergognosi retaggi feudali che dai tempi dell’abolizione del servaggio non erano ancora stati eliminati. Non era questione solo di “boschi”; in quell’“eccetera” potevano essere inclusi i laghi, gli stagni, le paludi, persino certi tratti di fiumi, i campi aperti per il pascolo di talune mandrie, ma anche il sottosuolo, e persino i ponti e i mulini a vento o ad acqua…: in una parola tutto quanto un tempo era di uso comune e nessuno poteva rivendicarlo come una “proprietà privata”.
  4. Un aiuto immediato da parte del potere statale proletario per la conduzione dell’azienda, quanto ad attrezzi agricoli, fabbricati espropriati ai capitalisti, uso delle cooperative secondo finalità incompatibili con gli interessi degli agrari capitalisti. Quest’ultimo gruppo di agricoltori è abbastanza temuto da Lenin, poiché egli pensa che se viene aiutato troppo dallo Stato, potrebbe sentirsi rafforzato nel proprio atteggiamento borghese, cioè potrebbe approfittarne, essendo già abituato alla speculazione. Confida però nel fatto che se il governo espropria con decisione i grandi proprietari terrieri, questo gruppo starà più attento al modo di comportarsi. D’altra parte, secondo Lenin, non si può fare diversamente: prima di realizzare il vero socialismo democratico occorre un periodo di transizione.

Terzo punto

Qui Lenin afferma che le tre suddette tipologie di classi contadine hanno dimostrato di saper sostenere energicamente il proletariato industriale soltanto dopo averlo visto giungere al potere nelle grandi città e soprattutto nella capitale dello Stato; soltanto dopo averlo visto reprimere i grandi proprietari terrieri e i capitalisti. E questo nonostante che il programma rurale dei bolscevichi fosse nettamente a favore delle tre suddette tipologie di classi contadine, e pur avendo il partito compiuto una grande opera di “agitazione, propaganda e organizzazione in seno alla popolazione povera delle campagne”.

Questo per dire che la rivoluzione, per essere fatta, non ha bisogno del consenso della stragrande maggioranza dei lavoratori, ma di sicuro ha bisogno del consenso esplicito della grande maggioranza dei lavoratori più consapevoli sul piano ideologico e più importanti su quello economico (che Lenin, con un termine militare, chiama “avanguardia”), e ha altresì bisogno del consenso implicito, indiretto, della maggioranza di un’altra tipologia di lavoratori, quelli che vivono nelle campagne, che in quel momento, in Russia, erano numericamente enormi. Per ottenere tale consenso il partito bolscevico ha dovuto lavorare molto, a differenza di tutti i partiti della II Internazionale, dell’Internazionale gialla e dell’aristocrazia operaia dei Paesi capitalisti europei, che s’interessavano soltanto di trovare dei compromessi con la borghesia, “compresi i contadini ricchi e medi”.

Grazie a queste parole appare quindi chiaro il motivo per cui in Europa occidentale il socialismo scientifico sia fallito nella prassi: è stato per colpa del suo riformismo politico ad oltranza, conseguente al fatto ch’era corrotto sul piano economico. Lenin stava sostanzialmente dicendo che là dove il capitalismo è maturo, grazie allo sviluppo di una potente rivoluzione tecnologica, correlato a un enorme sviluppo della proprietà privata dei gruppi industriali, chi professa idee socialiste tende facilmente a corrompersi.

Dunque come sperava Lenin di evitare questo disastro morale, una volta sviluppata in Russia la medesima rivoluzione tecnico-scientifica? Secondo lui esisteva un unico modo: socializzare tutta la proprietà, rispettando i tempi della necessaria transizione. Cioè fare in modo che, da subito, la proprietà privata dei capitalisti e dei latifondisti venisse completamente espropriata, e che, nel contempo, anche quella dei contadini medi e ricchi non potesse giocare un ruolo di rilievo, pericoloso per le sorti della rivoluzione.

Quarto punto

Qui Lenin parla dei contadini medi. Con questo termine egli intende una figura molto precisa: i piccoli agricoltori che hanno in proprietà o in affitto dei piccoli appezzamenti di terra (5-10 ettari), dai quali riescono a ottenere, nelle buone annate, una certa eccedenza che si trasforma in capitale. Questi contadini possono ricorrere all’impiego di manodopera salariata.

Lenin non si aspettava un appoggio alla rivoluzione da parte di questo strato di contadini, però era convinto che chi di loro possedeva la terra solo in affitto (o era comunque stato costretto a contrarre debiti di una certa entità), non avrebbe ostacolato la rivoluzione se gli si fosse garantita la soppressione del canone d’affitto e/o delle ipoteche.

Sarebbero bastate queste misure per neutralizzare la tendenza alla speculazione commerciale di questi contadini? No. Su questo però Lenin dice un’altra cosa di cui lo stalinismo si farà beffe: “Il potere proletario non deve affatto realizzare, nella maggior parte degli Stati capitalistici, l’immediata e integrale abolizione della proprietà privata”. Ovviamente sta includendo in questi Stati la Russia, e sta anche dicendo che nel caso in cui vi fosse una grande maturità politica, all’interno di qualche Stato (e tra questi – secondo lui – la Russia non vi era di sicuro), si sarebbe potuta eliminare la proprietà privata molto facilmente.

Come già detto, questo discorso ha come riferimento la situazione dei “contadini medi”. Infatti poi aggiunge – a dir il vero in maniera un po’ paradossale – che tali contadini hanno diritto a estendere i loro possedimenti prendendo in affitto altre terre. Vien da chiedersi a cosa stesse pensando con una proposta del genere. Probabilmente alle terre confiscate ai grandi latifondisti. Infatti, qualcuno dovrà pure lavorarle! Se sono confinanti a quelle dei contadini medi, perché mai lo Stato non dovrebbe cederle in affitto (almeno in parte)?

Si faccia ora attenzione a come conclude questo punto, e si comprenderà bene come il leninismo sia stato tradito, anche in questo aspetto, dallo stalinismo: “Il potere statale proletario dovrà realizzare il passaggio alla coltivazione collettiva della terra con la massima cautela e gradualità, con la forza dell’esempio, senza violenze di nessun genere contro i contadini medi”. Si noti che non è stato scritto “con una certa cautela e gradualità”, ma si è usato l’aggettivo “massima”. Sarebbe stato infatti insensato crearsi dei nemici interni alla nazione quando lo si sarebbe potuto facilmente evitare. A chi è abituato a lavorare la terra in maniera individualistica o borghese, il cui potere economico non può costituire un serio pericolo per le sorti del socialismo, bisogna dimostrare con “la forza dell’esempio” che una gestione collettiva della terra è più conveniente, è più efficace di una a conduzione familiare.

Quinto punto

Qui Lenin parla del destino dei “contadini ricchi”, che chiama, tra parentesi, non col termine russo “kulaki” (che userà solo al punto 8 e che molti delegati al Congresso conoscevano assai poco), ma col termine tedesco “Grossbauern” (a quel tempo in Germania ci volevano più di 100 ettari per rientrare in questa categoria).5 Costoro sono “imprenditori capitalisti nell’agricoltura, che di regola conducono le loro aziende mediante l’impiego di operai salariati”.

Ora, se si esclude questo aspetto economico, sembra – scrive Lenin – che non ci sia molta differenza tra loro e gli altri contadini. Infatti anche i contadini ricchi hanno “un basso livello culturale” e fanno i medesimi lavori fisici.6

Subito dopo scrive una frase che va interpretata: “È questo il più numeroso degli strati borghesi [sottinteso quelli in generale dell’intera nazione, non ancora espropriati] decisamente e apertamente ostili al proletariato rivoluzionario”. L’opposizione a tale strato sociale, cui Lenin dedica molto spazio nel testo, non doveva, secondo lui, prevedere la confisca delle terre, in quanto mancavano ancora le condizioni materiali, tecniche e sociali per “socializzare queste aziende”, ma: 1) l’opera di persuasione nei confronti dei braccianti, affinché la smettano di farsi sfruttare; 2) il divieto di armarsi, pena la procedura d’ufficio della confisca.

Lenin fa altresì notare che questa categoria di contadini non sono ricchi parassiti, ma lavoratori che sfruttano altri lavoratori. Possono temere il potere proletario costituito quando vedono che questo toglie ai capitalisti urbani la proprietà delle loro fabbriche. Possono temerlo quando vedono che immense proprietà sono state confiscate ai grandi latifondisti della nobiltà laica ed ecclesiastica.7

Sesto punto

In questo punto Lenin parla dei grandi proprietari fondiari, le cui terre vanno confiscate “subito e senza eccezioni”, proprio perché essi “non prendono parte in alcun modo al lavoro effettivo e discendono per lo più dai signori feudali… o sono nel novero dei ricchissimi magnati della finanza…”.

Si tratta quindi di individui parassiti, che non lavorano, ricchissimi, e che campano sfruttando esclusivamente il lavoro altrui. Le terre confiscate non possono essere soggette ad alcun indennizzo. Strano che Lenin non dica che debbono essere espropriati anche i loro conti correnti: non si erano forse già arricchiti abbastanza?

La proposta è molto semplice: le loro terre requisite vanno distribuite gratuitamente tra i piccoli e medi contadini, suddividendole in maniera equa, a meno che (questa la seconda proposta) non vengano gestite come “aziende statali”, trasformando gli ex salariati dei latifondisti in operai pagati dallo Stato.

Siccome quando scrive, Lenin ha in mente la III Internazionale, si sente in dovere di dire che nei Paesi avanzati sarebbe meglio la seconda soluzione. È strano che dica questo. Sembra che dia per scontato che nei Paesi capitalisti europei, nel caso in cui avvenga una rivoluzione analoga a quella bolscevica, dovrebbe essere più facile realizzare il socialismo. Eppure per molti anni della sua vita non ha fatto altro che contestare l’opportunismo e il revisionismo dei partiti della II Internazionale. O forse lo dice per far vedere, a chi lo contesterà (come p.es. Rosa Luxemburg) di non essere abbastanza coerente coi princìpi del socialismo scientifico (da lui stesso peraltro professati), che in un Paese arretrato come il suo non è possibile procedere se non con la prima soluzione, che comunque giudica transitoria.

In sostanza fa capire che se indubbiamente risulta vero che una grande azienda statale sarebbe più produttiva di una piccola azienda familiare, è anche vero che la rivoluzione deve trovare nei piccoli e medi contadini degli alleati sicuri, per cui si cercherà di favorirli, anche se questo dovesse comportare una resa minore nella produzione agricola. “L’essenziale è di abbattere gli sfruttatori”, permettendo al contadino di lavorare per sé. Questo vale anche il mezzadro o per il fittavolo, che non deve più sottostare a dei rapporti semi-feudali coi propri padroni terrieri.

In particolare le grandi aziende agricoli statali non solo devono consegnare allo Stato gran parte delle loro scorte, previa detrazione di quelle che servono a loro stesse per riprodursi, ma devono anche aiutare i piccoli contadini in maniera gratuita.

Lenin era un maestro assoluto nella flessibilità operativa. Chi pensa di trovare in lui una coerenza teorica astratta, perde il suo tempo. Nelle parole che dice sembra che non consideri negativamente neppure la proprietà privata in sé, ma solo l’uso che se ne fa, cioè lo sfruttamento del lavoro altrui.

Questa incredibile tattica, particolarmente versatile, malleabile, multiforme, risulterà del tutto sconosciuta allo stalinismo, soprattutto nel rapporto col mondo contadino. Si legga attentamente questa frase, così carica di premonizione: “I tentativi di passare prematuramente alla gestione statale delle grandi aziende agricole possono soltanto compromettere il potere proletario; e quando si creano delle ‘aziende sovietiche’, sono necessarie la massima prudenza e la più seria preparazione”. Qui viene detto tutto il contrario di quel che farà lo stalinismo.

Tuttavia, a distanza di un secolo da questo testo, pensiamo che la differenza tra il leninismo e lo stalinismo non riguardi soltanto la tattica, cioè la capacità d’essere flessibili. La differenza sta anche nel fatto che nell’ambito di un socialismo maturo è molto probabile che Lenin avrebbe rinunciato anche all’idea di “aziende agricole statali”, proprio perché in Stato e rivoluzione aveva detto, sulla scia di Marx ed Engels, che anche lo Stato, col tempo, doveva scomparire.

Un’azienda agricola statale doveva presupporre – secondo Lenin – “un proletariato rurale molto evoluto, consapevolmente rivoluzionario, con una buona educazione organizzativa, politica e professionale”. È vero, ma un proletariato del genere che bisogno ha dello Stato? Non è forse in grado di autogestirsi? Non è forse in grado d’impedire da solo che si ripresenti lo sfruttamento del lavoro altrui? Non è forse in grado di capire da solo che una gestione collettiva della terra è più produttiva di una di tipo familiare?

Gli ultimi tre punti

Gli ultimi tre punti delle Tesi (7,8,9) sono dedicati all’edificazione del socialismo in generale. L’obiettivo principale di Lenin è quello di “persuadere con l’esempio i piccoli proprietari a passare, nel loro stesso interesse, alla grande agricoltura collettiva e meccanizzata”.

Egli voleva introdurre nelle campagne i mezzi tecnici del capitalismo, proprio perché il suo obiettivo era quello di far diventare la Russia un Paese in grado di difendersi da qualunque attacco straniero. E, secondo lui, non ci poteva essere alcun miglioramento qualitativo e quantitativo nelle campagne se non funzionava l’industria nelle città.

Oggi una posizione del genere, alla luce dei disastri ambientali causati dall’industrializzazione, va considerata superata. Tali disastri prescindono persino dalla presenza della proprietà privata o statale.

Lenin va superato non tanto nell’obiettivo di abolire la proprietà privata e lo sfruttamento del lavoro salariato, quanto piuttosto nel modo in cui farlo. La proprietà infatti non va statalizzata o nazionalizzata, ma soltanto socializzata. E bisogna lasciare alla comunità locale la responsabilità di decidere come gestirla.

È improponibile l’idea che la campagna di senta in obbligo di rifornire la città di derrate alimentari, chiedendo in cambio la migliore strumentazione tecnica con cui “sfruttare” la terra. Va completamente rimessa in discussione l’idea che debba esistere una campagna profondamente industrializzata, ovvero un obbligo etico ed economico della campagna nei confronti della città. La campagna ha piuttosto l’obbligo di uscire dal circolo vizioso secondo cui essa deve produrre cibo per ottenere macchinari con cui produrre sempre più cibo. Questo circolo vizioso nasce dal presupposto moderno, completamente sbagliato, secondo cui la città deve vivere separatamente dalla campagna, proprio perché la vita urbana è migliore di quella rurale, culturalmente più avanzata e altre amenità del genere. Il socialismo non può ereditare acriticamente queste idee tipicamente borghesi.

Una volta compiuta la rivoluzione, il mondo rurale non deve essere costretto a ricavare dalla città le indicazioni su come deve regolamentare se stesso, su quale deve essere il suo ruolo nell’ambito dell’intera nazione. Il mondo contadino deve sentirsi autonomo; semmai deve trovare un’intesa con gli altri protagonisti dell’alimentazione umana: allevatori, cacciatori, pescatori, conservatori e trasformatori delle derrate alimentari.

Se non si vuole che esista un mercato, in cui ognuno è libero di speculare sui prezzi delle merci, allora si deve arrivare a pensare che la presenza delle città sia piuttosto inutile, almeno dal punto di vista della sopravvivenza del genere umano. Si badi: questo non vuol dire ritornare alle idee della fisiocrazia, cioè al capitalismo agrario, ma proprio alle idee del comunismo primitivo, quello della comunità locale autogestita, basata su autoproduzione e quindi autoconsumo, disposta a barattare solo le eccedenze.

La città è del tutto superflua, anzi, sul piano meramente produttivo, è un parassita per la campagna. I contadini possono allearsi con gli operai per compiere la rivoluzione, che deve spazzare via la dipendenza dallo Stato e dal Mercato, ma, fatta quella, gli operai (che sono sempre stati ex-contadini) devono progressivamente tornare a lavorare nelle campagne. E, come loro, devono farlo gli impiegati, i burocrati, i militari, gli insegnanti, i professionisti, i politici…, in una parola chiunque viva in città a spese della campagna, chiunque accetti, in un modo o nell’altro, la separazione dell’attività manuale da quella intellettuale. In città non ci si deve andare per vivere, ma per organizzare incontri, per scambiarsi il surplus, per celebrare feste comuni… Non sono i contadini che han bisogno degli altri ma il contrario.

Note

1 Il testo cui qui si fa riferimento è incluso nelle Opere scelte di Lenin (ed. Progress, Mosca). Ma si consiglia la lettura (non facile) del volume XL delle Opere complete (Editori Riuniti, Roma 1970), interamente dedicato, con dovizia di particolari, alla questione agraria, per il periodo che va dal 1900 al 1916.

2 Dovendo scegliere tra le concezioni agrarie dei populisti e quelle dei socialisti-rivoluzionari, Lenin non aveva dubbi nel preferire le prime, non foss’altro perché venivano espresse in un periodo storico in cui il capitalismo non aveva ancora condizionato così pesantemente tutta la vita della Russia. Tant’è che le opere da Herzen in poi le definisce “una grande pagina del pensiero sociale”, mentre quelle dei socialisti-rivoluzionari sono soltanto opere piccolo-borghesi, per molti versi reazionarie, in quanto “eludevano il movimento operaio”. Cfr vol. XL delle Opere complete, cit.

3 Nell’Ottocento l’economia russa si fondava soprattutto sull’esportazione di prodotti agricoli e di materie prime. Le regioni industriali includevano Mosca, le regioni centrali della Russia europea, San Pietroburgo, le città del Baltico, la Polonia russa, alcune aree lungo il corso del basso Don e del Dnepr e le regioni a sud degli Urali. Nel 1890 gli operai erano circa 1.400.000, di cui la maggior parte impiegata nell’industria tessile. Tra il 1860 e il 1890 la produzione annuale di carbone aumentò di circa il 1200% e la produzione di ferro e acciaio fu più che raddoppiata, soprattutto per lo sviluppo delle ferrovie.

4 Sembra che Lenin, almeno dai pochi dati che riporta, abbia maggiore contezza dei contadini residenti nell’Europa occidentale (tant’è che parla di quelli tedeschi, francesi e austriaci) piuttosto che di quelli russi. Ma è probabile che ciò sia dovuto al fatto d’aver subìto un lungo periodo d’esilio. Finché poté restare in Russia, le conoscenze del mondo agricolo erano tutt’altro che limitate.

5 La categoria dei kulaki nacque nel 1906, con la riforma agraria di Pëtr Stolypin sulla distribuzione delle terre. Essa prevedeva che le terre dello Stato potessero essere assegnate ai contadini, ma solo attraverso un pagamento. In questo modo i contadini poveri peggiorarono ulteriormente le loro condizioni di vita, poiché non poterono più accedere alle terre comuni per bisogni quali il pascolo, la legna, i frutti selvatici e la caccia. Stando a I. Deutscher (Stalin, Longanesi, Milano 1951), nel 1928 i capi famiglia kulaki erano tra 1,5-2 milioni, quelli contadini medi da 15 a 18 milioni, e i poveri da 5 a 8 milioni: in totale esistevano circa 25 milioni di famiglie di contadini individuali.

6 A dir il vero nel testo vien detto che anche il proletariato industriale presentava una certa “debolezza culturale”.

7 A. Solgenitsin, in Arcipelago Gulag (Mondadori, Milano 1975), sostiene che i contadini sterminati dallo stalinismo furono almeno una quindicina di milioni. Wiston Churchill, in La seconda guerra mondiale (Mondadori, Milano 1951), afferma che Stalin gli confidò di aver dovuto eliminare una decina di milioni di contadini. Ma molti studiosi ritengono che solo nell’Ucraina l’intera perdita di popolazione nel periodo 1929-39 sia stata di circa 4,6 milioni di individui. È noto che secondo Roy Medvedev (Lo stalinismo: origini, storia, conseguenze, Mondadori, Milano 1972; Stalin sconosciuto, Editori Riuniti, Roma 1980) le vittime “globali” dello stalinismo furono circa 40 milioni, che includono quelle dovute alla carestia provocata dalla collettivizzazione forzata e quelle della prima fase della Grande Guerra, in cui milioni di soldati e di civili rimasero senza direttive adeguate alla mercé delle armate naziste, anche grazie al tenace rifiuto di Stalin di credere ai molteplici annunci dell’aggressione imminente.

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Autore: Mikos Tarsis

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