La storiografia del socialismo scientifico (Cinico Engels)

Dal Medioevo alla Modernità

Una concezione della storia come nettamente dominata dall’economia e, in particolare, dalla tecnologia, pecca inevitabilmente di un certo unilateralismo. Ciò ha portato Engels a fare considerazioni del tutto errate circa il passaggio dal Medioevo alla Modernità.

Facciamo alcuni esempi. Anzitutto nell’Anti-Dühring egli non vede tanto i “servi della gleba”, quanto piuttosto i “contadini liberi”, quando in realtà questi erano un’eccezione e neanche lontanamente paragonabili ai “contadini” veri e propri, in quanto svolgevano piuttosto il mestiere del “capitalista agrario”, cioè del coltivatore che produce per un mercato urbano, una figura sì “medievale”, ma solo di alcune zone europee e solo dopo il Mille (Italia, Fiandre, alcune aree vitivinicole e fieristiche della Francia, l’area della Lega anseatica). Il rapporto fra seminato e raccolto resta sostanzialmente invariato fino al Trecento, proprio perché il servaggio era il modo prevalente di lavorare nelle campagne europee.

Dopodiché Engels sostiene, in maniera conseguente per lui ma non per la storiografia medievistica, che “i primi capitalisti trovarono già esistente la forma del lavoro salariato… come eccezione, occupazione ausiliaria, accessoria, fase transitoria”. Poi spiega ciò dicendo che “il lavoratore agricolo che andava temporaneamente a lavorare a giornata, aveva il suo palmo di terra col quale, in mancanza di meglio, poteva vivere”.

Cerchiamo quindi di capire. Al dire di Engels esistevano nel Medioevo dei contadini liberi, proprietari di un pezzo di terra appena sufficiente per far vivere la loro famiglia, i quali, per superare i limiti dell’autoconsumo, andavano a lavorare a giornata, sotto contratto, presso agricoltori più facoltosi. I capitalisti urbani scoprono la realtà di questo contratto e, da eccezione che era, ne fanno una regola. Il resto viene da sé, in maniera molto semplice e lineare.

In realtà la figura prevalente – almeno in Europa occidentale – era il contadino alle dipendenze di un signorotto locale, ed egli non aveva affatto la possibilità di arrotondare liberamente il suo magro reddito andando a lavorare a giornata presso terzi. Per tutto l’alto Medioevo non esistevano neppure redditi monetari e, a partire dal Mille, il contadino poteva ottenere del denaro soltanto andando sul mercato a vendere le proprie eccedenze, oppure riconvertendo una parte della propria produzione appositamente per le esigenze delle città. Col denaro guadagnato pagava al proprietario fondiario una rendita monetaria, sostituendo quella in natura e/o in corvées.

Nel corso dell’anno i contadini, liberi o servi che fossero, non avevano molte possibilità per dedicarsi ad attività lavorative sotto contratto al di fuori delle loro terre. È vero, i servi della gleba poteva essere “prestati” per una certa mansione da un nobile a un altro nobile; ed è anche vero che i contadini liberi, potevano fare, durante l’inverno, dei lavori saltuari dietro un certo compenso. Di regola però queste attività venivano svolte da contadini privi di terra, cioè da salariati agricoli, che nei tempi morti dell’agricoltura andavano in città a fare i manovali, cioè i mestieri più umili, pesanti, non qualificati. Ma non era sulla base di contratti del genere o di tali mansioni che sarebbe mai potuto nascere l’imprenditore borghese.

Quando i contadini liberi cominciarono a diventare degli affittuari in grado di assumere del personale per le terre che gestivano, il capitalismo era già nato nelle città. Il capitalismo non nasce quando i contadini liberi sono rovinati dalla concorrenza dei capitalisti agrari che si servono di fittavoli. Il capitalismo nasce quando gli imprenditori tessili inducono i feudatari a cacciare i servi della gleba dalle loro terre per trasformare gli arativi in prativi per le pecore, cioè per produrre lana; nasce quando le pluricolture per l’autoconsumo vengono indotte a trasformarsi in monocolture per soddisfare le esigenze urbane, dove la borghesia tende a dominare il contado. È l’industria tessile che distrugge il feudalesimo, e lo fa in una maniera che, ad un certo punto, appare drammatica.

Dunque a quali contadini fa riferimento Engels? A quelli inglesi del Seicento, che divennero liberi grazie alla rivoluzione calvinista di Cromwell, che fece diventare borghesi persino i nobili? I primi capitalisti non trovarono affatto già pronti i contratti salariali, legalmente scritti, ma se li dovettero inventare, e poterono farlo solo dopo aver liberato i contadini dalla servitù della gleba, al fine di poterli trasformare in operai salariati nelle loro aziende.

Il contratto lavorativo suppone la libertà giuridica di entrambi i contraenti, e questo nel Medioevo, in riferimento ai contadini, era impensabile. I contadini liberi erano un’infima minoranza e non sarebbero mai andati a lavorare come operai salariati, a meno che un capitalismo agrario molto sviluppato non li avesse rovinati coi prezzi troppo concorrenziali. Ma il primo tipo di capitalismo manifatturiero che riuscì a trionfare fu quello tessile e urbano, non quello agrario. I primi imprenditori dovevano aver capito che l’anello debole nelle campagne, da poter mettere a frutto, erano le donne coi loro telai. Tuttavia, per poterle convincere a produrre per loro, dovevano già esistere dei mercati urbani, in cui i magnati andavano a comprare ciò che non si trovava nel territorio locale, in genere quindi articoli esotici, di lusso. Il capitalismo non nasce quando il mercante vende su un mercato urbano una merce introvabile nel contesto locale, che solo un nobile poteva acquistare, avendo essa un prezzo proibitivo per i contadini. Ma nasce quando il nobile, per poter riacquistare quella stessa merce e altre ancora, impone ai propri contadini delle condizioni vessatorie irreversibili.1

Sin dai suoi esordi, il capitalismo ha voluto basarsi su una propaganda ingannevole, quella di far credere che, comprando cose non strettamente necessarie, si diventa migliori, più importanti, oggetto d’invidia e di emulazione. Il capitalismo non ha vinto il feudalesimo perché aveva una tecnologia infinitamente “superiore” (con cui, secondo Engels, poteva anche “socializzare” il lavoro, come se nel Medioevo tutti i contadini non vivessero in comunità di villaggio o rurali); ma ha vinto perché le città hanno subordinato, in parte con l’inganno, in parte con la forza, le campagne circostanti, imponendo ai proprietari terrieri il tipo di derrate agricole che i contadini dovevano produrre.

Con l’appoggio della Chiesa la borghesia assicurava una certa immunità, entro le mura urbane, ai servi della gleba che fuggivano dal feudo: era sufficiente non aver compiuto delitti contro la persona. Essa infatti aveva bisogno, nelle proprie manifatture, di manodopera a basso costo. Quando le rivoluzioni borghesi imposero il principio che di fronte alla legge si è tutti uguali, il contratto salariale divenne la regola. La dipendenza del lavoratore da “personale” divenne “contrattuale”. Senza questi presupposti il capitalismo non sarebbe mai nato. Lo sviluppo della tecnologia fu solo una conseguenza. I primi capitalisti non avevano alcuna tecnologia, ma si limitavano a fornire la materia prima alle contadine che nelle loro case usavano i telai per produrre tutto il tessile di cui la famiglia aveva bisogno.

Quando arrivò il capitalista (che, in tal caso, era solo un commerciante un po’ più industrioso di quello che faceva lunghi viaggi in oriente alla ricerca di oggetti lussuosi), le donne finiranno col produrre anche per lui sulla base di un qualche contratto. Il capitalismo nasce quando il commerciante delle lunghe distanze riesce a trasformarsi in imprenditore locale, sfruttando il lavoro altrui. Solo dopo un certo tempo l’imprenditore era in grado di mettere in piedi una propria filanda con molti telai, tecnicamente migliorati, chiedendo alle donne di trasferirsi in città. Il capitalismo è nato grazie al lavoro sottopagato al telaio delle donne e persino dei fanciulli, mentre nelle campagne i latifondisti o trasformavano gli arativi in pascoli, per fornire lana grezza agli imprenditori tessili, oppure mettevano a coltura solo i prodotti più convenienti sul mercato urbano. Fu la nascita della città, prima ancora della tecnologia, a convincere mercanti, artigiani e liberi professionisti che si poteva creare un’alternativa al feudalesimo. E, nell’ambito di quest’ultimo, furono i piccoli nobili (esclusi dall’asse ereditario) i primi a convincersi che sarebbe stato meglio offrire i loro servigi militari e polizieschi alle amministrazioni comunali, piuttosto che cercare fortuna in rischiose crociate o fare i mercenari per il nobile che li avesse pagati meglio o piegarsi a una carriera ecclesiastica senza averne la vocazione.

In sostanza, ciò che Engels ha frainteso è che non ci fu, propriamente parlando, un passaggio dallo sviluppo tecnologico a quello economico borghese, ma, in un certo senso, il contrario. La tecnologia prese a svilupparsi in maniera significativa quando nelle campagne, a causa dell’egemonia esercitata dalle città, arricchitesi grazie ai commerci sulle lunghe distanze2, si svolgevano tre processi concomitanti: 1. introdurre monocolture alimentari ad usum mercato urbano; 2. investire in grandi mandrie di pecore per produrre lana pregiata; 3. trasformare i telai domestici in strumenti per ottenere ingenti profitti. In Italia, inizialmente, ci si arricchì in questa maniera; e fu qui che nacque il capitalismo, non in Inghilterra, che al tempo dei Comuni borghesi italiani era ancora completamente feudale. Poi vennero gli aspetti più propriamente finanziari e bancari. L’unica tecnologia esistente era quella costituita dal tessile e il tessile era gestito dalle donne, da sempre.

I contadini che lavoravano direttamente la terra e che raccoglievano legna e frutti spontanei nei boschi e che andavano a caccia di animali selvatici o che pescavano nelle acque di fiumi, laghi, mari, e che andavano in guerra al seguito del loro “signore”, erano uomini “tuttofare”, che, alla bisogna, sapevano trasformarsi in falegnami, muratori, carpentieri, sterratori, scarriolanti, ecc. Non era certo a motivo di questa loro versatilità che poteva nascere il capitalismo. L’imprenditore borghese era tutto concentrato su un unico prodotto da vendere e aveva bisogno di manodopera specializzata da sfruttare: ecco perché trovò conveniente rivolgersi alle donne.

Engels sostiene che il capitalismo si inserisce “in una società di produttori di merci, di produttori individuali, il cui nesso sociale era determinato dallo scambio dei loro prodotti”, poiché vuole mostrare che tra feudalesimo e capitalismo vi fu una certa continuità, una certa evoluzione e non una rottura traumatica. Il vero motivo di vittoria non fu quindi l’inganno e la violenza, ma solo la diversa tecnologia.

Questa è un’analisi storica completamente sbagliata. L’idea stessa di un prodotto usato come “merce” esisteva solo nei mercanti che acquistavano in oriente prodotti esotici, introvabili in occidente, come p.es. le spezie, i cristalli, i broccati, le pellicce… Ma si trattava di una vendita di oggetti particolari, che solo pochissime persone potevano permettersi. La gente comune, al massimo, comprava il sale. Quando i contadini, che praticavano l’autoconsumo, andavano nei mercati, acquistavano, in genere, capi di bestiame, animali per l’aia, attrezzi agricoli, sementi… Prima di poter spazzare via tutto ciò, ci vorranno dei secoli: in Italia la vera svolta che rese il capitalismo un fenomeno assolutamente nazionale, tanto che si cominciò a parlare di “consumismo di massa”, avvenne solo dopo la II guerra mondiale, con l’egemonia statunitense in Europa occidentale.

Il “nesso sociale” dei produttori medievali non era affatto determinato – come vuole Engels – dallo “scambio dei loro prodotti”, a meno che non ci si voglia riferire a un mondo rurale completamente imborghesito. Un’affermazione del genere non può avere alcun senso in un sistema sociale basato prevalentemente sull’autoconsumo, per il quale l’accesso al mercato era saltuario e per cose non essenziali alla sopravvivenza della comunità di villaggio o della famiglia patriarcale. I mercati non avevano certo la periodicità che hanno oggi, anzi, prima ancora che nascessero esistevano solo le fiere annuali riservate ai mercanti all’ingrosso.

I “nessi sociali”, in una società basata sull’autoconsumo, erano anzitutto “sociali” e non anzitutto “economici”. Ma qui non è solo Engels che confonde “sociale” con “economico”, inglobando il primo nel secondo: è tutto il socialismo scientifico che ricalca questo riduzionismo borghese. Egli ha preteso di dimostrare che il capitalismo, favorendo la produzione “sociale”, in quanto riunisce in un unico luogo (la fabbrica) tutti i lavoratori che occorrono, è nettamente superiore a qualunque altro sistema economico: lo è quindi per motivi tecnologici, e di questo vantaggio gli stessi imprenditori, attaccati come sono alla loro proprietà privata, non si rendono conto sino in fondo, altrimenti avrebbero già accettato il socialismo, che, sul piano produttivo, è sicuramente più razionale. Ma le sue analisi non “dimostrano” proprio nulla.

Socialismo scientifico contro autoconsumo

Si faccia ora attenzione a questa strana argomentazione storico-economica: “ogni società fondata sulla produzione di merci ha questo di particolare: che in essa i produttori hanno perduto il dominio sui loro propri rapporti sociali. Ognuno produce per sé con mezzi di produzione che casualmente possiede e per il fabbisogno del suo scambio individuale”.

Engels vede solo produttori liberi e individualisti. Poi aggiunge: “Nessuno sa né quale quantità del suo articolo arriva al mercato, né, in generale, quale quantità ne è richiesta; nessuno sa se il suo prodotto individuale risponde a un effettivo bisogno, né se potrà cavarne le spese, né se in generale potrà vendere. Domina l’anarchia della produzione sociale”. E lui poteva dirlo per esperienza personale, visto che per vent’anni aveva lavorato nell’azienda del padre.

A suo parere l’autoconsumo è cosa “primitiva”, di quel periodo storico in cui l’uomo assomigliava all’animale. Le civiltà iniziano solo con gli scambi commerciali delle persone libere. Egli è convinto che tutte le società commerciali siano individualistiche e quindi incapaci di razionalità. La gente produce alla cieca, proprio perché non è abituata a confrontarsi alla pari coi propri simili. Se Engels avesse assolutamente ragione nel descrivere tali civiltà, si farebbe molta fatica a capire come abbiano potuto sopravvivere per migliaia di anni. In mezzo a un’anarchia del genere avrebbero dovuto disintegrarsi molto presto.

Tuttavia il suo obiettivo è un altro, quello di far capire ai borghesi che se essi rinunciano al loro individualismo, potranno ottenere dai loro stessi mezzi di produzione infinitamente di più, proprio a motivo del fatto che gli stessi lavoratori sarebbero interessati a migliorarne di continuo l’efficienza. Engels, qui, fa un discorso meramente economico, senza rendersi conto che tutta la sofisticata tecnologia prodotta dal capitalismo è funzionale a esigenze di mero profitto e solo secondariamente a soddisfare bisogni. Se il bisogno fosse prioritario, il livello tecnologico sarebbe di qualità inferiore o comunque non subirebbe mutamenti così incalzanti, dovuti alla competizione senza tregua.

Peraltro, se è vero che il miglioramento della qualità (nel contenuto della merce o nei macchinari per produrla) è in relazione all’antagonismo tra le imprese, è anche vero che in una situazione di monopolio la qualità tende a scadere, in quanto l’impresa, a livello nazionale, si accontenta di acquisire un profitto garantito, facendo leva anche sui dazi doganali nei confronti delle imprese estere che producono la stessa merce.3 In Italia la Fiat è stata l’esempio più eclatante di questa politica industriale monopolistica almeno sino alla nascita dell’Unione Europea, quando il mercato unico è diventato sovranazionale. Non a caso essa, dopo aver assorbito varie case automobilistiche, ha potuto investire gran parte dei propri capitali in settori industriali completamente diversi dal proprio, poi progressivamente abbandonati quando il problema n. 1 era diventato la ristrutturazione in un mercato europeo e mondiale. Il monopolio non garantisce affatto un’importante innovazione tecnologica se non è costretto dalla concorrenza.

Che poi la tecnologia capitalistica garantisca di per sé un’efficienza sempre migliore delle merci è cosa che può essere negata anche dalla semplice vita quotidiana. Mezzo secolo fa le aziende, per sfondare sul mercato, producevano elettrodomestici praticamente indistruttibili: si sostituivano ch’erano ancora in funzione. Oggi, pur con tutti gli accessori informatici e gli accorgimenti a favore dell’ambiente, se durano una decina d’anni è un miracolo. Sembrano prodotti destinati ad autodistruggersi entro un tempo piuttosto limitato. Sostituire singoli pezzi usurati è diventato, per svariate ragioni, praticamente impossibile: la ditta è fallita, il tecnico è introvabile, il ricambio è molto costoso e l’intera macchina non rispecchia più i canoni moderni, pur avendo essa pochi anni di vita. È forse stato un caso che sotto il cosiddetto “socialismo reale” si producessero beni destinati a durare nel tempo, anche se non erano particolarmente sofisticati?

Questo per dire che tutta la tecnologia presente nel capitalismo va profondamente ripensata, partendo p.es. da queste considerazioni: se essa non è di lunga durata, se non soddisfa esigenze reali e non indotte dai mercati, e se non è riciclabile o riutilizzabile in altre forme, andrebbe messa al bando. Il criterio per capire se uno strumento merita di esistere dovrebbe essere offerto dalla stessa natura. Nessun rapporto sociale, nessuna attività lavorativa può dirsi davvero “umana” se non rispetta le esigenze riproduttive della natura. Engels era piuttosto lontano dal capire una verità così elementare.

Il capitalismo ha avuto la pretesa, attraverso l’info-telematica, di poter controllare molto meglio le proprie contraddizioni, ma è illusorio pensare di poterlo fare quando gli antagonismi sono sempre più globali. Neppure i grandi istituti finanziari mondiali né le agenzie di rating sono in grado di prevedere il momento in cui avvengono gravi crisi di sistema, la loro intensità planetaria, la loro durata… e tanto meno sono in grado d’impedirle. Anzi, quando sarebbero in grado di farlo, si guardano bene dal prendere misure opportune, poiché sanno anche che il capitale ha bisogno di compiere periodiche operazioni distruttive per poter risorgere più forte di prima.

Sanno bene anche che il capitale non può avere scrupoli di sorta quando all’orizzonte si profilano ipotesi di alternativa al sistema. È una legge elementare della storia, quella secondo cui la mancata soluzione di un antagonismo sociale, nel momento in cui appare per la prima volta, renderà col tempo tale antagonismo ancora più difficilmente risolvibile, soprattutto se chi lo impone si sarà, nel frattempo, attrezzato con strumenti di controllo più sofisticati. Se, nonostante questo, si parla ancora di “alternativa al sistema”, o se sulla scena entrano in gioco nuovi competitori, che vogliono allargarsi a spese degli altri, la reazione può essere incontrollata. Le conseguenze di tali antagonismi avranno un tasso di catastroficità proporzionale al livello qualitativo ed estensivo (sul piano geografico) della tecnologia impiegata per controllarli. Il ritorno al comunismo primitivo sembra essere in una relazione di prossimità proprio a ciò che, in apparenza, appare lontanissimo. È come se si dovesse chiudere un cerchio, in cui l’alfa e l’omega giungono a toccarsi.

Feudalesimo e autoconsumo

La descrizione che Engels fa del feudalesimo alle pp. 328-29 dell’Anti-Dühring è sostanzialmente corretta. Il che però fa pensare che quando parlava di “produttori liberi e individualisti” si riferisse a un capitalismo meramente commerciale, destinato a essere inglobato in quello più propriamente industriale.

Tuttavia questa sembra essere una descrizione posticcia, aggiunta in un secondo momento, forse dietro suggerimento dello stesso Marx, che aveva sicuramente letto il manoscritto. Infatti non si è rispettata la cronologia storica. Engels sembra riprendere il discorso sulla formazione del capitalismo da un’angolazione diversa. Ora finalmente dice che il prodotto del lavoro diventa “merce” solo quando è “eccedente” ai bisogni naturali di chi lo realizza.

In realtà non è neppure questo che fa nascere il capitalismo, il quale, quando riesce a penetrare nelle campagne, può farlo perché s’era già affermato nelle città, grazie ai mercanti trasformatisi in imprenditori tessili, dopo che avevano fatto fortuna coi commerci sulle lunghe distanze o coi prodotti lussuosi.

Il borghese era uno sradicato che non voleva sottostare alle prepotenze del nobile e non credeva nella capacità di ribellione dei contadini, né era interessato a fare una qualche carriera ecclesiastica. Era un individualista che pensava di arricchirsi a suo rischio e pericolo, confidando solo nelle sue capacità affaristiche. L’estraneazione dalla sua comunità d’origine lo portava ad avere un tasso di eticità poco sviluppato.

In vari punti dell’Anti-Dühring Engels definisce “merci” tutti i prodotti oggetto di scambio mercantile. È un errore. Le vere “merci” non sono quelle che provengono da un surplus dell’autoconsumo, ma quelle il cui valore di scambio è superiore al valore d’uso, in quanto sono merci prodotte più per essere vendute che per soddisfare un bisogno essenziale. Infatti le prime “merci” furono quelle lussuose, che pochi si potevano permettere. Poi sono venute fuori le merci in serie, prodotte ai telai o nei forni, qualitativamente quasi identiche. Furono appunto queste merci seriali a eliminare l’egemonia dell’artigianato urbano, il quale, avendo una significativa componente manuale, era costretto a porre dei prezzi elevati, soprattutto se il cliente pretendeva qualcosa di qualità e di unicità. In caso contrario ci si doveva accontentare dell’artigianato rurale, quello improvvisato dal contadino quando ve n’era necessità, o quello abituale delle donne al telaio.

Le merci hanno un prezzo di mercato che quasi mai coincide col loro effettivo valore, poiché alla determinazione del prezzo concorrono fattori molto diversi tra loro, i cui costi non sono facilmente preventivabili. Non basta calcolare il tempo di lavoro socialmente necessario di un operaio medio: bisogna tener conto anche del gioco della domanda e dell’offerta sul mercato, che può subire variazioni, per molti motivi, del tutto imprevedibili.4

Viceversa, quando si usa il baratto come metodo di scambio o quando si acquistano prodotti di uso comune e quotidiano, è tutto molto più semplice, poiché si conosce il tempo di produzione, la fatica impiegata, l’ingegno profuso… Non è affatto vero – come dice Engels – che le leggi del commercio “si attuano senza i produttori e contro i produttori, come leggi naturali della loro forma di produzione agenti ciecamente”. Il prodotto “domina” i produttori solo nell’ambito del capitalismo, non in quello dell’autoconsumo e quindi del baratto. Laddove si devono soddisfare esigenze primarie, la comunità locale autogestita sa bene fin dove possono arrivare le proprie capacità, sa bene che valore dare ai prodotti, e non è disposta ad acquistare quelli altrui, se ciò può minare la propria indipendenza produttiva, la propria autonomia gestionale. Esiste una bella differenza, nel concetto di “merce”, tra un guadagno ottenuto da un’eccedenza dell’autoconsumo, e un guadagno ottenuto da un surplus che serve per pagare al nobile un affitto monetario, da lui richiesto a motivo del fatto che con la rendita in denaro vuole acquistare beni pregiati nel mercato urbano.

La comunità basata sull’autoconsumo non si sente minacciata da altre comunità analoghe che, come essa, smerciano le loro eccedenze. Viceversa, se questi “esuberi” vengono venduti da un imprenditore, che se li è procurati sfruttando industrialmente il lavoro altrui, allo scopo di ricavarci un profitto puramente monetario, allora la comunità autogestita che produce lo stesso bene o un bene equivalente, può sentirsi minacciata, in quanto avrà sicuramente dei prezzi superiori, per unità di prodotto, da proporre al mercato. L’organizzazione di una produzione in serie manda sempre in rovina il lavoro artigianale autonomo, costringendo l’artigiano a trasformarsi in operaio salariato.

La storia come processo senza soggetto

Il socialismo scientifico non può ridurre gli esseri umani a soggetti senza personalità, che non sanno quello che fanno, o che si lasciano trascinare da eventi giudicati troppo superiori alla loro volontà. Marx, che non ha mai formulato il concetto di “socialismo scientifico”, non avrebbe potuto accettare una visione così semplicistica delle cose. Il fatto che non si sia opposto in maniera esplicita ad alcune tesi dell’Anti-Dühring può anche essere dipeso dalla sua totale dipendenza dalle finanze di Engels. Quel che ha dimostrato Marx nel Capitale non è stato il passaggio automatico dal comunismo primitivo (che si metterà a studiare solo dopo la pubblicazione del I volume) a una formazione sociale antagonistica, ma il passaggio dal tardo feudalesimo inglese, distrutto dalla rivoluzione borghese, al capitalismo vero e proprio, in forza della pressione commerciale olandese, che aveva bisogno di lana grezza per le proprie imprese tessili.

La borghesia inglese, di religione calvinista, ebbe la meglio, economicamente, sulla nobiltà grazie a una rivoluzione piuttosto cruenta, ma anche grazie al fatto che la nobiltà sopravvissuta decise d’imborghesirsi. Marx disse semplicemente, sul piano storico, che il passaggio dal feudalesimo al capitalismo fu qualcosa di necessario, in quanto il feudalesimo parassitario, basato sulla rendita agraria, aveva fatto il suo tempo e non poteva reggere il confronto con una classe che faceva del lavoro e dell’attività commerciale e manifatturiera la propria ricchezza.

D’altra parte era facile giungere a una conclusione del genere. Gli storici potevano individuare tracce di capitalismo in Europa sin dalla nascita dei Comuni italiani e nel potente sviluppo delle Fiandre e delle città anseatiche, e anche in talune zone francesi ove si tenevano importanti fiere europee. L’Inghilterra di Cromwell si limitò a prendere atto che un piccolo Paese come l’Olanda era incredibilmente ricco a causa dell’industria tessile e del commercio internazionale delle spezie, oltre ad altre importanti industrie (p.es. tulipani, strumenti ottici, ecc.). Nel XVII sec. l’Italia, rovinata dalla Controriforma, non aveva più niente da dire sul piano economico; e la Germania, ove pur aveva trionfato la Riforma, non ebbe una borghesia così forte da imporsi sui proprietari fondiari, sicché il capitalismo fu soffocato sul nascere, e ci vorrà il nazifascismo per farlo risorgere in tutta la propria bellicosità.

Tuttavia Marx era perfettamente consapevole che, a parità di condizioni economiche, possono imboccarsi strade molto diverse tra loro, per cui non sempre si può parlare di “necessità storica”. Engels ha voluto dare del Capitale un’interpretazione riduzionistica, anche se è vero quel che dice: Marx ha provato “che ad un certo grado di sviluppo la produzione di merci si trasforma in produzione capitalistica”. È evidente, infatti, che i passaggi dal capitalismo meramente commerciale a quello manifatturiero e da questo a quello industriale vero e proprio avvengono con molta più facilità che non quello dalla proprietà pubblica a quella privata. Quando le basi della proprietà privata sono poste, la lotta furibonda si svolge soltanto tra i proprietari terrieri, che hanno tutto il potere politico, e i proprietari di capitali, che ambiscono ad averlo: un classico esempio di tale competizione è la lotta nel mondo romano tra senatori e cavalieri.5 E in questa lotta generalmente hanno la meglio i proprietari di capitali, più spregiudicati nella loro attività e con pochi scrupoli morali, salvo concludere con gli agrari un patto di mutuo interesse per spartirsi il potere e opporsi alle rivendicazioni dei nullatenenti.

Il diritto di proprietà, fondato sul proprio lavoro, è già un diritto borghese moderno. È un diritto che si oppone al privilegio di possedere una proprietà terriera privata, conseguita con l’uso della forza fisica o militare e trasmessa per via ereditaria. L’aristocrazia fondiaria è sempre, fondamentalmente, un ceto militare, che, sotto l’impulso egemonico borghese, si trasformerà progressivamente in un ceto burocratico, amministrativo, diplomatico…

Quando la borghesia “illuminata” rivendica la proprietà privata sulla base del lavoro personale, appare più democratica della nobiltà, abituata al lusso e ai vizi; ma, appena acquisita tale proprietà e ottenuta, in forza di essa, un peso politico adeguato, la stessa borghesia si presenta come una classe oppressiva, che aspira a vivere sulle spalle del lavoro altrui, esattamente come la nobiltà, con la differenza che non si accontenta di una rendita fondiaria, ma vuole mettere a profitto i propri capitali in imprese industriali e/o finanziarie.

Note

1 È noto che una parte della nobiltà, volendo comprare le merci borghesi e non avendo grandi disponibilità di denaro, ma solo di terre, finì nelle mani degli usurai, da cui poteva liberarsi o vessando all’inverosimile i propri contadini o cedendo quote significative dei propri possedimenti ai borghesi. Tuttavia il capitalismo non nasce dall’usura, la quale lo presuppone e che, per certi versi, lo ostacola nel suo sviluppo, tant’è che dalla piaga dell’usura sorgeranno, come alternativa, i monti di pietà (XV sec.).

2 Si pensi solo alla mitica figura di Marco Polo o alle motivazioni con cui si facevano le crociate, oppure all’occupazione militare, prima araba poi turca, del Medioriente, che costrinse a cercare nuove rotte commerciali circumnavigando l’Africa o attraversando l’Atlantico.

3 Le innovazioni tecnologiche sono scarse anche là dove il costo del lavoro è molto basso e non si è costretti a competere con agguerriti rivali: ciò p.es. avviene quando determinate imprese riescono ad ottenere una presenza esclusiva da parte degli Stati che le ospitano e le proteggono dalla concorrenza.

4 Oggi, con un mercato quotidiano su scala internazionale, è sufficiente che in una qualunque area del pianeta avvenga, per una qualche ragione, una grave crisi economica o finanziaria, per produrre conseguenze, più o meno immediate, sull’intero pianeta. Tutto è diventato così interconnesso che assumere delle decisioni di tipo “nazionalistico” sta diventando una cosa priva di senso.

5 Nella tarda età repubblicana cominciò ad affermarsi economicamente la classe sociale degli equites, che traeva le proprie ricchezze non dall’agricoltura, come i senatori, bensì dal commercio, dalle industrie e dalla finanza (riscossione delle imposte e prestiti a interesse).

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Autore: Mikos Tarsis

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