Politica ed economia (Cinico Engels)

Il primato dell’economico sul politico

Per Engels la politica dipende sempre dall’economia, salvo “poche eccezioni”. Quali? Nell’Anti-Dühring parla di quei casi in cui “i conquistatori, più rozzi [dei conquistati], hanno sterminato o cacciato via la popolazione di un paese e ne hanno guastate o distrutte le forze produttive di cui non sapevano che fare”.

A questo punto il lettore è pronto ad aspettarsi degli esempi concreti, ma rimane subito deluso. Engels ne fa uno solo, quello dei cristiani nella Spagna moresca, che devastarono “la massima parte di quelle opere di irrigazione sulle quali poggiavano l’agricoltura e la floricoltura altamente sviluppate dei mori”. Altri esempi non avverte bisogno di fare, poiché “nell’enorme maggioranza dei casi di conquista durevole il conquistatore più rozzo deve adattarsi all’ordine economico superiore quale risulta dalla conquista, e viene assimilato dai conquistati e per lo più deve perfino accettarne il linguaggio”.

Perché dice questo? Perché si esprime in una maniera così poco storica?1 Apparentemente per dimostrare, contro Dühring, che nella storia è molto più importante lo sviluppo economico che la forza politica o militare. Nella sostanza però l’intenzione è un’altra, quella di voler far credere che lo sviluppo economico dello schiavismo era superiore a quello del comunismo primitivo, così come quello capitalistico è superiore a qualunque altro sviluppo economico precedente. In che senso “superiore”? Nel senso tecnico-materiale della produzione; nel senso del benessere economico, finanziario, mercantile e manifatturiero; nel senso delle grandi opere artistiche e architettoniche, tecnico-scientifiche. Il concetto di “superiorità” che usa Engels è preso dal capitalismo a lui coevo: è un concetto condizionato dalla rivoluzione tecnico-scientifica, ma anche dalle discipline gius-economiche, dalla configurazione politica dello Stato, ecc. Come tale, esso viene applicato alla storia di tutte le civiltà del passato. È un criterio euristico, assiologico, interpretativo dell’intera storiografia marxista, in quanto basato su determinazioni quantitative, quelle tipicamente borghesi, le quali, ad un certo punto, si trasformano in una nuova qualità.

Engels era entusiasta del passaggio, teorizzato da Hegel, dalla quantità alla qualità. Una legge che, pur avendo in sé una certa legittimità, va comunque contestata là dove non prevede l’esigenza di una decisione esistenziale o di una scelta culturale. Se si vuole evitare l’assoluto determinismo, se non si vuole finire in balìa di eventi che non dipendono neppure minimamente dalla nostra volontà, non si può assumere con leggerezza la filosofia hegeliana, in nessuna delle sue parti, poiché essa è un tutto unico, in cui il principale problema è quello di come “secolarizzare il cristianesimo” senza rischiare l’accusa di ateismo.2

Pertanto, qui, se non ci si intende sul concetto di “superiorità”, sarebbe del tutto inutile fare esempi che dimostrino il contrario di quanto sostiene Engels. La “superiorità”, infatti, dovrebbe riguardare l’essenza umana qua talis, la capacità d’essere umani e naturali, a prescindere dalle forme in cui si esprime. Non può essere soltanto una questione di “benessere materiale”.

Facciamo l’esempio dei Mongoli (o Tatari) al tempo di Temujin (o Gengis Khan). Erano economicamente inferiori o superiori ai Russi o ai Cinesi che conquistarono? Secondo i parametri borghesi, decisamente inferiori. E allora perché dominarono per così tanto tempo quei popoli. I Mongoli arrivarono fino in Polonia e a sud fino all’Egitto, e tendevano a distruggere tutto, a saccheggiare, a imporre pesanti tributi. Erano un popolo di allevatori nomadi, eccellenti cavalieri, capaci di sottomettere popoli stanziali molto più ricchi di loro, urbanizzati, bene armati… Come fu possibile una cosa del genere? Solo quando si accorsero di non avere più nemici da sconfiggere e che l’intera Asia poteva anche bastare, si calmarono, cominciarono a favorire i commerci e lo scambio di culture, lingue e religioni. E quello fu l’inizio della loro fine. I popoli stanziali si ripresero ciò che avevano perduto e circoscrissero i Mongoli in quello Stato-cuscinetto tra Russia e Cina la cui importanza politica nel mondo attuale, nonostante sia cinque volte l’Italia e abbia ingenti risorse minerarie, è piuttosto insignificante, anche perché la maggior parte della popolazione vive al di fuori delle aree urbane e pratica una pastorizia di mera sussistenza.

Com’è stato possibile un successo così travolgente in pochissimo tempo? Non era certamente soltanto merito dei guerrieri a cavallo, imbattibili arcieri. La loro vittoria dipese anche dal fatto che incontrarono Stati feudali le cui contraddizioni erano esplosive. La distruzione del comunismo primitivo aveva esasperato a tal punto le popolazioni ridotte in servitù che non si riuscì a organizzare alcuna vera resistenza. Da parte delle popolazioni più angariate dai signori feudali della terra, i Mongoli venivano visti come liberatori, pur avendo essi un sistema economico molto più arretrato. Lo stesso era accaduto al tempo dei Romani nei confronti dei cosiddetti “barbari”, mentre l’impero languiva sotto la dittatura militare.

Naturalmente fu una grande illusione per gli oppressi, poiché anche i Mongoli, che pur non conoscevano il feudalesimo, ovvero il servaggio sistematico, e neppure lo schiavismo, si adattarono alle condizioni che trovarono, pensando di poter vivere di rendita. Qui vengono in mente i versi del coro manzoniano dell’Adelchi: Il forte si mesce col vinto nemico, / Col novo signore rimane l’antico; / L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.

Ma anche i Mongoli furono vinti dalla superiore cultura dei popoli conquistati, dal loro spirito nazionale, dalle loro tradizioni storiche in campo etnico, linguistico e religioso. Essi non avevano alcuna vera religione e a nessun popolo riuscirono a imporre la loro lingua, anche perché erano sostanzialmente analfabeti. Furono però un esempio eclatante di come il nomadismo possa essere superiore alla stanzialità, e di come una popolazione più vicina al comunismo primitivo, per quanto in una forma in cui la guerra costituiva il pane quotidiano per poter sopravvivere, possa essere anche più forte di quegli Stati feudali basati o sulla proprietà privata della terra (la Russia dei bojari) o su quella statale (la Cina dei mandarini).

I Mongoli furono anche la dimostrazione che senza una “cultura” alternativa al servaggio, non c’è modo di tornare davvero al comunismo primitivo. Lo stesso si potrebbe dire dei barbari distruttori dell’impero romano d’occidente. È sempre possibile approfittare delle contraddizioni antagonistiche di sistemi sociali economicamente avanzati, ma poi bisogna saper creare un’alternativa, e non si può certo dire che il passaggio dallo schiavismo al servaggio fu un vero ritorno alla democrazia, all’uguaglianza del comunismo primordiale. Si passò soltanto da una forma di sfruttamento a un’altra, attenuandone la rudezza, la crudeltà, e ciò fu senza dubbio un merito del cristianesimo (mai riconosciuto dal marxismo), in quanto tutte le popolazioni barbariche, quando entrarono nel mondo romano, erano giù cristianizzate.

Rivolgiamoci ora alla conquista ispano-lusitana dell’America centro-meridionale. Furono distrutte delle civiltà schiavistico-statali che per molti aspetti erano più avanzate di quelle feudali europee. E per ottenere cosa? Si esportò il feudalesimo anche in quei Paesi e lo si trasformò in capitalismo commerciale di derrate alimentari sulla base delle esigenze europee. Tutto l’oro e l’argento trovato in quel continente non servirono affatto ad arricchire in senso capitalistico la Spagna e il Portogallo, ma, al contrario, portarono queste nazioni alla rovina, poiché all’aumento inevitabile dei prezzi di tutte le merci non seppero far fronte investendo quei metalli pregiati in attività produttive. Volevano soltanto vivere di rendita, depositando i loro beni nelle banche dei Paesi capitalisti e calvinisti del nord Europa, i quali sapevano bene come farli fruttare. Non solo non capirono quanto di meglio avevano incontrato in quelle civiltà andine e mesoamericane, ma ridussero in servitù anche gran parte di quelle popolazioni rimaste ancora ferme allo stadio del comunismo primitivo, che fuggivano, disperate, dal colonialismo degli Aztechi.

L’incontro degli europei col continente americano fu assolutamente disastroso per tutte le popolazioni autoctone, a qualunque latitudine, checché ne pensino “socialisti scientifici” come Engels, i quali, comunque, potranno sempre dire che, nonostante gli errori compiuti nel passato, il capitalismo è riuscito a trionfare in tutto il mondo, preparando il terreno al socialismo.

È davvero triste guardare il passato non per quello che è stato, ma in funzione di ciò che sarebbe dovuto accadere molti secoli dopo, in condizioni socio-economiche completamente diverse. Le civiltà schiavistiche e servili vanno messe in rapporto, al massimo, a ciò che si era perduto prima della loro nascita. È soltanto il capitalismo che, avendo distrutto tutto il passato dell’umanità, va messo in rapporto alla speranza, tramite un processo politicamente rivoluzionario, di non far finire il genere umano nella peggiore apocalisse della sua storia. E che ci voglia una vera “politica rivoluzionaria” è dimostrato anche dal fatto che gli imponenti flussi migratori che giungono oggi, in occidente, da tutte le parti del mondo, non sono solo l’esito di una rinuncia a costruire un’alternativa al capitalismo nelle “colonie” ch’esso gestisce, in un modo o nell’altro, ma sono anche l’espressione esplicita del desiderio di diventare “come noi”, figli legittimi della borghesia. Sconfitta completamente nelle proprie più antiche origini, l’umanità sta procedendo alla cieca verso i più grandi sconvolgimenti epocali della storia. E non sarà certo la “grande industria” a salvarci dalla barbarie.

Anarchia e monopolismo

Indubbiamente Engels ha ragione quando dice che “è la forza motrice dell’anarchia sociale della produzione che trasforma sempre più la grande maggioranza degli uomini in proletari”. E – si potrebbe aggiungere – ciò avviene anche quando si è in presenza del capitalismo monopolistico-statale, che, almeno in apparenza, sembra dover escludere la suddetta anarchia. Questo perché, se anche all’interno di una singola nazione la situazione monopolistica di determinate aziende può ridurre gli effetti negativi dell’anarchia produttiva che vi è in regime di concorrenza, la stessa anarchia si ripresenta su scala internazionale, non solo nell’ambito dei rapporti tra Occidente e Terzo Mondo, ma anche tra i Paesi dello stesso Occidente, ognuno dei quali tende a privilegiare le proprie aziende.

Generalmente il regime di monopolio, all’interno di una singola nazione, è in grado di durare nel tempo o perché sostenuto da una politica autoritaria dello Stato oppure perché gli stessi monopoli fruiscono di una incredibile ricchezza (in genere questo secondo caso si verifica nei Paesi in cui il capitalismo industriale è nato con qualche secolo d’anticipo rispetto agli altri). Tuttavia, per sua natura, il capitale non sopporta molto o per molto tempo le politiche autoritarie, in quanto vuole espandersi in qualunque direzione planetaria e senza troppi controlli dall’alto, dimostrando che la sua “forza” è intrinseca al tipo di “benessere” che offre. La politica autoritaria può far comodo nella fase della partenza, per frenare o abbattere la concorrenza, per ottenere favori, incentivi particolari, ma poi finisce col creare più problemi di quanti ne risolva. La dittatura esplicita crea resistenze, dissensi, opposizioni di varia natura, quando invece il capitale, grazie al consumismo, vuol proporsi come un’esperienza piacevole. “L’albero della conoscenza era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza”, viene detto nel Genesi.

I regimi politicamente autoritari (come p.es. quelli fascisti) vanno bene per vincere la concorrenza sul piano economico o per reprimere i lavoratori che si ribellano allo sfruttamento, ma il capitalismo ha bisogno del libero scambio, cioè di potersi muovere come vuole là dove sente odore di “profitto”. Il capitale ha bisogno della democrazia formale, non della dittatura reale, anche perché questa viene creata dallo stesso capitalismo sul piano economico e finanziario, cioè in maniera più soft, meno evidente ma più incisiva, in quanto apparentemente frutto di una libera scelta. Non siamo più al tempo dei Romani, quando gli schiavisti, per dominare indisturbati, avevano bisogno di generali capaci, alla testa di imponenti legioni senza tanti scrupoli. Da quando è nato il capitalismo è la democrazia politica che serve a mistificare la dittatura economica. Gli americani “conquistarono” di più gli europei con gli elettrodomestici, i film hollywoodiani, il boogie-woogie, le sigarette col filtro e le gomme da masticare che non con le basi-Nato.

Non si può però essere così ottimisti – come lo è Engels – quando si pensa che “le masse proletarie metteranno termine all’anarchia della produzione”. Certo, lo faranno, ma senza pastore il gregge va dove gli pare, dove c’è erba da brucare. Lenin lo dirà molto chiaramente nel suo Che fare?: senza una guida a loro esterna, gli operai fanno solo rivendicazioni sindacali, non hanno la strategia operativa per ribaltare il sistema. Chi lavora come uno schiavo, per gran parte della sua giornata, non ha tempo né modo di dedicarsi alla rivoluzione, cioè di trovare i mezzi e i modi per conquistare il potere. È uno sconfitto in partenza. O viene aiutato dagli intellettuali, quando questi dimostrano d’essere dei politici ben consapevoli dei problemi generali da risolvere, oppure l’operaio stesso deve trasformarsi in un leader politico.

La massa degli operai, considerata così com’è, non può considerarsi più “rivoluzionaria” degli agricoltori o degli impiegati statali solo perché lavora nell’industria: sopravvaluterebbe la propria importanza. Non si può ipostatizzare una coscienza di classe o farla derivare magicamente da un ruolo sociale o da circostanze di tipo economico. Per essere rivoluzionari di professione occorre determinazione nel carattere, lungimiranza intellettuale, sensibilità comunicativa, grande disponibilità al sacrificio, doti organizzative di non poco conto, incorruttibilità sul piano etico… Queste non sono cose che s’incontrano facilmente in una stessa persona. Ecco perché le masse vanno guidate da “partiti” o “movimenti” politici, dove le singole qualità si possono sommare tra loro.

Tutto ciò per dire che il socialismo non ha bisogno d’aspettare le crisi del capitalismo prima d’alzare la voce e dire che occorre un’alternativa al sistema. La prova che il capitalismo è invivibile non è data tanto dalle sue periodiche crisi economiche o dal fatto ch’esso continuamente devasta l’ambiente e crea guerre regionali, tenendo alta la tensione nel mondo, quanto soprattutto dal fatto ch’esso non è in grado di risolvere neppure uno dei suoi problemi di fondo, anche perché, quando ci prova, crea sempre scompensi ancora più gravi. Ogni sua riforma, che pretenda d’essere “strutturale”, non fa che minare le condizioni di vita dei lavoratori: scuola, sanità, previdenza, servizi sociali… tendono costantemente a peggiorare, proprio perché per i capitalisti una qualunque “riforma strutturale” significa soltanto ridurre la spesa dello Stato sociale, cioè di quell’escamotage cui si ricorse nel secondo dopoguerra per impedire che la Resistenza, a guida comunista, si trasformasse in una rivoluzione socialista e per dimostrare che in occidente non c’era bisogno di fare alcuna rivoluzione per ottenere uno Stato come quello sovietico, visto che per ottenerlo era sufficiente garantire scuola, sanità, pensioni e agevolare l’acquisto di un’abitazione.3

Oggi, anche quando si parla si smantellare l’inutile burocrazia, s’intende sempre fagocitare lo Stato sociale, che è “sociale” non solo per i “servizi” che offre, ma anche per gli impieghi pletorici che assicura. Il plusvalore estorto agli operai è in grado di mantenere un’infinità di persone la cui utilità per molte di loro è alquanto dubbia, e non solo nella burocrazia, ma anche nelle forze armate e nelle istituzioni e amministrazioni statali in generale. D’altra parte è assurdo pensare a una “piena ed efficiente occupazione” in un sistema basato sul profitto o sull’interesse privato. Sarebbe un ossimoro. Sono soltanto i borghesi a dire che, se uno davvero lo vuole, un lavoro lo trova sempre; sono soltanto loro a dire che qualunque forma di assistenzialismo non fa che disincentivare la gente dall’idea di cercarsi un lavoro. Per la borghesia il lavoro dà “significato” alla vita, ma è proprio la borghesia che vuol vivere di rendita sfruttando il lavoro altrui. Quando s’incontra qualcuno per la prima volta, non bisognerebbe chiedergli che lavoro fa, ma quale lavoro sfrutta.

Il capitalismo non riformabile

Gli impianti industriali non vengono migliorati solo perché si è costretti a causa della competizione internazionale, interaziendale, ma anche perché il capitale tende a sfruttare al massimo la forza-lavoro, sempre e comunque. A dir il vero molti odierni imprenditori occidentali, pur avendo “inventato” le macchine economicamente più produttive, vogliono solo campare di rendita finanziaria, fare la bella vita, investire i loro capitali eccedenti in spese folli o giochi di borsa, e se decidono di vendere i loro “gioielli di famiglia” ai nuovi imprenditori asiatici, disposti a sborsare cifre astronomiche, si accontentano di fare piccoli investimenti, per non mettere a rischio la loro immensa liquidità. Tuttavia quelli ancora impegnati nell’industria sono costretti a rinnovare periodicamente le macchine.

Lo sfruttamento è una questione oggettiva, solitamente chiamata “plusvalore” (ottenuto da un “pluslavoro” non pagato), inerente alla gestione privatistica e individualistica dei capitali: l’imprenditore, individuale o associato, vuole realizzare profitti, non tanto rispondere a bisogni, per cui tende a “sfruttare”, e non semplicemente a “impiegare” o “utilizzare” il lavoro altrui. E per fare questo, che è cosa eticamente indegna, non può avere scrupoli di sorta. L’imprenditore si sentirà sempre “diverso” dai propri operai, avrà sempre un atteggiamento di superiorità. Un imprenditore “buonista” farebbe male il proprio mestiere.

Se l’obiettivo è quello di realizzare un profitto, che deve essere sempre più crescente, e se questo profitto, virtualmente, va considerato illimitato, in quanto il denaro può essere accumulato in maniera indefinita, il capitalismo in nessuna maniera può porre spontaneamente dei limiti a se stesso. Anzi, quanto più il denaro viene smaterializzato (cioè non arriva più a coincidere strettamente con lingotti, banconote, terre e beni immobili), tanto più è facile accumularlo. E non è affatto vero che gli investimenti produttivi sono proporzionati alla quantità di capitali realizzati. Le due cose oggi marciano completamente separate.

Spesso i governi politici favoriscono i grandi capitali (diminuendo p.es. le tasse, condonando evasione o elusione fiscale, ecc.) nella convinzione che, in tal modo, aumenteranno gli investimenti in attività imprenditoriali, che assicureranno più lavoro a operai e impiegati, ma nessuno può obbligare un capitalista a farlo. Anzi, in genere nessun capitalista è così ingenuo da mettere in piedi un’azienda vera e propria quando può fare investimenti unicamente di tipo finanziario (non a caso nei periodi di crisi l’usura aumenta tantissimo). Il capitalismo maturo tende ad essere parassitario sul piano produttivo. Spesso si mettono in piedi delle aziende solo sulla carta, per avere i fondi con cui partire, ma poi si fanno fallire. Ciò che trattiene i capitalisti dal compiere solo operazioni speculative è la grande volatilità dei mercati finanziari, per gestire i quali occorre non poca competenza. Non è facile fidarsi di un broker, poiché, se va male, lui non ci rimetterà di tasca propria.

I governi dovrebbero penalizzare le rendite finanziarie e incentivare gli investimenti produttivi. Ma quando mai in occidente si è visto un governo non fare gli interessi del capitale? Come minimo, per indurre davvero i capitalisti a fare investimenti produttivi, non dovrebbe esistere, in nessuna parte del mondo, il segreto bancario (che è tipico dei cosiddetti “paradisi fiscali”, ove le tasse sono ridicole). E neppure dovrebbe essere possibile gestire il proprio patrimonio attraverso una miriade di società fittizie, collegate tra loro mediante fili invisibili. E che dire di quei commercialisti specializzati nel far pagare agli imprenditori o detentori di partita iva quante meno imposte possibili? Quando si evade il fisco, si investe di meno in attività produttive: gli investimenti avvengono nell’ombra e soprattutto a livello finanziario.

Questa è la ragione fondamentale per cui il capitalismo è un sistema da abbattere senza pietà. Nessun sistema è riformabile al proprio interno quando i suoi presupposti di fondo sono profondamente sbagliati. Per sostituire lo schiavismo col servaggio ci sono volute le invasioni barbariche. Oggi però, visto che il capitalismo è su scala planetaria, non possiamo aspettarci gli alieni per passare al socialismo: è il Terzo Mondo che deve insorgere, cioè quella larga parte dell’umanità che vive di stenti per mantenere nel lusso pochi privilegiati, moralmente corrotti, che dispongono di un potere materiale immenso. I lupi esistono perché esistono le pecore.

L’automazione nella produzione

Ma andiamo avanti con Engels. Dice a p. 335, proseguendo il discorso sulla crisi sistemica del capitale: “Se il modo di produzione capitalistico ha cominciato col soppiantare gli operai [grazie alle macchine], oggi esso soppianta i capitalisti e li relega, precisamente come gli operai, tra la popolazione superflua, anche se in un primo tempo non li relega tra l’esercito di riserva industriale”.

Queste sono frasi che, in realtà, non vogliono dir nulla. Le macchine non sostituiscono affatto gli operai, semmai li trasformano: li fanno diventare più “intellettuali”. Persino la Toyota ha capito che se nella produzione si usano macchine molto sofisticate, ci rimette l’idea di “flessibilità”, per cui uno dei suoi princìpi è diventato quello di usare solo tecnologie affidabili e adeguatamente collaudate, vantaggiose non solo ai processi ma anche alle persone. E in ogni cosa la Toyota non è più concorrenziale di altre aziende automobilistiche solo perché al posto degli operai usa le macchine.

Per essere costruite in maniera evoluta, le macchine devono essere prodotte da altre macchine, le quali sono progettate da salariati intellettuali e manuali, i quali ovviamente non dispongono della proprietà dei capitali necessari per progettarle e, tanto meno, per costruirle. Quando queste macchine vengono vendute, le aziende che le comprano hanno, a loro volta, dei salariati manuali e intellettuali. Certo, una macchina evoluta può richiedere meno manodopera manuale, ma richiede più manutenzione e anche più competenza nella sua gestione, che è costosa. E poi una macchina evoluta, messa in funzione in un’area sociale dove il costo del lavoro è molto basso, può impiegare molta manodopera operaia, che va addestrata solo quel tanto che basta per ottenere un prodotto finito di qualità. Non a caso la gran parte dell’hardware usato per computer, tablet, cellulari… viene prodotta in Asia, non in occidente.

Questo per dire che non è così automatico che le macchine sostituiscano gli operai. Semmai possono sostituire gli operai meno qualificati o quelli che svolgono mansioni pericolose o quelli che possono compiere degli errori per vari motivi. Ma la macchina, senza l’operaio, non è che un “capitale fisso”, i cui costi vanno ammortizzati in tempi brevi, facendo lavorare gli operai 24 ore al giorno: acquistare una macchina senza sapere quanto si dovrà spendere per formare una forza-lavoro in grado di farla funzionare, senza sapere quali sono i costi per tenerla sempre efficiente, ed entro quanto tempo la si dovrà completamente sostituire, sarebbe folle. Va poi considerato che le macchine producono oggetti tutti uguali, che nel capitalismo, ad un certo punto, i mercati non riescono più a sopportare. Oggi siamo abituati a cambiare piuttosto velocemente le merci che acquistiamo. Dovremmo anzi fare il ragionamento inverso: assumere operai addetti al riciclo o riutilizzo delle macchine obsolete.

Se in occidente noi abbiamo la percezione che gli operai diminuiscano, è perché le macchine vengono trasferite nelle aree del pianeta dove il costo del lavoro è assai minore o dove i mercati sono molto più ampi. La Cina è il primo mercato mondiale per quanto riguarda l’acquisto di robot, ma perché ha un mercato immenso. E comunque i capitalisti non possono non sapere che in un mercato non è possibile entrarci solo come “consumatori” e non anche come “lavoratori che producono”. Il capitalismo deve stare attento a non creare un’eccessiva disoccupazione. Già gli imperatori romani a volte impedivano i miglioramenti nella strumentazione con cui si lavorava, per non avere troppi disoccupati da mantenere con l’assistenza pubblica.

In occidente possiamo anche constatare una diminuzione degli operai, ma ciò va considerato in termini relativi, poiché in termini assoluti, a livello planetario, gli operai potrebbero anche essere in crescita. Anzi, in occidente tende a mancare la manodopera specializzata, quella con capacità intellettuali significative, sia perché la formazione scolastica e universitaria non è in grado di reggere il passo rispetto allo sviluppo della produzione (tant’è che sono le stesse aziende che si preoccupano di formare i loro lavoratori), sia perché la gran parte degli studenti tendono a voler fare lavori amministrativi o lavori che non sempre coincidono con le aspettative del capitalismo maturo, il quale spesso richiede un personale disposto a tutto (p.es. a trasferirsi in qualunque luogo lavorativo, a lavorare in qualunque orario, a non sposarsi o a non fare figli…).

Gli operai, semmai, diminuiscono non per colpa delle macchine, ma perché i capitalisti, invece di fare investimenti produttivi, li fanno solo a livello finanziario-speculativo (p.es. prestare soldi, acquistare edifici per affittarli o rivenderli dopo averli ristrutturati, investire in titoli azionari…). I capitali vengono bruciati nelle borse di tutto il mondo, oppure vengono utilizzati per acquistare titoli che poi si rivelano “tossici”, offerti persino dalle banche. Non pochi imprenditori diventano usurai.

In sostanza non mancano i capitali per far funzionare il sistema, né mancano le macchine, né la manodopera: quello che manca è soprattutto lo “spirito capitalistico”, cioè la volontà di rischiare in prima persona in qualcosa di produttivo. Oggi le nuove maggiori imprese industriali sono tutte di tipo info-telematico, nate in laboratori improvvisati, da parte di giovani skillati in campo informatico, i cui genitori han speso molto per la loro formazione intellettuale generale. Sono queste le imprese che rendono di più perché le spese nel capitale fisso sono minime. Si investe soprattutto nella formazione intellettuale e nel capitale umano. Oggi qualunque impresa industriale ha bisogno di appoggiarsi a sistemi info-telematici di qualsivoglia natura.

I giovani di oggi non sono disposti ad affrontare i sacrifici dei lavori manuali, come facevano i loro genitori, in quanto sono stati disabituati da 60 anni di continuo benessere. Solo che la formazione che ricevono è astratta, non è sempre all’altezza delle aspettative del capitalismo maturo. Non lo è non solo sul piano info-telematico, ma neppure in quello linguistico-comunicativo. I giovani di oggi non conoscono tutti i meccanismi di marketing, le modalità psicologiche con cui presentarsi a un pubblico, con cui vendere un prodotto, con cui usare un linguaggio persuasivo, convincente, sicuro di sé: non hanno neppure una buona padronanza dell’inglese. Sono cose che devono imparare solo dopo aver studiato. Persino a livello info-telematico spesso abbiamo a che fare con giovani autodidatti, che si sono formati tra di loro, usando la tecnologia del web. L’istruzione non aiuta il capitale come il capitale vorrebbe. Questo per dire che le potenzialità di sviluppo del capitalismo, a livello planetario, sono ancora enormi.

Quando Marx ed Engels vedevano le prime crisi internazionali del capitale, a fronte di uno sviluppo tecnologico senza precedenti, pensavano che il crollo definitivo sarebbe stato imminente, proprio per l’impossibilità del consumo di star dietro ai ritmi produttivi e quindi per l’insopportabile caduta del tasso di profitto. Per loro era inconcepibile che proprio l’enorme ricchezza fosse causa di tanto malessere.

Ma i fatti smentirono le loro previsioni. Il capitalismo crea e distrugge di continuo, senza soluzione di continuità. L’unico modo per interrompere questa corsa insensata del suo progresso è quello della ribellione delle masse. Anche perché se c’è una cosa che il capitale non sopporta è vedere che tutti i paesi del mondo vogliano diventare capitalisti. L’irrazionalità del capitale sta proprio in questo, che da un lato vuole che tutti siano borghesi, di mentalità e di comportamento, mentre dall’altro vuole che la maggior parte dei cittadini siano proletari da sfruttare. La vera contraddizione che fa saltare il sistema è la competizione tra Paesi capitalistici. Solo che, finita la guerra interimperialistica, se non intervengono fattori soggettivi in grado di realizzare una transizione socialista, si ripropongono nuovi equilibri internazionali, che fanno ripartire il capitale su basi diverse, come se nulla fosse accaduto. È questa la vera tragedia dell’umanità: avere la percezione di dover soffrire per niente.

La statizzazione del capitale

Engels però faceva bene a dire che “né la trasformazione in società anonime, né la trasformazione in proprietà statale sopprime il carattere di capitale delle forze produttive”. Che cos’è infatti una “società anonima”? È la possibilità di acquistare, da parte di chiunque disponga di ingenti capitali, di quote azionarie di una qualsivoglia azienda quotata in borsa.4

Chi compra è già un “capitalista” (anche se non ha un’azienda con operai da sfruttare); lo è perché beneficia indirettamente di un modo di produzione che lo precede nel tempo, e siccome ha fatto sua l’ideologia che lo giustifica, si aspetta che il suo investimento produca interessi significativi. Può anche non far nulla per far maturare questi interessi. Può, se ha un’impresa, affidarne la gestione a manager specializzati. Ma pretende continue rendicontazioni, in quanto, al primo accenno di crisi, vuol poter decidere liberamente sul destino delle proprie azioni. La proprietà quindi può essere suddivisa tra i capitalisti azionari (i cui nomi, peraltro, non sono resi pubblici), di cui hanno voce in capitolo solo i più importanti, quelli che hanno fatto gli investimenti più significativi (il peso delle decisioni è in stretto rapporto alle quote possedute, anche se nelle assemblee generali periodiche s’invitano tutti gli azionisti). La gestione della società è tutta capitalistica.

Lo stesso avviene a livello statale. Quando lo Stato partecipa direttamente allo sfruttamento dei lavoratori, lo fa in nome del capitalismo nazionale, offrendo p.es. capitali per le ristrutturazioni, gestendo imprese troppo grandi per i singoli imprenditori, salvando (o nazionalizzando) situazioni disperate… E, nel far questo, utilizza le tasse dei cittadini, i quali così vengono sfruttati tre volte: anzitutto dalle imprese presso cui lavorano, relativamente al plusvalore; poi dallo Stato che estorce loro una percentuale esorbitante di tasse dirette e indirette5; infine da Stato e imprese insieme (cioè anche da quelle in cui non lavorano), solo perché esse ricevono, a diverso titolo, da parte dello Stato una quota-parte delle tasse di tutti i cittadini.

È uno sfruttamento continuo, quotidiano, il più delle volte del tutto immotivato, i cui protagonisti attivi non sono soltanto le imprese e lo Stato, ma anche gli Enti Locali Territoriali, con le loro tasse supplementari su immobili, sanità, immondizia, fognature…, senza poi considerare che non sempre lo Stato è in grado di garantire servizi efficienti, proporzionati alle tasse che pretende, per cui spesso i cittadini sono costretti a rivolgersi, di tasca propria, a soluzioni private (soprattutto in campo sanitario, previdenziale e anche scolastico).

In Italia il capitalismo, per poter essere vissuto senza finire in un dormitorio pubblico o a mangiare in una mensa della Caritas, esige un reddito familiare per tre persone (una coppia con un figlio in età scolare) di almeno 1.500 euro nette mensili, senza concedersi lussi o vizi di sorta e sempre che non si abbia l’affitto da pagare, perché solo quello porterebbe via la metà dello stipendio. Venire a vivere da noi, senza sapere queste cose, può diventare molto frustrante, che può indurre alla microcriminalità. Come minimo si dovrebbe pensare a una gestione comune del problema abitativo ed alimentare, sfruttando inoltre al massimo le opzioni offerte dai centri assistenziali sparsi nelle varie città, sempre che l’indigenza non sia un fenomeno abbastanza diffuso anche tra i residenti, nel qual caso è quasi impossibile evitare le cosiddette “guerre tra poveri”.

Insomma, oggi è difficile emigrare, privi di reddito, là dove il costo della vita è molto alto. Non siamo più al tempo dell’emigrazione degli europei verso il continente americano o verso il Canada, l’Australia… Oggi se gli europei emigrano verso territori dove il costo della vita è alto, lo fanno perché hanno già delle competenze da spendere (i professionisti oppure i giovani neolaureati, sostenuti finanziariamente dalle famiglie). Oppure abbiamo europei che emigrano verso Paesi dove il carovita è decisamente inferiore al nostro, ma si tratta di pensionati che vogliono star bene nell’ultima parte della loro vita con una pensione modesta, peraltro molto meno tassabile.

Tuttavia non so se Marx avrebbe detto una frase del genere: “La proprietà statale delle forze produttive non è la soluzione del conflitto, ma racchiude in sé il mezzo formale, la chiave della soluzione”. Engels a volte non si capisce: da un lato vuol far vedere che una statizzazione di talune imprese, fatte da uno Stato capitalistico, non ha nulla a che fare col socialismo vero e proprio; dall’altro però vuol dimostrare che se c’è questa esigenza, allora vuol dire che il capitalismo privato è arrivato al capolinea; dall’altro ancora non è contrario a una pianificazione statale dell’economia; poi però parla di “estinzione progressiva dello Stato” a vantaggio dei lavoratori che si autoamministrano. Quest’ultima cosa era già stata detta da Marx, per il quale aveva senso tenere in piedi lo Stato solo quel tanto che bastava per reprimere una possibile reazione furiosa della borghesia, una volta che la si è espropriata dei propri beni; ma, fatto questo, avrebbe dato ragione a Bakunin: la proprietà va “socializzata” tra i produttori, e non tanto “statalizzata”, tanto il “piano” va comunque fatto.

Engels invece sembra considerare il capitalismo monopolistico-statale come l’anticamera del socialismo statale. Ai suoi occhi la necessità di statizzare il capitalismo era un segno che la borghesia, coi suoi interessi privati, aveva perduto la propria autonomia sociale: era diventata una classe inutile, parassitaria, incapace di gestire le grandi forze produttive messe in moto.

In realtà non c’è alcuna chiave di soluzione dell’antagonismo sociale nella statizzazione del capitale. Semmai si potrebbe dire che quando il capitalismo giunge a questo livello, la lontananza dal socialismo è massima: è il perielio rispetto all’afelio. Nel senso che il capitale, per fronteggiare le proprie crisi sistemiche sempre più gravi, si dà una parvenza di eticità, affidando la gestione dei propri interessi a un’entità astratta, fatta passare come interclassista, basata sul diritto costituzionale, quello di tutti i cittadini, a prescindere dalle loro posizioni politiche. Lo Stato diventa lo strumento del grande inganno del capitale che non vuole cedere alle istanze emancipative del lavoro. L’Italia ha sperimentato questa grande illusione nel ventennio fascista e la Germania nel decennio nazista.

Tuttavia l’occidente non è abituato, per cultura e mentalità, a dare così tanta importanza allo Stato. Ecco perché il futuro del capitalismo dovrà essere gestito dai Paesi asiatici. È vero, in Europa occidentale tutto il socialismo teorico è sempre stato profondamente statalista: non solo perché era convinto di poter andare al potere seguendo la via legale e parlamentare, ma anche perché ha sempre votato i crediti richiesti dai governi borghesi per favorire il colonialismo e le guerre (regionali e mondiali), in nome di una idea di nazionalismo e di patriottismo identica a quella della destra più becera.6 Ma l’insieme degli europei, per ragioni storiche, non sono “statalisti”; semmai sono “nazionalisti”, avendo tradizioni, culture, lingue e religioni molto diverse, anche se gli imponenti flussi migratori del Novecento hanno ormai rimesso tutto in discussione. Gli europei sono fondamentalmente “individualisti”, sin dal tempo della loro nascita, come civiltà schiavistica, nel mare Egeo. Se non fossero stati così, non avrebbero potuto produrre la più grande rivoluzione tecnologica della storia.

La statizzazione del capitale è la faccia pseudo-etica che la borghesia si vuol dare per poter difendere meglio la proprietà privata. Ma se tra Stato e borghesia privata prevalgono, in ultima istanza, gli interessi di quest’ultima, la finzione, prima o poi, si smaschera sola. Ecco perché la Cina è destinata a sostituirsi all’occidente nello sviluppo del capitalismo: lì le tradizioni statalistiche hanno radici addirittura confuciane. Se non si oppone a tale mistificazione “asiatica” la proprietà “sociale” (non “statale”) dei mezzi produttivi, il socialismo statale di mercato rischia di diventare l’arma vincente della borghesia per i prossimi secoli. Le prove generali di ciò il governo cinese, da circa vent’anni, le sta facendo in Africa e nei territori più poveri dei pianeti, con tante risorse naturali ancora da sfruttare.

Dove poi Engels vedesse tutta questa statizzazione del capitale non è dato sapere. Ai suoi tempi gli Stati aiutavano gli imprenditori privati a diffondersi nel mondo attraverso l’imperialismo, ma non entravano direttamente nella gestione dell’economia più produttiva. Se si escludono i due ultimi paesi europei che avevano compiuto l’unificazione nazionale in nome degli interessi borghesi, e cioè l’Italia e la Germania, per i quali lo Stato aveva una certa importanza, bisogna dire che nell’occidente industrializzato gli imprenditori erano in grado di provvedere da soli alle loro esigenze economiche. Italia e Germania, essendo ancora troppo deboli nei confronti di Francia, Inghilterra, Stati Uniti…, avevano bisogno del protezionismo statale, che imponesse dazi significativi alle merci straniere; avevano bisogno di crearsi prima un mercato interno, di aiuti finanziari e di altro genere, da parte dello Stato, per far decollare un sistema produttivo rimasto al palo per troppo tempo: in Germania perché la riforma luterana aveva cercato un compromesso con l’aristocrazia fondiaria, rifiutando di diventare calvinistica, cioè nettamente borghese; in Italia perché la Controriforma aveva bloccato qualunque sviluppo economico moderno.

Probabilmente Engels si riferiva proprio a questi due Paesi, anzi soprattutto al suo Paese d’origine, la Germania, da lui considerata molto più efficiente (razionale) di qualunque altro Paese europeo. L’Italia – lo sappiamo – è sempre stato un Paese troppo dominato dal clero, troppo politicamente anarcoide: non per nulla il socialismo nascerà dalla crisi dell’anarchismo. Nella sua Germania invece, creata dalla Prussia militarista, il socialismo aveva già fatto ingresso in veste utopistica quando lui era giovane, mentre ora, proprio grazie a lui e ovviamente agli studi di economia politica di Marx, si presentava in veste “scientifica”.

Sia Marx che Engels avevano contatti diretti con molti socialisti del loro Paese, alcuni intenzionati a ribaltare il sistema, altri, la maggioranza, favorevoli al solo parlamentarismo: e saranno questi ultimi a dirigere la II Internazionale.7 In quella loro fase storica, vissuta in Inghilterra, i fondatori del cosiddetto “socialismo scientifico” erano diventati molto meno rivoluzionari che nel periodo delle grandi battaglie di trent’anni prima. Erano favorevoli a una transizione più o meno indolore al socialismo, che passasse anche attraverso le istituzioni statali. Forse è stato per questa ragione che quando Engels vide in Germania una certa statizzazione del capitale, se la immaginava come l’anticamera borghese del socialismo.

In realtà prima che passi l’idea di un intervento esplicito dello Stato nell’economia privata, ci vorranno ben due guerre mondiali. Negli Stati Uniti, p.es., si dovrà attendere la profonda crisi del 1929. L’idea di “Welfare State” s’imporrà soltanto a partire dal secondo dopoguerra, in risposta alla vittoria del socialismo stalinista sul nazismo hitleriano. Questo per dire che la statizzazione del capitale è soltanto un mezzo in più che il capitale si dà per risolvere le proprie crisi irrazionali, ma è un’arma (pseudo-democratica) usata solo in extremis, di cui ci si vuole liberare quanto prima.

La borghesia occidentale, per ragioni storiche, non ama essere controllata, quando esercita i propri affari, da alcuna istituzione di potere. Lo Stato viene sempre più considerato come un salvadanaio da utilizzare nelle situazioni di emergenza. Le tasse dei cittadini servono proprio per tamponare le falle create da un’imprenditoria irresponsabile, la quale vuole sì uno Stato forte, ma non nei confronti di se stessa. Lo Stato serve soltanto per “socializzare le perdite”, confermando l’idea che i profitti vanno tenuti privati. Di qui i colossali debiti pubblici di alcuni Stati occidentali (Stati Uniti, Giappone, Italia…). In Francia e in Gran Bretagna il debito pubblico non è enorme per il semplice fatto che questi due Paesi stanno ancora beneficiando, sul piano economico, del loro grande impero coloniale del passato. La Germania, che pur non ha mai avuto un vero impero coloniale, non ha un debito del genere perché qui lo Stato vuole controllare l’economia: questo è forse il Paese capitalistico che, nella gestione dell’economia, assomiglia di più alla Cina, con la differenza che quest’ultima, approfittando del fatto che la propria borghesia è ancora debole, fa coincidere lo Stato col partito unico, sedicente “comunista”.

In Italia lo Stato sociale è meno forte che in Germania e in Cina perché qui la borghesia, per tradizione storica, ha sempre avuto uno sviluppo considerevole a livello di micro-imprese, spesso a gestione familiare.8 Queste innumerevoli imprese (oltre 4,2 milioni, cioè il 95% del totale!), che danno all’Italia una configurazione sociale di tipo anarcoide, tendenzialmente avrebbero bisogno di un maggiore appoggio statale che le aiutasse p.es. nel commercio estero. Ma in Italia lo Stato è “sociale” solo per quanto riguarda la scuola, la sanità e la previdenza: per tutto il resto è visto solo come una sanguisuga, una fonte perenne di corruzione, un carrozzone burocratico e parassitario, poco efficiente sul piano amministrativo. D’altra parte non potrebbe essere diversamente: uno Stato che, per tradizione politica, vuole essere “centralista”, senza concedere nulla al federalismo, non può indirizzare in maniera intelligente un’economia capitalistica di 60 milioni di abitanti. La Germania, che pur ne ha 20 milioni più di noi, può farlo, proprio perché ha scelto la strada del federalismo: le decisioni vanno decentrate quando la realtà diventa molto complessa. Anche il Giappone, che pur ha uno Stato centralizzato come il nostro, sta provvedendo a realizzare il federalismo fiscale (spinto, in questa decisione, dalla lunga crisi economica degli anni Novanta e dall’enorme accumulo del debito pubblico).

In Italia si è convinti che con un debito pubblico così gigantesco (circa 35.000 euro a testa, inclusi i neonati), un qualunque federalismo porterebbe lo Stato alla bancarotta, poiché si pensa che le Regioni più ricche abbandonerebbero quelle più povere al loro destino. In realtà il federalismo potrebbe essere vissuto per gestire meglio il debito pubblico, da ripartirsi tra le Regioni in rapporto al loro prodotto interno lordo e in rapporto al numero degli abitanti. Lo Stato dovrebbe lasciare alle Regioni ampia autonomia, nel senso che esse potrebbe accollarsi l’onere del suddetto debito, chiedendo in cambio di pagare molte meno tasse allo Stato. Se la Regione fosse messa in grado di autogestirsi, i propri abitanti diventerebbero più responsabili, starebbero più attenti a come le istituzioni usano le risorse comuni. E la smetterebbero d’incolpare lo Stato per ogni cosa che non funziona.

In Italia il debito pubblico viaggia al 132% del PIL (in Germania è la metà): nessun governo è mai stato in grado di trovare misure efficaci per ridurlo in maniera progressiva. Andando avanti di questo passo, la prospettiva è quella di fare la fine della Grecia, ove si tocca quota 180% (da notare che, proprio per questa ragione, tutti sono convinti ch’essa abbia meritato d’essere strangolata dalle condizioni capestro della UE e del FMI). Senza poi considerare che la pretesa di un equilibrio di bilancio, da parte della UE, non fa che bloccare ulteriormente lo sviluppo capitalistico dei Paesi più indebitati, a vantaggio di quelli che hanno un debito molto più contenuto o delle economie più forti. Il debito nazionale è diventato un’arma di ricatto a livello europeo.

Tuttavia, se non si vuole che l’Italia fallisca, si dovrebbe almeno favorire il federalismo fiscale. In ogni caso non è possibile che agli italiani la UE riduca il potere politico col pretesto che non sanno gestire i loro soldi. Tra riserve assicurative (23,3%), azioni e partecipazioni (22,8%), contanti e depositi a vista (20,6%) gli italiani hanno un patrimonio enorme, che ammonta a 4.228 miliardi di euro, che è il doppio del loro debito. Risparmiamo senza investire. Questo vuol dire che l’enorme debito pubblico è stato causato da governi corrotti e da uno Stato inefficiente.

La UE, invece di minacciare continuamente la nostra sovranità nazionale, dovrebbe chiederci il contrario, cioè di pretendere una maggiore autonomia decisionale. Una parte del debito o anche tutto dovrebbe essere redistribuito a livello regionale, a condizione che gli italiani sappiano darsi gli strumenti per tenere sotto controllo le loro istituzioni. Questo si potrebbe fare facilmente se ci fosse il socialismo. In attesa che si realizzi, si dovrebbe almeno favorire il federalismo, che permette di ridurre le distanze tra cittadini e istituzioni. In Italia la corruzione è soprattutto politica, proprio perché i cittadini sono diventati fatalisti e lasciano che i politici facciano quel che vogliono. A partire dalle Signorie e soprattutto dai Principati di tipo machiavellico, passando per la lunga dominazione spagnola e austriaca, sostenuta dalla Controriforma di un papato assolutistico, per finire con l’autoritarismo dei Savoia, la dittatura fascista e il centralismo paternalistico della Democrazia cristiana, ereditato dalla coppia sciagurata di Craxi e Berlusconi, l’Italia è sempre stata caratterizzata da un’egemonia soffocante della politica, che ha indotto i cittadini a subire con molta rassegnazione i peggiori abusi. Ma in nessun popolo del mondo la pazienza ha dei limiti oltre i quali non sia destinata a trasformarsi nel suo contrario.

Il ruolo della Cina

Indubbiamente il crollo del cosiddetto “socialismo reale” ha rinviato nel tempo quello del capitalismo maturo. Agli imprenditori, infatti, non è parso vero di poter andare a investire i propri capitali in territori che fino a trent’anni fa erano quasi del tutto interdetti. Erano convinti di poter fare affari colossali in Paesi dove il livello tecnologico è sempre stato molto basso e dove la manodopera costa molto meno di quella occidentale e dove è possibile sfruttare nuove risorse naturali. I mercati, a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, hanno cominciato a estendersi sempre più.

Tuttavia l’occidente non è riuscito a prevedere l’impetuoso sviluppo capitalistico della Cina, la quale, per poter recuperare il tempo perduto e competere coi colossi aziendali dell’occidente, ha indotto la popolazione a lavorare 24 ore al giorno, senza mai rivendicare alcun diritto. La Cina “copia” le merci occidentali così come faceva il Giappone nel secondo dopoguerra. E se anche la qualità non è sempre alla pari, i prezzi restano imbattibili: mandano in rovina molto velocemente le “nostre” imprese.

Si è voluto abbattere il socialismo statale e ora si deve combattere un capitalismo molto più agguerrito ed efficiente del “nostro”.9 Si pensava di dover sfruttare risorse altrui e invece si viene mandati in rovina in una guerra semplicemente commerciale. Basterà difendersi col protezionismo? in un’economia globale e interconnessa come quella attuale? O si dovrà di nuovo ricorrere alla forza delle armi vere e proprie? Come può l’occidente trovare delle soluzioni pacifiche quando è sempre stato abituato a comandare? Come può pretendere che il capitalismo cinese rispetti le “regole”, quando “noi”, al momento della partenza, non l’abbiamo mai fatto? “Noi” ci siamo dati delle regole per evitare di distruggerci a vicenda a colpi di cannone e oggi le dettiamo da posizioni di forza. Ma come può lo squalo pretendere che la balena resti sempre docile?

Note

1 Basterebbe vedere quel che han fatto i Mongoli in Russia o i Turchi nell’impero bizantino, i Dori in Grecia o gli stessi barbari nell’impero romano per convincersi del contrario. Quando una società è troppo evoluta (p.es. è troppo urbanizzata, mercantile, statalizzata, intellettuale, ecc.) rispetto a un popolo conquistatore (nomade, guerriero, di allevatori), l’adattamento avviene solo dopo secoli e secoli, dopo che il popolo conquistatore si è fuso completamente con quello conquistato e sempre che, nella fase iniziale della conquista, il popolo sottomesso sia riuscito a conservare qualcosa di significativo della propria identità.

2 Come tutte le religioni, anche quella cristiana è una filosofia della rassegnazione, in quanto sposta in una dimensione ultraterrena la soluzione degli antagonismi sociali (e, a partire da Teodosio, divenendo religione di stato, ha anche preteso che tutti vi credessero). L’idealismo hegeliano non è che una laicizzazione del cristianesimo (protestantico) in cui il ruolo della forza viene impersonato direttamente dallo Stato, rinunciando a fare della Chiesa un’istituzione propriamente politica, come invece è (ancora oggi) in ambito cattolico-romano.

3 In Italia la democrazia cristiana fece, nel secondo dopoguerra, quel che fece il fascismo nel primo dopoguerra. Si temevano, prima, la rivoluzione bolscevica e, dopo, il socialismo statale, sicché, per impedire che l’esperimento si ripetesse in Italia, si crearono delle realtà sociali mimetico-imitative (scuola, sanità, pensioni…), che dovevano soltanto simulare l’alternativa al sistema individualistico della borghesia. Tuttavia, a partire dall’inizio degli anni Ottanta, dopo le grandi contestazioni operaio-studentesche del 1968-77 e con la nascita dell’ideologia neoliberista della coppia Reagan e Thatcher, si è pensato di ridurre progressivamente il peso del welfare, in quanto ritenuto troppo costoso.

4 Giusto per capire l’importanza delle società anonime quotate in borsa: quelle in Svizzera sono meno di 300, ma generano un franco su sei, pagano oltre il 40% del totale delle imposte sulle persone giuridiche e rappresentano direttamente e indirettamente circa 600.000 impieghi.

5 Si pensi solo a quella truffa legalizzata chiamata IVA, che viene fatta pagare unicamente all’acquirente, cioè alla parte più debole nella compravendita, ma anche a quelle tasse assurde relative alle successioni ereditarie, con le quali lo Stato vuol “punire” chi gli impedisce d’incamerare dei beni immobili quando mancano gli eredi.

6 I socialisti riformisti si son sempre preoccupati di non apparire antinazionalisti o antipatriottici. All’origine di questo atteggiamento avverso all’internazionalismo proletario sta l’interpretazione di Bernstein relativa al passo del Manifesto in cui è scritto che i proletari non hanno patria: non ce l’hanno perché sono messi ai margini dalla borghesia, non perché la rifiutano come principio; con le lotte se la possono guadagnare e anche difenderla meglio della borghesia dai nemici esterni. Così Bernstein. D’altra parte la socialdemocrazia tedesca usò proprio il testo di Engels, Socialismo in Germania (1891), per giustificare l’assenso ai crediti di guerra del 4 agosto 1914. La motivazione ideologica usata in quel momento fu quella di dover combattere l’autocrazia zarista. In realtà già nel 1904 i deputati socialisti si erano astenuti dal voto sui crediti di guerra chiesti dal governo per reprimere la ribellione nelle colonie africane; e nel 1913 li avevano approvati per evitare il ricorso a nuove imposte indirette. Analogo atteggiamento opportunistico del socialismo si verificò in molti altri Paesi europei.

7 In Germania vi furono scioperi di massa dopo la disgregazione dell’artigianato e dell’economia domestica avvenuta negli anni 1830-40. La stagnazione terminò intorno al 1844; poi, nel periodo 1869-73, fu la volta della classe operaia ad essere molto combattiva. Infine, con l’inizio della Grande depressione, che durò sino al 1896, inaugurando la fase imperialistica del capitalismo, i socialisti preferirono l’opzione parlamentare, salvo il breve episodio insurrezionale degli spartachisti subito dopo la I guerra mondiale.

8 Le microimprese, come noto, non hanno una vera progettualità economica e finanziaria, vivono alla giornata, in continua emergenza. È facile che l’imprenditore concentri su di sé tutte le funzioni aziendali. La ricerca di nuovi clienti, sia nazionali che esteri, è spesso affidata al caso e ad attività promozionali di basso costo, anche perché tutto ruota intorno ai prodotti, che in genere sono di ottima qualità, artigianali nella stragrande maggioranza e con poche modifiche negli anni. In un mercato globalizzato come quello attuale il rischio che vengano subissate dalla concorrenza straniera è molto forte.

9 Non solo, ma quando la Cina investe nei Paesi del Terzo Mondo è molto agevolata dalla storia dell’ultimo mezzo millennio nel sostenere che il suo intervento non è “imperialistico” come quello occidentale.

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Autore: Mikos Tarsis

webmaster dei siti www.homolaicus.com e www.quartaricerca.it

2 pensieri riguardo “Politica ed economia (Cinico Engels)”

  1. Vede Tarsis,
    ho smesso di andare a votare venti anni fa perchè la sinistra, alla quale sono legato diciamo come filosofia di vita, ha sempre fatto come lei in questo articolo.
    Criticare il capitalismo, ma poi, proposte alternative… nulla.
    Si, va bene il federalismo per forse diminuire il debito pubblico, forse….. ma una proposta alternativa al capitalismo?
    Le rispondo io: probabilmente una alternativa non c’è !
    Un esempio banale: come farebbe a produrre un’automobile senza avere a disposizione il capitale e gli operai che la producono da salariati riproducendo quindi il conflitto padrone-operaio?
    Vede da lei che le imprese statali non funzionano: capitali sprecati, dipendenti fancazzisti… ed in ogni caso dipendenti, quindi nuovamente padrone(stato)-dipendente.
    Sarebbe bello trovare una soluzione e soprattutto un politico o intellettuale di sinistra che invece di criticare solo, proponga.

    1. Qui https://www.socialismo.info/?page_id=1763 ti puoi leggere decine di pdf in cui faccio proposte su come superare il capitalismo senza finire nel socialismo statale e neppure in quello di mercato. Per me si tratta di tornare al primato del valore d’uso su quello di mercato, cioè di realizzare un socialismo locale basato su autogestione e autoconsumo e democrazia diretta e baratto. Tutte cose che il socialismo scientifico non ha mai accettato. Prima di realizzarle però il sistema va abbattuto con la rivoluzione, altrimenti si finisce nell’idealismo utopico del socialismo premarxista.

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