Tecnologia e socialismo (Cinico Engels)

Il ruolo storico della tecnologia

Naturalmente è facile obiettare che se l’uso continuo della macchina impigrisce il cervello, la macchina è pur sempre il prodotto di un cervello che non vuole essere pigro. La mente umana sembra essere fatta apposta per modificare sistematicamente gli strumenti della propria attività, ottenendo risultati sempre diversi. Non può essere imbrigliata da alcuna forma di coercizione.

Dunque, una volta creato un determinato strumento produttivo, è impossibile tornare indietro, fingendo che ciò non sia mai avvenuto. Il che ovviamente non vuol dire che non possano esserci regressioni tecnologiche. Quando distrussero l’impero romano d’occidente, i barbari non sapevano cosa farsene di fognature urbane, acquedotti, terme e quant’altro. Preferivano vivere nelle campagne. Lo stesso avveniva quando le popolazioni nomadi sterminavano quelle stanziali, più evolute tecnologicamente, ma anche terribilmente schiavistiche e colonialistiche.

È vero che oggi la gran parte degli strumenti che usiamo non siamo in grado, individualmente, di produrli, ma siccome viviamo in società molto complesse e non in comunità sperdute in luoghi isolati, confidiamo che ci sarà sempre qualcuno in grado di costruirli e di ripararli quando si rompono o di sostituirli quando invecchiano. Dovrebbe succedere qualcosa di assolutamente catastrofico per rinunciare alla tecnologia (in tutto o in parte) che attualmente abbiamo, e anche in quel caso lo faremmo pensando a una fase transitoria, come p.es. succede quando scoppiano delle guerre.

Quindi il problema sembra non risiedere nella tecnologia in sé. Cioè sembra non doverci essere un’obiezione fondata all’idea che il socialismo futuro dovrà assicurare l’uso della tecnologia borghese all’interno di una socializzazione della proprietà dei mezzi produttivi. Eppure le cose non sono così semplici. È vero che l’essere umano sembra essere dotato di una mente incredibilmente versatile, ma è anche vero che vuole essere “padrone” dei mezzi che usa, senza dover sempre dipendere dall’esterno, meno che mai da estranei. Diciamo che, piuttosto che da estranei, tendenzialmente si preferirebbe dipendere da persone che si conoscono. L’ideale sarebbe che la dipendenza fosse reciproca. Inutile dire che nell’ambito del capitalismo questo è un miraggio.

Il fatto è che chi non si sente padrone dei propri mezzi, teme sempre che altri possano condizionarlo, ricattarlo, intimidirlo, approfittare della sua debolezza cognitiva o precarietà materiale, della sua semplicità, ingenuità, buona fede. L’uomo è un essere sociale, ma solo oggi ha la percezione che la comunità in cui vive non sia affatto un prodotto della propria volontà, un qualcosa che sta in piedi grazie anche al proprio contributo. Per poter essere convinti d’essere “padroni” di qualcosa, bisogna disporre d’ingenti beni, mobili e/o immobili.

Sin dalla nascita noi entriamo in un contesto sociale che ci precede nel tempo, ma, man mano che cresciamo, siamo sempre più desiderosi di volerlo migliorare. Fino a mezzo secolo fa si aveva quasi la convinzione di poterlo perfezionare. Ebbene, oggi questa percezione l’abbiamo persa. Siamo sempre più persuasi di appartenere a un collettivo troppo complicato per le nostre capacità. Non ci sentiamo più protagonisti del nostro destino.

La scienza e la tecnica si sono così affinate da rendere impossibile il contributo creativo di una persona di media cultura. Occorrono sempre degli specialisti. La scienza è diventata un’attività per studiosi che amano dedicarci a un unico settore dello scibile umano. È diventata qualcosa di così settoriale da far sentire la persona comune del tutto impotente, che quasi si vergogna della propria incompetenza.

Ma non c’è solo questo aspetto di estrema complessità delle cose quotidiane (che a volte riguarda anche quelle di più semplice uso) che ci disarma. L’uso incessante delle macchine non impigrisce solo il cervello, ma infiacchisce anche l’intero corpo. La scienza che produce tutte le comodità possibili, ci rende obesi, fisicamente deboli, al punto che siamo costretti a fare continui esercizi ginnici per stare in forma. Ciò è assurdo.

Dovrebbe essere il lavoro stesso a renderci tonici. È vero che con la scienza siamo in grado di risolvere i nostri problemi fisici (assumendo p.es. medicine sintetiche, sottoponendoci a interventi chirurgici, acquistando strumenti ginnici), ma, così facendo, finiamo in un circolo vizioso: per compensare i guasti che una strumentazione artificiosa procura al nostro corpo, siamo costretti, per ripararli, a usare nuovi strumenti non meno artificiosi. Dunque anche le comodità prodotte dalla scienza creano dipendenza.

La scienza sembra essere diventata una specie di droga: non riusciamo più a liberarcene. Anzi, tendiamo ad assumermene dosi sempre più massicce, al punto che ci riempiamo la casa di oggetti tecnologici il cui uso è molto limitato nel tempo o circoscritto nel luogo o nella funzione. Tutta questa tecnologia acquistata, che supera di parecchio le nostre necessità vitali e le nostre capacità di utilizzo, è destinata a durare ben oltre la nostra esistenza terrena. Quante volte ci diciamo che abbiamo computer che sono delle “Ferrari” e che usiamo come delle “Cinquecento”?1

Ciò non può non avere delle ricadute sulla natura. In questo momento la natura, lasciata a se stessa, è in grado di riciclare, in maniera relativamente veloce, ben pochi degli strumenti che usiamo nel corso della nostra esistenza. Per alcuni oggetti noi potremmo campare anche mille anni che non vi riuscirebbe (pensiamo p.es. alle tante pile o batterie che usiamo). Sembra che le esigenze riproduttive della natura siano l’ultimo dei nostri problemi. Solo quando procuriamo, coi nostri artifici tecnologici, immani disastri, da compromettere l’ambiente in cui viviamo, ci accorgiamo di quanto la natura sia importante.

È da quando sono nate le civiltà schiavistiche che tendiamo a desertificare il pianeta. E da quando abbiamo fatto la prima rivoluzione industriale, ciò avviene a ritmi frenetici: stiamo trasformando la Terra in una gigantesca discarica. Noi vogliamo essere “dominatori” della natura e finiamo col dover vivere un’esistenza del tutto artificiale, che non ha nulla neppure di umano. Infatti umano e naturale non possono viaggiare separati: per poterci dichiarare “umani” abbiamo bisogno che la natura ci metta a disposizione le sue leggi fondamentali, anche se a noi sembra che solo gli animali debbano dipendere da tali leggi.

Dunque che rapporti dovrà avere il socialismo autogestito con la scienza? Anzitutto dovrà aver chiara una cosa sin dall’inizio: un socialismo può definirsi “autogestito” solo se ha valenza locale. Cioè dovrà usare una tecnologia soltanto per soddisfare le esigenze effettive di una comunità locale. Senza autonomia gestionale, da esercitarsi in un determinato (ristretto) territorio, il socialismo non può essere realizzato in maniera democratica. Una comunità deve essere autosufficiente, autarchica, non può dipendere da entità esterne, come Stati e Mercati. Se esiste un mercato, si scambieranno le eccedenze quando lo si riterrà opportuno. E così dovrà essere per gli organi di potere sovralocali: verranno convocati in caso di necessità, senza alcuna pretesa di istituzionalizzazione.

Il territorio in cui si vive va difeso a oltranza, soprattutto nei confronti di chi cerca di saccheggiarlo, deturparlo o manometterlo in qualsivoglia maniera. La natura è sacra, è ciò che ci permette di vivere. Se non si rispettano le sue esigenze riproduttive, qualunque nostra attività va considerata rischiosa. Tutto ciò che usiamo deve poter essere riassorbito dalla natura in tempi accettabili. Un qualunque strumento di lavoro ha senso se la generazione successiva può continuare a usarlo più o meno nello stesso modo in cui era stato costruito, altrimenti è meglio pensare a come la natura possa riciclarlo. Cioè se non siamo capaci noi umani a riutilizzarlo, dobbiamo pensare a come possa farlo la natura. Di sicuro non possiamo tenerlo per sempre in una discarica.

Il concetto di natura che dobbiamo avere va messo in relazione alla necessità che abbiamo di vivere in un contesto locale. Tutta la scienza va finalizzata alla necessità di soddisfare esigenze di una comunità locale. Le decisioni su quali strumenti darsi per rispondere a tali bisogni, devono per forza essere collettive. La responsabilità nell’uso della tecnologia deve ricadere sullo stesso collettivo che la produce. Autonomia gestionale vuol dire responsabilità diretta da parte di una comunità locale che può prendere decisioni su come condurre la propria esistenza.

La transizione dal feudalesimo al capitalismo

A volte si ha l’impressione, leggendo l’Anti-Dühring, che Engels detesti il Medioevo anzitutto perché lo giudicava privo di tecnologia. Infatti, quando ne parla non si sofferma quasi mai sul servaggio. Forse perché sarebbe stato banale criticarlo sotto questo aspetto, tant’è che preferisce sostenere che i contadini fossero “padroni” dei loro mezzi lavorativi e quindi dei loro prodotti, rischiando, così facendo, di riferirsi storicamente non tanto ai contadini medievali veri e propri quanto piuttosto a quelli già “imborghesiti” dell’epoca moderna. In ogni caso, invece d’essere compiaciuto di questa mancanza di “alienazione”, cui gli stessi operai industriali dovrebbe tendere, la giudica del tutto insufficiente rispetto alle conquiste tecnologiche del capitalismo.

Engels vuol far vedere che il Medioevo andava superato anche nei suoi aspetti migliori (la proprietà diffusa dei mezzi produttivi), e che quanti, in epoca moderna, pensano di poterli recuperare (magari in forme “socialisteggianti”, senza passare per i crismi del “socialismo scientifico”), sono soltanto degli illusi, delle persone piccolo-borghesi, ideologicamente arretrate. La sua tesi, in sostanza, si riduceva a questo: se il Medioevo, che pur garantiva al singolo lavoratore la proprietà dei mezzi produttivi, è stato superato dal capitalismo, il merito va attribuito senz’altro alla tecnologia, di cui non è più possibile fare a meno. Altre motivazioni non esistono o comunque non reggono il confronto con quella relativa alla tecnologia. Pertanto un qualunque ritorno al passato va escluso a priori.

Dunque la grande diversità del capitalismo dal feudalesimo non sta tanto – a giudizio di Engels – nella differenza giuridica tra “dipendenza personale” e “dipendenza contrattuale”, quanto piuttosto nell’uso della scienza e della tecnica, che nel capitalismo è praticamente illimitato e direttamente connesso allo sviluppo dell’industria. La borghesia va apprezzata soprattutto per questo suo sforzo di emancipazione scientifica e tecnico-produttiva, e quella “capitalistica” va apprezzata ancora di più, in quanto al tempo dei Greci e dei Romani si riusciva sì a fare “scienza”, ma non si riuscì mai a fare una rivoluzione tecnologica applicata direttamente all’industria.

Resta comunque strano che Engels non metta a confronto, in maniera stringente, il mondo greco-romano con quello borghese moderno. Non lo fa forse perché chiunque avrebbe potuto dirgli che un qualunque confronto con una realtà caratterizzata da un evidente schiavismo non avrebbe avuto senso: sarebbe stato troppo facile dimostrare la superiorità del capitalismo. Marx però si chiedeva spesso il motivo per cui il capitalismo non fosse nato in epoca romana, visto che esistevano molti presupposti materiali favorevoli.

Engels invece pone dei paralleli quanto meno sconcertanti sul piano storico: p.es. quando dice che il contadino medievale era libero ma individualista, mentre il moderno borghese favorisce la “socializzazione” grazie all’industria, anche se si appropria individualmente dei beni ch’essa produce; di conseguenza il proletariato altro non dovrebbe fare che utilizzare, ovviamente migliorandoli, i mezzi produttivi della borghesia, socializzando anche l’acquisizione delle merci. La discriminante di fondo, tra feudalesimo, capitalismo e socialismo, sta unicamente nella tecnologia, che viene considerata come un assoluto intoccabile. L’aspetto relativo, individuale, riguarda invece la modalità di gestirla, la quale sarebbe molto più razionale se il soggetto che amministra tutta l’impresa fosse “collettivo”, come appunto il proletariato industriale.

Diceva queste cose senza riuscire a capire che il Medioevo, se non avesse avuto il servaggio e il clericalismo, sarebbe stato un periodo storico assolutamente migliore del capitalismo, benché non così “avanzato” sul piano tecnologico. Che poi bisognerebbe intendersi persino sulla parola “avanzato”, in quanto il criterio dirimente per affermare che un oggetto è tecnologicamente avanzato non può certo essere dato dalle comodità che offre. Lo sviluppo tecnico-scientifico del capitalismo fu accompagnato da processi economici così individualistici da far tremare il mondo intero. Sull’altare della téchne Engels sacrifica qualunque considerazione etica. Era completamente condizionato dalla “cultura borghese”. Lo era forse anche Lenin quando parlava di “elettrificazione più socialismo”, ma non avrebbe mai permesso che i processi tecno-scientifici venissero imposti ai contadini, utilizzando i mezzi politici o amministrativi, come invece fece Stalin, col pretesto che l’occidente borghese, sviluppato tecnologicamente, avrebbe potuto occupare la Russia (cosa che però non gli riuscì di fare neppure nel momento in cui la rivoluzione era appena nata e quindi debolissima).2

In ogni caso non ha senso essere contro lo sviluppo tecnico-scientifico qua talis: sarebbe una posizione ideologica, cioè schematica. Il che non vuol dire che non si debbano porre dei paletti. Le tradizioni acquisite non vanno superate solo perché appartengono al passato. Il culto del progresso per il progresso è un’altra concezione unilaterale della vita, ed è ora che l’occidente la smetta di passare continuamente dalla padella alla brace. Tra conservazione e innovazione deve sempre esserci una dialettica equilibrata, che certamente non può essere decisa da interessi individuali o di piccoli gruppi o lobbies.

I mutamenti tecnologici vanno decisi dalla comunità locale autogestita. La quale, nella sua interezza, dovrà assumersi la responsabilità delle conseguenze negative dovute all’applicazione delle nuove tecnologie. Le comunità locali vanno lasciate libere di decidere, e di farlo limitandosi a guardare l’esempio altrui. Gli indiani nordamericani, p.es., quando, grazie agli europei, conobbero il cavallo, presero a utilizzarlo efficacemente nelle battute di caccia al bisonte o nei trasferimenti periodici degli accampamenti da un posto all’altro. Ma si fermarono lì. Non accettarono mai di ferrare gli zoccoli o di usare la sella e la staffa o di legare l’animale a un calesse. Avevano cacciato per migliaia di anni anche senza cavalli e non permisero che questo nuovo “strumento di lavoro” modificasse completamente il loro stile di vita ancestrale.

L’introduzione di nuove tecnologie va decisa con ponderazione e oculatezza, anche per rispettare le esigenze riproduttive della natura, che non sono meno importanti di quelle produttive degli esseri umani. L’unico totem che gli indiani veneravano era il simbolo dei loro antenati, di cui avevano grande rispetto, o degli animali di cui si nutrivano per sopravvivere, non senza provare forti sensi di colpa.

Lo sviluppo impetuoso della tecnologia

È abbastanza riduttivo ritenere che solo il capitale sia un problema per lo sviluppo della tecnologia, avendo gli antagonismi sociali ch’esso provoca la possibilità d’essere, in ultima istanza, molto distruttivi. È limitativo non solo perché il capitale continua sempre e in ogni caso a sviluppare la tecnologia, anche quando, nelle situazioni di dominio monopolistico, non ne avrebbe strettamente bisogno; ma anche perché la tecnologia in sé, a prescindere dall’uso capitalistico che ne viene fatto, costituisce un serio problema per gli equilibri ambientali, nonché per la stessa democrazia, per quanto paradossale possa sembrare.

La tecnologia viene continuamente sviluppata per almeno sei motivi: 1) sfruttare al meglio la forza-lavoro manuale e intellettuale (diversificando le mansioni, riducendo i tempi morti, ecc.); 2) fronteggiare in maniera efficiente ed agguerrita una competizione sempre più internazionale (p.es. immettendo sul mercato in tempi brevi modelli sempre nuovi o aggiornati, sempre più accessoriati); 3) dimostrare che militarmente un determinato Stato è più forte di altri (e questo può essere fatto favorendo i conflitti regionali, richiedenti interventi bellici circoscritti nello spazio e nel tempo, dopodiché si fa partire il business della ricostruzione o della vendita al mondo industrializzato degli ultimi strumenti bellici, la cui efficacia viene appunto testata in un teatro operativo ridotto, usato come una sorta di “fiera campionaria”); 4) controllare a livello poliziesco o di intelligence gli individui ritenuti potenzialmente pericolosi (cosa che, con la rivoluzione informatica, che permette lo scambio dei data-base, è tecnicamente piuttosto semplice); 5) carpire a titolo informativo (violando quindi la privacy) i comportamenti commerciali della popolazione del pianeta; 6) automatizzare il più possibile le decisioni che occorre prendere in una qualsivoglia speculazione finanziaria, soprattutto borsistica, per non trovarsi impreparati quando si verificano cali inaspettati di rendimento (ormai il gioco routinario in borsa, quando non si hanno particolari soffiate che permettono inaspettate speculazioni, è tutto affidato ad appositi software).

La dimostrazione della propria superiorità uno Stato può esibirla anche sul piano scientifico stricto sensu, padroneggiando p.es. lo spazio cosmico-satellitare, la connettività alle reti digitali, la salute degli esseri umani, ecc. Il capitale non ha mai intenzione di aumentare la qualità della tecnologia per diminuire quella della manodopera, poiché sa bene da dove gli viene il maggior plusvalore. Anche quando diminuisce la quantità della manodopera, lo fa solo perché costretto da circostanze esterne, indipendenti dalla sua volontà: un lavoratore può essere sfruttato per quarant’anni, una macchina al massimo per dieci e se non viene sostituita in fretta può far fallire l’impresa (gli economisti dicono che il momento migliore per farlo è dopo cinque-sei anni).

Il capitale sa anche che l’aumento esponenziale della disoccupazione comporta sempre instabilità politica; e questa ha senso sfruttarla solo quando non v’è modo di arrestare il grave crollo dei profitti, al fine di realizzare una dittatura per così dire “esplicita” del capitale. Di regola è meglio una situazione pacifica, in cui il lavoro viene sfruttato senza troppe difficoltà.

Oggi si è in presenza di processi tecnologici inediti rispetto a trent’anni fa. Non si pensa più a escogitare particolari tecnologie per sfruttare le risorse naturali. Sembra che nei confronti della natura si sia arrivati a un punto limite circa la capacità di sfruttarne le risorse. L’estrazione di combustibili fossili, non rinnovabili, procede con una tecnologia vecchia di mezzo secolo: quando la si vorrebbe molto moderna, onde evitare emissioni inquinanti, vi si rinuncia perché troppo costosa o inattuabile. Le foreste vengono sempre abbattute nella stessa maniera indegna: il 20% di tutti i gas serra annualmente rilasciati nell’atmosfera sono causati dalle deforestazioni. I mari sono saccheggiati impunemente e trasformati in discariche a cielo aperto: la più grande isola galleggiante di rifiuti plastici del mondo, tra le Hawaii e la California, ha il doppio delle dimensioni del Texas.

Praticamente lo sviluppo della tecnologia, in questi ultimi trent’anni, è avvenuto in maniera tale da non comportare una nuova modalità di depauperamento delle risorse naturali. P.es. una volta si cercava il ferro con cui costruire i binari sui quali i treni potevano servire per compiere deforestazioni. Oggi invece si mandano nello spazio dei satelliti per accaparrarsi delle orbite ad uso civile e militare, senza pensare propriamente a uno sfruttamento produttivo di risorse naturali (ciononostante anche qui la spazzatura cosmica è già diventata un grosso problema).

L’altra modalità di sviluppo tecnologico è quella info-telematica, dove l’hardware e il software si rincorrono a vicenda in maniera forsennata, determinando una facile obsolescenza di entrambi, che spesso comporta assurde incompatibilità con le versioni precedenti dell’uno o dell’altro. Anche qui non vi è, propriamente parlando, un nuovo sfruttamento produttivo di risorse naturali, anche se, di fatto, il genere umano sta sfruttando risorse ben al di sopra delle capacità del pianeta: gli scienziati dicono che, prima della metà di questo secolo, ogni anno consumeremo il quantitativo di risorse prodotte da due pianeti!

L’info-telematica contiene aspetti affascinanti, ma anche molto stressanti, in quanto la complessità è notevole e la competenza per gestirla è sempre molto inadeguata, salvo eccezioni naturalmente. La tecnologia di questa scienza sembra essere giunta a livelli di pericolosa ingovernabilità, anche perché gli attacchi destabilizzanti contro l’uso massiccio che se ne fa possono essere condotti da persone unicamente esperte di codici linguistici, che si studiano in manuali alla portata di chiunque. Un hacker, con un software abbastanza sofisticato, installato su una macchina sufficientemente potente, sembra essere in grado di violare qualunque protezione.

Oggi l’uso della tecnologia info-telematica sembra essere alla portata di tutti, ma è una grande illusione. I veri padroni del potere sono i produttori dell’hardware. Sono loro che permettono agli hacker di divertirsi, impedendo controlli politici o amministrativi in nome della privacy. E glielo permetteranno fino a quando lo sviluppo della rete non sarà universalizzato, in grado di garantire profitti astronomici. Dopodiché arriveranno delle leggi che legheranno mani e piedi ai provider. E, come nel “Grande Fratello” di Orwell, nessuno potrà sfuggire a nessun controllo. Ognuno, nel momento stesso in cui si connetterà, avrà un proprio, univoco, numero di riconoscimento, e la Terra verrà trasformata in un gigantesco lager, dove però non ci sarà bisogno di sterminare nessuno, in quanto la mente, tutta intera, sarà già stata virtualmente riprogrammata a favore del profitto di poche entità anonime, sotto il pretesto del benessere universale. Il nuovo slogan da memorizzare sarà: “Chi controlla l’hardware controlla il software, e chi controlla entrambi controlla l’umanità e l’intero pianeta”.

Quando verrà quel momento, il modo migliore per compiere una rivoluzione sarà quello di liberarsi di ogni strumentazione tecnologica e di affidarsi unicamente ai contatti personali. Saranno questi contatti diretti, gestiti sulla base della reciproca fiducia, a gettare le fondamenta della futura umanità. Quando verrà quel momento, sarà forte la consapevolezza che nulla può essere paragonato alla bellezza del rapporto umano…

Il perfezionamento illimitato della tecnologia

Nell’Anti-Dühring vi è una frase di Engels su cui si potrebbe scrivere un libro intero. Questa: “Solo l’enorme incremento delle forze produttive, raggiunto mediante la grande industria, permette di distribuire il lavoro fra tutti i membri della società senza eccezioni, e perciò di limitare il tempo di lavoro di ciascuno in tal misura che per tutti rimanga un tempo libero sufficiente per partecipare, sia teoricamente che praticamente, agli affari generali della società”.

A leggere cose del genere vien quasi da ridere: quella delle macchine come potente mezzo per abbreviare il tempo di lavoro è sempre stata la motivazione principale dei capitalisti, e fa specie che un intellettuale comunista la faccia propria in maniera così acritica, senza metterla minimamente in discussione. Ridurre il tempo di lavoro per poter produrre sempre di più non potrà certo essere un’esigenza del socialismo democratico. Una cosa del genere, infatti, ha senso solo in momenti particolari, quando vi sono delle urgenze da soddisfare, dovute a problemi inaspettati o di una gravità eccezionale. Non può far parte della banale quotidianità. Uno deve poter lavorare in tranquillità, senza stress, ponderando ciò che fa, facendo delle sue mani il vero strumento di lavoro. La tecnologia deve essere finalizzata a produrre qualcosa a misura d’uomo e, possibilmente, in un contesto naturale.

Se la sopravvivenza di una comunità locale dovesse dipendere da una sofisticata tecnologia, essa sarebbe costretta a vivere sotto la minaccia di una catastrofe incombente. Ne sanno qualcosa quelli di Chernobyl o quelli di Bhopal o di Seveso o di Fukushima. La comunità deve essere padrona dei propri mezzi produttivi, e questi non possono essere troppo sofisticati. Si pensi solo alla differenza tra un orologio meccanico, a carica manuale, e tutti gli altri: il primo non muore mai e non inquina e non spreca risorse ambientali. Avrà certamente poche funzionalità, ma sarà compatibile con le esigenze della natura (non avendo pile o batterie da sostituire) e avrà dei costi quasi azzerati per la sua manutenzione, non richiedendo altra energia che quella fisica di chi lo carica ogni sera.

Una tecnologia troppo sofisticata richiede un enorme dispendio di energia materiale e di competenza intellettuale. Quanto tempo occorre per il suo corretto funzionamento? per la sua costante manutenzione? E a quali spese si va incontro quando la sua obsolescenza è tale da rendere sconveniente la sostituzione di singoli pezzi usurati? Il lavoro ha sempre un costo, l’avrà anche sotto il socialismo: e il lavoro impiegato per far funzionare una cosa molto complessa sarà lavoro sottratto per far funzionare molte cose semplici. Se lo potrà permettere una comunità locale autogestita? E siamo sicuri che non ci sarà il rischio che chi dimostrerà di possedere competenze specialistiche per far funzionare una tecnologia sofisticata, non avanzerà poi delle pretese anche sul piano politico o economico? Una tecnologia alla portata di tutti non garantisce forse più facilmente l’esercizio della democrazia?

Engels aveva una concezione del lavoro opposta a quella di tipo artigianale. Non gli interessava che un lavoratore fosse “creativo” proprio mentre lavora. Vedeva il lavoro come una fatica, una condanna “biblica” (lui stesso fu costretto a fare, per un ventennio, l’imprenditore capitalista mentre scriveva testi a favore del socialismo). A suo parere il lavoro è meglio che venga fatto il più possibile dalle macchine. Questo perché la sua finalità non può essere che quella meramente materiale di soddisfare esigenze primarie di sopravvivenza. Gli esseri umani invece devono dedicarsi ad altro, a cose più piacevoli, come p.es. “gli affari generali della società” (la natura dei quali però non viene spiegata).

Che socialismo ci prospetta Engels? Un socialismo di oziosi e perditempo? Un socialismo di intellettuali chiacchieroni? Marx diceva che l’operaio, davanti alla macchina del capitalista, era un alienato, in quanto separato dal prodotto del suo lavoro, ma ora, con Engels, si pensa di superare l’alienazione separando il più possibile l’operaio dalla macchina, come se l’uomo avesse bisogno di tempo libero da sottrarre al tempo di lavoro!

In realtà il lavoratore, anzi chiunque viva un’esistenza umana e non animalesca, ha bisogno di vedere che tutto il suo tempo sia pieno di significato vitale, quello per cui l’utilità pratica di un determinato manufatto, prodotto autonomamente, può unirsi a una certa creatività artistica, che è poi quella che meglio ci distingue dalla macchina e, se vogliamo, anche dall’animale, il quale, quando appare “creativo”, lo è in maniera inconsapevole.

La macchina è ripetitiva, lavora in serie, diventa noiosa all’uomo proprio in quanto macchina, e il suo prodotto, ad un certo punto, risulta indifferente all’interesse dell’uomo, che ha sempre bisogno di vedere qualcosa di originale, di particolare, di unico, o comunque prodotto con le proprie mani. La catena di montaggio è la morte dell’originalità e dell’unicità del prodotto. È stata creata con finalità meramente commerciali. Il socialismo autogestito dovrà aver piena consapevolezza che non è importante fare grandi cose con le macchine. Le grandi cose necessitano di grandi manutenzioni, di grandi dispendi di energie, e sono comunque destinate a finire, esattamente come quelle piccole, e sicuramente anche prima, visti i maggiori costi.

Le manie di grandezza sono inutilmente costose. Abbiamo voluto le dighe, mandando in rovina le comunità di villaggio che vivevano attorno ai fiumi. Abbiamo voluto le centrali nucleari, per poi pentircene amaramente quando hanno dei guasti. Abbiamo costruito imponenti città, che sono però un cantiere aperto ogni giorno, soggetto a continua manutenzione. Si chiudono le buche nelle strade per andarle a richiudere dopo un po’ di pioggia. Abbiamo tagliato le foreste e ora le montagne ci crollano addosso. Abbiamo deviato i corsi dei fiumi, ma quelli, imperterriti, riemergono in superficie provocando improvvisi allagamenti. Non ci rendiamo mai conto che la natura ci ha messo 4,5 miliardi di anni prima che l’uomo potesse metter piede su questo pianeta: è un terzo dell’età di quella porzione di universo che ci fa da contenitore.

È vero, l’uomo deve essere padrone dei mezzi produttivi per essere se stesso, ma non ha bisogno della “grande industria” per vivere e, meno che mai, per “vincere” le forze della natura. Qualunque cosa si faccia, vi sono ricadute sull’ambiente naturale, da cui gli esseri umani, nonostante la loro tecnologia dica il contrario, dipendono in maniera strutturale; e la dipendenza non va vista come una limitazione della propria libertà, ma, al contrario, come una garanzia che il suo esercizio ha un valore etico.

Il lavoro è un’attività, anzi, una disciplina in cui l’uomo si deve misurare con la natura rispettandone l’essenza. Sotto questo aspetto dovremmo considerare migliori le civiltà che, preoccupate di rispettare la natura così come l’avevano trovata, non hanno lasciato tracce di sé, cioè non hanno voluto sovrapporsi coi loro artifici a ciò che di naturale avevano incontrato. E questo non vuole affatto dire che quelle civiltà fossero vicine al mondo animalesco; anzi, il prossimo socialismo democratico, se vorrà sopravvivere, dovrà riportare la natura al suo stadio originario, antecedente alla devastazione umana iniziata con le civiltà schiavistiche.

L’uomo ha diritto a modificare la natura, ma deve mettere questa in grado di riprodursi agevolmente. Generalmente essa si riprende sempre ciò che le appartiene, a prescindere dal tempo che le occorre. L’unico soggetto che può impedirglielo è appunto l’essere umano. Ma tutto ciò che l’uomo fa contro la natura lo fa contro se stesso. Paradossalmente potremmo dire, col determinismo engelsiano, che quanto più l’uomo lavora contro la natura, tanto più, inevitabilmente, la favorisce, poiché un uomo così disumano è destinato a scomparire o comunque a tornare a livelli produttivi così bassi da rendere la natura felice di esistere. In fondo che cos’è la storia se non l’illusione di poter sperimentare tutte le forme possibili d’esistenza per poi rendersi conto che la migliore era quella più originaria?

Le esigenze riproduttive della natura

Il socialismo scientifico ha sempre detto, sin dai tempi del Manifesto, che per giustificare la transizione socialista è sufficiente rendersi conto che i rapporti borghesi sono diventati troppo angusti per poter contenere la ricchezza da essi stessi prodotta con la rivoluzione tecnico-scientifica. Lo stesso Marx, tuttavia, diceva che tali rapporti (ivi inclusi i mezzi e i metodi) mutano di continuo, proprio a causa della esasperata competizione che li caratterizza, per cui la transizione non è proprio dietro l’angolo.

In ogni caso oggi il problema non sta soltanto nel come realizzare un socialismo che erediti il progresso tecnologico e produttivo della borghesia, cercando di scongiurare le periodiche e sempre più gravi crisi di sovrapproduzione. Il problema è anche quello di come ripensare lo stesso progresso scientifico in rapporto alle esigenze riproduttive della natura. Noi non possiamo limitarci a “produrre” senza tener conto che la natura ha bisogno dei suoi tempi per “riprodursi”. Il socialismo scientifico non può essere così ingenuo da ritenere che la scienza e la tecnica siano caratterizzate da una sostanziale neutralità e che tutto dipenda, in ultima istanza, dall’uso che se ne fa.

La tecnologia va messa in discussione in sé e per sé, a prescindere dall’impiego che se ne può fare. E il criterio con cui analizzarla è relativo alle leggi riproduttive della natura, che sono molto più antiche di quelle che caratterizzano le civiltà umane, e che non sono affatto destinate ad avere la meglio sul nostro modo scriteriato di vivere la vita. Infatti, se anche per ipotesi una guerra mondiale distruggesse tutte le forze produttive dell’uomo, nulla potrebbe assicurare che il capitalismo non sia in grado di rinascere, come un’araba fenice, con gli stessi criteri individualistici di prima.

Inoltre, per evitare ingiustificate aspettative, si dovrebbe smettere di considerare “periodiche” le crisi del capitalismo, come se tra l’una e l’altra vi fossero momenti di ripresa (difficile dire di “stasi”, in quanto un capitalismo “stazionario” è una contraddizione in termini: o c’è sviluppo o c’è regresso). In realtà le crisi sono “sistemiche”, cioè avvengono più o meno quotidianamente in quanto “strutturali” al sistema. Non ci accorgiamo di questo solo perché abbiamo a che fare con un’economia che agisce su scala mondiale. È impossibile che tutti abbiano una medesima consapevolezza di ciò che avviene in qualunque parte del globo a causa dell’iniquità di questo sistema sociale. Neppure gli stessi capitalisti ce l’hanno. Infatti, se in un luogo del pianeta si assiste a una ripresa, è facile che, nello stesso momento, in un altro luogo, vi sia una recessione, anche molto grave.

A noi occidentali non interessa sapere che il nostro benessere dipende dal malessere del Terzo Mondo. Noi siamo soliti parlare di crisi pericolose, devastanti, catastrofiche… soltanto quando esse avvengono nella nostra area geografica, e non diamo molto peso a ciò che avviene nel resto del mondo. Il centro del mondo gira attorno alle capitali storiche o industriali dell’occidente, che spesso coincidono con le capitali borsistiche, anche se questa coincidenza ormai è sempre meno vera (le borse di Shanghai, Hong Kong e Shenzhen sono tra le prime dieci al mondo).

Sappiamo anche bene che una crisi che scoppia in un’area specifica dell’occidente può avere ripercussioni su tutto l’emisfero. L’Argentina, p.es., ha avuto delle crisi terribili nel 2002 e nel 2018, assai peggiori di quelle della Grecia, ma l’occidente se ne è preoccupato relativamente: ciò che davvero preoccupa è che non scoppino sollevazioni sinistroidi, che andrebbero inevitabilmente ad infiammare l’intero Sudamerica. Ecco perché a questi Paesi si concedono facilmente dei prestiti a tassi molto agevolati.

Nonostante che l’economia mondiale sia tutta interconnessa, noi occidentali (come “gente comune”, non ovviamente come capi di stato e operatori economici) non siamo particolarmente interessati a ciò che avviene in capitali non occidentali, come p.es. Mosca, Pechino, Nuova Delhi, Brasilia… Quando la Russia è andata in bancarotta, sotto Eltsin, non si sono avute ripercussioni in occidente. Se il crac fosse stato dichiarato dagli Stati Uniti, che sono molto più indebitati della Russia, sarebbe crollato l’intero occidente. Questo per dire che nel mondo comandano gli americani, i quali hanno relazioni di stretta partnership (cioè “vincolata”) coi principali Paesi euro-occidentali e col Giappone, suggellata da alleanze militari. È molto difficile che un Paese europeo o il Giappone possa opporsi alla volontà statunitense, proprio perché o hanno perso la II guerra mondiale o non si sono ripresi grazie alle loro forze economiche. Tutto il resto, nel mondo, conta relativamente, anche se la Cina si sforza di dimostrare il contrario. Quando avvengono crisi economiche, anche molto gravi, in varie aree del pianeta, il capitalismo occidentale è ben lieto d’intervenire concedendo dei crediti su cui ricavare determinati interessi.

Dai tempi della scoperta dell’America la storia viene fatta dall’occidente. Fino alla II guerra mondiale i protagonisti son stati i Paesi europei, l’ultimo dei quali il Regno Unito. Dopodiché il testimone è passato agli Stati Uniti. Sicché quando le crisi colpiscono questi ultimi, che sono la locomotiva del capitalismo occidentale, esse diventano subito mondiali; e se si guarda l’elenco delle principali crisi del debito dal 1973 ad oggi (2018), si noterà che sono quasi tutte provenienti proprio da loro.

In tutti gli altri casi si tratta di semplici crisi “regionali”, le quali, pur essendo sistemiche, in quanto vi è sempre almeno un’area regionale del pianeta che, a causa dell’egemonia capitalistica dell’occidente, è in “crisi”, non producono mai effetti catastrofici nell’occidente, anche perché noi siamo in grado d’intervenire, finanziariamente, per rimettere in piedi qualunque area economica del pianeta, facendo ovviamente pagare agli abitanti di quell’area i dovuti interessi.

I miliardi di dollari che gli americani sono in grado di elargire a piene mani alle aree “critiche” del pianeta o d’importanza strategica per la conservazione del capitalismo su scala mondiale, sono capitali che frutteranno sempre ingenti interessi, non solo finanziari, ma anche politici o militari. Gli americani sono in grado di controllare l’intero pianeta non soltanto grazie alla loro tecnologia militare, satellitare e telecomunicativa, ma anche grazie ai loro capitali, senza considerare che sanno anche trasmettere efficacemente la loro cultura individualistica attraverso l’industria cinematografica e televisiva. La cultura americana è un format che viene sostanzialmente copiato, con qualche variante, da quasi tutto il mondo.

Non è possibile che un capitalismo del genere possa subire un’implosione come quella del socialismo statale in Russia o in Cina. Gli Stati Uniti sono in grado di far pagare a qualunque Stato al mondo il peso delle loro contraddizioni. E non è neppure possibile che l’attuale Cina possa un giorno ereditare il testimone del capitalismo americano senza prima aver acquisito tutte le strategie per affermarsi a livello mondiale.

I limiti della tecnologia in sé

Nell’Anti-Dühring Engels mostra di possedere una certa di coscienza ecologica, che ai suoi tempi non era così scontata. Sa bene che “la città industriale trasforma qualsiasi acqua in fetido liquido di scolo”. Lo faceva anche l’azienda tessile di suo padre a Barmen col fiume Wupper. Ma come pensava di risolvere questo grave problema? Ovviamente non come i capitalisti, che preferiscono trasferire le loro industrie in campagna, ma – queste le sue testuali parole – “secondo un solo grande piano”, capace di far “ingranare, armoniosamente” tutte le forze produttive, in modo tale che l’industria si stabilisca ovunque, in città e in campagna. Se si riesce a fondere città e campagna, “può essere eliminato l’attuale avvelenamento di acqua, aria e suolo”. Cosicché i rifiuti prodotti dalle fabbriche potranno essere adoperati “per produrre le piante e non le malattie”. L’importante è non rinunciare al fatto che l’industria capitalistica “si è già resa relativamente indipendente dai limiti locali dei luoghi di produzione delle sue materie prime”. Infatti le materie prime provengono da tutto il mondo.

Cosa dire di queste parole, a distanza di oltre un secolo e mezzo dalla pubblicazione del libro? Anche solo guardando com’è stata ridotta la natura dal cosiddetto “socialismo reale”, che pur ambiva ad avere un “piano” contro il “mercato” borghese, possiamo dire con sicurezza che Engels non è stato in grado di prevedere, neppure minimamente, le influenze catastrofiche che l’industria in sé, soprattutto quella “grande”, ha procurato all’ambiente naturale. In Italia gli imprenditori risolvono il problema delle scorie industriali trasferendole dal nord al sud, in gran segreto, facendole sotterrare dalla criminalità organizzata nei posti più impensati; oppure trasferendole dal nostro Paese ad alcuni Paesi africani, nostre ex-colonie. La soluzione più legale è quella di inviarle ai Paesi che sul piano del riciclo dei rifiuti sono più sviluppati di noi: loro ci guadagnano due volte, sia per i costi del servizio che paghiamo, sia per i benefici che ottengono sul piano energetico.

In ogni caso bisognerebbe chiedersi: davvero sarà così facile al socialismo democratico, una volta giunto al potere, trasformare le scorie inquinanti dell’industria in ottimo fertilizzante per le piante? di tutte le industrie? anche di quelle che usano solventi chimici o materiali nucleari? Il socialismo scientifico è davvero compatibile con le moderne idee ecologiche? È forse un caso che nessun partito al governo, né di destra né di sinistra, riesca a pensare, anche solo per un attimo, che l’economia senza l’ecologia può essere un rischio mortale per l’umanità? Siamo assolutamente sicuri che quando il socialismo sarà realizzato, vi sarà un effettivo smaltimento di tutti i rifiuti, in quanto i costi saranno sostenuti dall’intera collettività?

Considerando che oggi i rifiuti sono infinitamente più nocivi di 150 anni fa, dovremmo pensare a realizzare quanto prima una transizione, poiché, andando avanti di questo passo, il socialismo rischia di ereditare non il grande progresso delle forze produttive, ma il grande regresso delle risorse naturali e dell’integrità dell’ambiente. Il socialismo scientifico si troverà a gestire non le grandi risorse materiali del capitale, ma il deserto ch’esse avranno prodotto (come già oggi dobbiamo gestire i guasti ambientali provocati dai sistemi antagonistici precedenti, che p.es. disboscavano senza alcun ritegno). E se qualcuno penserà che ai guasti della scienza e della tecnica sia possibile rimediare con altra scienza e tecnica, sarà soltanto un grande illuso, da considerare come un soggetto pericoloso.

I guasti prodotti dal capitale sono e saranno talmente grandi che ci vorranno secoli o millenni per risolverli, e probabilmente potranno esserlo solo lasciando la natura libera di agire in autonomia, senza alcuna interferenza “scientifica” da parte dell’uomo. È anzi auspicabile che, messi di fronte alla grande devastazione prodotta dal capitale, gli uomini prima o poi si convincano che, per poter sopravvivere, è necessario tornare al comunismo primordiale e, se possibile, senza portarsi dietro il bagaglio delle cose migliori prodotte sul piano scientifico, ma proprio rinunciandovi del tutto. Saremo come gli indiani del Nordamerica quando cacciavano i bisonti. Avremo finalmente capito che è meglio cacciare con arco e frecce di nostra produzione, che non acquistare sul mercato i fucili prodotti dagli imprenditori, che ci vogliono indurre a farlo perché così torniamo da loro ogni volta che ci finiscono le munizioni. In fondo non avremo bisogno di uccidere tanti bisonti, come facciamo oggi con gli animali da latte e da carne, per avere ingenti scorte nei nostri congelatori. Ce ne basterà solo qualcuno per sopravvivere, perché vivremo alla giornata. E saremo in pace con la nostra coscienza: nudi siamo entrati in questo pianeta e nudi ne usciremo.

Note

1 La rivoluzione informatica presenta aspetti (soprattutto linguistici) alquanto complessi, per nulla paragonabili alle precedenti rivoluzioni scientifiche (meccaniche, chimiche, elettriche…). Per poterla gestire in maniera adeguata occorrono competenze molto specifiche. Chi è padrone di queste competenze sembra essere in grado di dominare il mondo intero e di potersi arricchire con una incredibile facilità. Tuttavia per tenere in piedi una rivoluzione del genere occorrono risorse energetiche enormi, di carattere planetario, ivi inclusi gli impianti satellitari. Un black-out energetico di tali risorse metterebbe in ginocchio non solo l’economia digitale ma anche tutta l’economia produttiva (come successe in California nel 2001, cioè quando le compagnie private, che avevano soppiantato il monopolio statale, si erano accorte di non poter far fronte al fabbisogno energetico dello Stato). Tutto sembra essere così pericolosamente fragile e persino indipendente dalla volontà degli Stati nazionali.

2 Da notare che questo modo “amministrativo”, cioè sbrigativo, di vedere le cose era una caratteristica anche di Trotsky, come disse Lenin nel suo “Testamento politico”, checché ne pensino quanti ritengono il trotskismo l’unica vera alternativa allo stalinismo.

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Autore: Mikos Tarsis

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