Il ruolo della violenza nella storia (Cinico Engels)

La violenza nello schiavismo privato e statale

L’analisi storico-economica con cui Engels spiega il sorgere dell’antagonismo sociale, cioè della “violenza”, si svolge nei seguenti termini. “Il soggiogamento dell’uomo in servitù in tutte le sue forme presuppone che colui che soggioga disponga dei mezzi di lavoro mediante i quali soltanto egli può impiegare l’asservito e, nel caso della schiavitù, che disponga inoltre anche dei mezzi di sussistenza coi quali solamente può mantenere in vita lo schiavo”. Il che si potrebbe tradurre in queste semplici parole: siccome tutto ha una spiegazione economica, occorreva, perché potesse imporsi un regime servile di qualsivoglia natura, che qualcuno, all’interno di un collettivo, fosse più forte economicamente; e la schiavitù è più difficile da realizzare del servaggio, perché più costosa.

È strano ch’egli dica questo, poiché doveva sapere che le prime forme storiche di schiavitù (siano esse egizie o assiro-babilonesi o asiatiche o americane) non erano gestite da individui singoli, come invece nella civiltà greco-romana, ma avevano tutte una marcata configurazione statalistica. L’intera collettività viveva una sorta di schiavitù alle dipendenze di un ceto aristocratico-monarchico fortemente caratterizzato sul piano amministrativo, militare e ideologico (in senso religioso o mitologico). Essendo appena usciti dal comunismo primitivo, non c’era altro modo di cambiare regime di vita, salvando le apparenze del precedente (quindi in maniera mistificata).

Questa forma di schiavitù statalizzata, in cui gli unici schiavisti erano i funzionari pubblici (amministrativi, religiosi e militari), che formalmente dipendevano da una suprema autorità, non prevedeva l’uso individualistico o privato della proprietà, in quanto la terra, principale ricchezza del collettivo, apparteneva allo Stato, impersonato dal sovrano. I funzionari ovviamente beneficiavano di un benessere superiore, ma anche loro non erano proprietari di nulla in senso privatistico. Il vero, unico, proprietario era il sovrano assoluto, che trasmetteva il suo potere e i suoi beni per via ereditaria. Ecco perché lo si paragonava a una sorta di divinità, circondato da un’aureola mistica. Ai funzionari non mancava nulla di quanto desideravano, ma non potevano pretendere di sostituirsi al sovrano o di comportarsi come lui. Qualunque forma di insubordinazione veniva pagata con la morte, proprio perché la violenza “fisica” caratterizzava tali regimi.

Che questi particolari sistemi sociali siano violenti è dimostrato anche dal fatto che, appena riescono a imporsi sulle difficili condizioni ambientali che incontrano, una volta usciti dalle foreste, iniziano subito a combattere con le popolazioni confinanti, ancora ferme allo stadio del comunismo primitivo. La guerra è strutturale allo schiavismo statalizzato, non meno che a quello privatistico. Serve per dimostrare che lo schiavismo è giusto, è voluto dagli dèi. Serve a illudere che la schiavitù imposta alle tribù straniere renderà meno dura la schiavitù subita internamente.

Lo schiavismo greco-romano ha ottenuto, sul piano tecnologico, risultati molto più significativi dello schiavismo statale, ma, proprio a causa dell’individualismo che lo caratterizzava, è durato di meno. Il più importante e più evoluto schiavismo statalizzato di tutti i tempi è stato quello egizio, durato 4000 anni, ma l’influenza che ha avuto nella storia dopo il suo crollo è stata un nulla rispetto a quella dell’impero romano. Non a caso il moderno capitalismo, sorto nel XVI sec., ha voluto recuperare le tradizioni greco-romane, considerando l’intero Medioevo un’epoca oscurantistica.

Tutto ciò per dire che quando tali regimi schiavizzavano, tramite la guerra, i componenti delle comunità primitive, lo facevano appunto come collettivo statale. E non c’era bisogno di avere dei particolari mezzi di sussistenza con cui mantenere gli schiavi, in quanto erano gli schiavi stessi a procurare ulteriori mezzi di sussistenza ai funzionari statali. Tutte le grandi opere urbanistiche delle civiltà antesignane dell’antagonismo sociale sono frutto di un rapporto schiavile, più o meno imposto.

Senza guerre non ci sono schiavi, e quelli che vi sono, prima di muovere guerra a qualche collettività, sono diventati tali all’interno di condizioni ambientali molto particolari, difficili da vivere. In tali condizioni ci voleva qualcuno che, dietro una qualche giustificazione ideologica (religiosa o mitologica), rivendicasse un potere assoluto col quale garantire la sopravvivenza dell’intero popolo. Mosè diventa un duce nel deserto e i faraoni lo diventano in mezzo ai fanghi e agli acquitrini causati dalle periodiche esondazioni del Nilo.

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Tuttavia, siccome Engels, soprattutto dopo il 1850, è contrario all’idea di rivolgimenti storici causati da rotture traumatiche, dobbiamo vedere meglio le manchevolezze del suo discorso. Per lui, infatti, non esiste una netta divaricazione tra le “comunità primitive naturali” (come le chiama) e quelle “civili”. Non ha neppure gli aggettivi adeguati con cui qualificare il collettivismo primordiale: esso è “naturale” in contrapposizione a “storico”, ed è “primitivo” nel senso di “rozzo”, “animalesco”, “incivile”.

In tali primitive comunità la “proprietà privata” sembra svilupparsi in maniera del tutto spontanea: è sufficiente “lo scambio con stranieri, assumendo la forma di merce”. Queste sono affermazioni piuttosto incredibili. Nella comunità primitiva la “merce”, cioè un prodotto finalizzato esclusivamente al mercato, non poteva in alcun modo esistere: 1) perché non c’erano i mercati con una compravendita regolare; 2) perché, anche se ci fosse stato un mercato periodico o saltuario, al massimo si sarebbe praticato il baratto delle rispettive eccedenze tra le varie comunità, di cui si poteva liberamente apprezzarne l’uso, senza però farne affidamento prioritario per la sopravvivenza del collettivo. È letteralmente impensabile che la proprietà privata potesse formarsi nella comunità primitiva grazie alla vendita di oggetti sul mercato. Quando ciò avviene, quel tipo di comunità non esiste più da un pezzo.

Ma supponiamo che Engels si riferisca alle prime formazioni antagonistiche, come p.es. quella egizia. Qui sicuramente esiste un mercato e una vendita di oggetti mercificati, nati per essere venduti. Tuttavia, siccome si tratta di forme statalizzate di schiavitù, non esiste una classe mercantile che possa arricchirsi privatamente in virtù di tali scambi. I commerci sono finalizzati ad arricchire i regni e gli imperi, nel loro complesso, non degli individui o delle classi o dei ceti particolari. La borghesia è una componente dello Stato, non meno dei burocrati e dei sacerdoti. Può arricchirsi come i funzionari statali, ma non può farlo autonomamente, cioè non può disporre di “proprietà privata”, la cui dimensione accresca in maniera direttamente proporzionale all’entità dei traffici commerciali.

Detto altrimenti. Nessuna comunità primitiva (pre-schiavistica) avrebbe permesso, in maniera naturale, che in uno scambio commerciale con stranieri i prodotti assumessero forma di “merce”, cioè perdessero la caratteristica funzione di valori d’uso per assumere anzitutto quella di valori di scambio; nessuno avrebbe permesso, in maniera spontanea, che un’attività del genere soppiantasse “la primitiva divisione naturale del lavoro” e che si differenziassero “le fortune dei singoli membri della comunità” o che scomparisse “l’antico possesso comune del suolo”, a tutto vantaggio di vari “contadini parcellari”. Cose del genere avrebbero potuto verificarsi solo in maniera traumatica. Peraltro, una comunità primitiva, abituata all’autoconsumo, se si fosse trovata imbrigliata nella rete di uno scambio commerciale con un’altra comunità economicamente più sviluppata, non sarebbe riuscita a conservare per molto tempo la propria integrità territoriale. Dopo una fase pacifica di scambi commerciali, la comunità più forte economicamente avrebbe sottomesso quella più debole occupandone i territori. È stato questo il comportamento abituale degli europei venuti a contatto con le tribù caratterizzate dal comunismo primitivo.

Neppure nelle civiltà cosiddette “fluviali”, quelle i cui mercati venivano gestiti dagli Stati, riesce a formarsi una borghesia autonoma (commerciale o terriera), in grado, col tempo, di rovesciare lo statalismo imperante. Non esistono negli imperi schiavistico-statali dei contadini giuridicamente liberi che privatamente gestiscono i loro lotti di terra. La libertà giuridica individuale è una caratteristica del mondo greco-romano.

Sotto il comunismo primitivo era l’intera comunità a sentirsi libera; sotto lo schiavismo statalizzato nessuno è libero, salvo il sovrano assoluto, per diritto divino, padrone di tutto l’impero, e naturalmente lo sono i suoi funzionari, per diritto acquisito, concesso dallo stesso sovrano. I funzionari sono soltanto delle persone privilegiate. La rivendicazione della libertà giuridica individuale è una conseguenza della possibilità di poter ottenere la terra in proprietà privata. E questo si verifica per la prima volta nella civiltà greco-romana, la quale trasforma l’idea di Stato in un mero supporto di interessi privati. Lo Stato non può più controllare l’iniziativa privata, ma può essere utilizzato contro chi ne mette in discussione gli abusi: di qui la nascita del diritto.

Infatti l’iniziativa personale o autonoma, che fonda se stessa sulla proprietà privata di mezzi produttivi indispensabili alla collettività, è sempre fonte d’infiniti abusi; e lo Stato, in tal caso, è soltanto il rappresentante che, dietro la maschera del diritto, tende a difendere la corruzione dei maggiori proprietari di terre, di schiavi e di capitali. È assurdo sostenere – come fa Engels, sic et simpliciter – che “l’industria domestica naturale” viene progressivamente distrutta dalla “concorrenza dei prodotti della grande industria”. Quando ciò avviene (p.es. nell’India colonizzata dagli inglesi), il territorio circostante in cui quella comunità primitiva vive è già stato occupato da una forza straniera la cui potenza economica indica una modernità molto più grande. Tale potenza colonialistica straniera prova dapprima ad abbattere l’autogestione delle comunità primitive con la persuasione delle armi economiche; poi, se questa strategia non è sufficiente, non tarda molto a passare alla forza militare.

È inutile che Engels dica che “per secoli il dispotismo orientale e il dominio mutevole di popoli nomadi conquistatori non poterono intaccare queste antiche comunità”. Lo dice per far vedere che più importante della forza militare è quella economica. La forza economica della borghesia europea andava di pari passo con quella militare e, al loro cospetto, le ultime comunità primitive si sono trovate completamente spiazzate: poste sul cammino dell’imperialismo borghese non poterono mai opporre alcuna resistenza attiva, se non quella di rifugiarsi sempre più nelle impenetrabili foreste, oppure nei luoghi più inospitali del pianeta.

La vittoria economica di cui parla Engels è stata la più facile del mondo, anche perché la differenza tra i vari modi di produzione era abissale. La borghesia europea, lasciata a se stessa, fece enormi progressi tecnico-scientifici in pochissimo tempo. Gli esempi mostrati da Engels valgono assai poco: “i contadini [delle comunità di villaggio della Mosella o dell’Hochwald] trovano che è precisamente nel loro interesse che la proprietà privata del campo subentri alla proprietà comune”. Questi sono contadini che vogliono diventare degli agrari capitalisti per liberarsi del peso dei feudatari e per affrontare meglio le esigenze del mercato. Qui la proprietà comune della terra è un residuo del passato, come l’obščina nella Russia feudale. Sono armi di difesa spuntate contro l’avidità dei signori feudali e che, anche in assenza di questi signori, non reggerebbero un secondo all’urto economico dei prodotti industriali del capitalismo europeo. Queste cose verranno dette magnificamente da Lenin nelle sue opere giovanili contro i populisti.

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Ecco un altro esempio che, secondo Engels, dovrebbe spiegare l’inutilità della violenza nello sviluppo dei processi economici. “Anche la formazione di un’aristocrazia naturale, quale si ha nei Celti, nei Germani e nel Punjab basata sulla proprietà comune del suolo, in un primo tempo non poggiò affatto sulla violenza, ma sul consenso e sulla consuetudine”. È vero, ma finché ci fu “consenso”, non ci fu “proprietà privata”. Là dove l’aristocrazia non si forma in maniera “naturale”, lì c’è proprietà privata e quindi uso della violenza. Non bastano le “cause economiche” per formare la proprietà privata, anche perché chiunque è in grado di capire che tale proprietà è già una forma di violenza.

Peraltro lo stesso Engels è costretto ad ammettere, finendo in un circolo vizioso, che “l’istituto della proprietà privata deve già sussistere prima che il predone possa appropriarsi dell’altrui bene”. Dice questo per ammettere sì l’esistenza della violenza, ma solo nel senso di un passaggio di proprietà in mani diverse, non nel senso che la violenza “crea” la proprietà privata (ch’era la tesi di Dühring). Tuttavia, là dove esiste il comunismo primitivo non ci può essere alcuna forma di proprietà privata, e là dove questa si pone, il comunismo è già finito. Ritenere che tale passaggio sia avvenuto in maniera del tutto naturale non ha alcun senso, tanto meno se si vuole sostenere l’idea che un analogo passaggio è destinato a compiersi in maniera inversa: dalla proprietà privata del capitale a quella pubblica del lavoro. Se è assurdo negare un nesso tra proprietà privata e violenza individuale, a maggiore lo è il negarlo tra proprietà pubblica e violenza rivoluzionaria. Il proletariato non può essere indotto ad attendere la propria liberazione come una manna caduta dal cielo.

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Sempre sullo stesso argomento, con la medesima finalità apologetica del primato dell’economia sulla violenza, ecco un ulteriore esempio di Engels, trattato in maniera quanto meno discutibile. “La schiavitù negli Stati Uniti d’America era fondata molto meno sulla violenza che sull’industria cotoniera inglese; in quei distretti dove non cresceva il cotone o che non esercitavano, come gli Stati confinanti, l’allevamento di schiavi per gli Stati cotonieri, la schiavitù si estinse da se stessa, senza uso di violenza, semplicemente perché non era remunerativa”.

Parole come queste sono un insulto a quei 12 milioni di africani che, tra il XVI e il XIX sec., furono acquistati da spagnoli, portoghesi, inglesi, francesi e americani nel continente nero, e ridotti in schiavitù nel continente americano non solo per lavorare il cotone, ma anche per fare qualunque altra cosa redditizia per i loro padroni (tabacco, zucchero, caffè…), ivi incluse le faccende domestiche. La violenza che si esercitava su questi schiavi neri (considerati delle “non persone” in quanto non cristiani) era quotidiana: non potevano neppure cantare insieme. E ad essa si pose fine solo dopo la guerra di Secessione (e non in tutti gli Stati americani), con cui il Nord industrializzato impose al Sud agrario la liberazione degli schiavi per poter avere manodopera salariata, giuridicamente libera e a basso costo, nelle proprie fabbriche. Fu la vittoria di un capitalismo industrializzato contro un capitalismo agrario, basato, quest’ultimo, sulla produzione di materie prime richieste in Europa occidentale.

La schiavitù non scomparve affatto da sé, ma solo dopo che in Europa occidentale si cominciò a dire che sul piano etico era illecita e poi che era illegale su quello giuridico. Gli Stati Uniti cercarono di conservarla il più possibile, poiché, avendo avuto un capitalismo importato dagli inglesi, si sentivano più deboli economicamente, per cui volevano recuperare in fretta il divario che li separava da quella che un tempo era stata la loro madrepatria. E col lavoro gratuito di questi schiavi il gap venne recuperato in maniera abbastanza agevole, anche se fino all’inizio della II guerra mondiale la Gran Bretagna continuò a dominare mezzo mondo. Solo quando si cominciò a introdurre la stessa industria degli inglesi, ci si rese conto che la schiavitù non era più conveniente come prima. Questo perché è meglio avere a che fare con operai da pagare finché han la forza di lavorare, che non con schiavi da mantenere in tutto e per tutto sino alla fine dei loro giorni, che comunque erano piuttosto brevi, in quanto i sorveglianti aguzzini si assicuravano, anche con mezzi violenti, che lavorassero il più possibile. Le punizioni per gli schiavi insubordinati erano tutte fisiche: fustigazione, bruciature, mutilazioni, marchiatura a fuoco, detenzione e impiccagione. Le scuse ufficiali per questa vergogna vennero fatte dalla Camera americana dei rappresentanti solo nel 2008 e dal Senato l’anno dopo.

Economia assoluta e violenza relativa

Nella parte IV del capitolo intitolato “Teoria della violenza” Engels si preoccupa di dimostrare che in tutte le formazioni sociali antagonistiche i contadini liberi han giocato un ruolo molto più significativo di quello dei grandi proprietari terrieri. Arriva addirittura a dire che “al principio della storia di tutti i popoli civili troviamo non già il ‘grande proprietario terriero’… ma invece comunità tribali e di villaggio con possesso comune del suolo”.

Dice questa cosa in riferimento ai “popoli civili”: una denominazione con un chiaro intento connotativo, in quanto Engels tende a escludere il comunismo primitivo, che giudica vicino al mondo animalesco. Per “popoli civili” egli deve per forza intendere i popoli con la scrittura, l’urbanizzazione, il mercato, un embrione di Stato, ecc. Purtroppo però tutti questi popoli hanno praticato lo schiavismo. Non è mai esistita in nessuna parte del pianeta una formazione sociale che abbia fatto da spartiacque tra il comunismo primitivo e lo schiavismo. Semmai sono esistite due fondamentali forme di schiavismo, quella statale (del mondo egizio, asiatico, mesoamericano) e quella privata (del mondo greco-romano).

Dunque, cosa vuol dimostrare Engels con la sua affermazione? Una cosa sola, che la violenza è un elemento accessorio allo sviluppo delle civiltà e che prioritaria va considerata l’economia. Là dove è l’economia a dettare le sue leggi, lì domina la categoria della “necessità storica”, con cui si può spiegare la transizione da una formazione sociale a un’altra. La soggettività delle rivoluzioni diventa irrilevante, superflua.

In realtà vi sono incongruenze insostenibili in quanto dice. Infatti, se in un qualunque sistema sociale antagonistico prevalgono i contadini liberi, indipendenti, su appezzamenti autonomi o parcellari, significa che la precedente comunità di villaggio, in cui la proprietà del suolo era comune, è andata irrimediabilmente distrutta. Parlare di comunità di villaggio e, nel contempo, di contadini del tutto autonomi non ha senso, sempre che per “comunità di villaggio” s’intenda un organo collettivo in cui la proprietà dei mezzi produttivi è socializzata. Ha senso soltanto se si intende un collettivo che si è sostituito o imposto a un collettivo precedente. I collettivi che hanno abbandonato i luoghi sicuri delle foreste per andare a vivere nei posti più impervi della Terra, una volta risolti i gravi problemi ambientali prodotti dalle esondazioni dei fiumi e dopo aver affermato la monarchia assoluta e quella sorta di “schiavismo statale” chiamato anche col nome di “modo di produzione asiatico”, sono diventati immediatamente aggressivi nei confronti delle popolazioni limitrofe, siano state esse ancora comunistiche o fossero già diventate schiavistiche. Erano ancora delle collettività, ma in forme completamente diverse.

Quando Marx diceva nel Manifesto che la storia è storia di lotte di classi, intendeva appunto dire che è una storia violenta, dove vince sempre il più forte o il più astuto (che è poi il passaggio dall’Iliade di Achille ed Agamennone all’Odissea di Ulisse). Non si può inzuccherare questa constatazione storica dicendo che le civiltà antagonistiche si sono sviluppate, almeno nella fase iniziale, in maniera pacifica. Le stesse grandi migrazioni di massa (dalle popolazioni indoeuropee a quelle asiatiche) sono avvenute sempre a causa di eventi traumatici, il più delle volte correlati ad antagonismi sociali causati dallo schiavismo.

Se una popolazione ha necessità di occupare un territorio altrui, vuol dire che o sta subendo una fortissima pressione dall’esterno, oppure che già al proprio interno i rapporti sociali sono diventati innaturali, tant’è che in tutte le società antagonistiche è prevista, sin dal loro esordio, la schiavitù per i debitori insolventi e naturalmente la requisizione dei beni. Non solo, ma è previsto anche che il pater familias eserciti un potere di vita e di morte su moglie e figli.

Bisogna insomma convincersi che la fine del comunismo primitivo è stato un fatto assolutamente traumatico, ovunque esso sia avvenuto, proprio perché al suo posto è sempre subentrato lo schiavismo, in varie forme e modi. Generalmente un lotto di terra poteva essere ottenuto come premio per aver partecipato a un’impresa bellica o dopo un certo periodo di servizio militare. La legislazione vigente, nelle monarchie assolute degli Stati schiavistici, era sempre piuttosto severa, proprio perché non si tollerava minimamente che i poteri costituiti venissero messi in discussione. Al massimo questi poteri si davano propri organi di discussione delle leggi e del modo di applicarle.

Tutto ciò è completamente estraneo alle tribù nordamericane scoperte dagli europei, ma anche alle tante tribù primitive trovate in Africa o nelle isole del Pacifico o in Sudamerica. All’interno di queste tribù, che rappresentano l’ultima esperienza significativa del comunismo primordiale, non vi è traccia di contadini autonomi sul loro pezzo di terra.

Anche quando Engels afferma che “l’Italia fu dissodata prevalentemente da contadini parcellari” e che questi furono mandati in rovina o trasformati in schiavi negli ultimi tempi della repubblica romana, per colpa dei “grandi complessi di fondi rustici, i latifondi” che “sostituirono all’agricoltura l’allevamento del bestiame”, dimentica di precisare alcune cose fondamentali: 1) i contadini romani erano anche militari e fu con la forza ch’essi sottomisero tutte le popolazioni italiche che praticavano il comunismo primitivo; 2) quando con le guerre puniche il numero degli schiavi dilagò in Italia, l’istituto della schiavitù esisteva già da un pezzo nella penisola (persino gli Etruschi la conoscevano, tant’è che la utilizzavano nei lavori domestici, in quelli agricoli, artigianali e nelle miniere).

Peraltro, il massiccio arrivo di schiavi, vinta la guerra contro Cartagine, sarebbe stato incompatibile con la trasformazione degli arativi in prativi. Gli schiavi avevano appunto lo scopo di lavorare la terra e lo faranno, come schiavi, finché l’impossibilità di espandere continuamente l’impero con le guerre di conquista non indurrà gli schiavisti a trasformarli in coloni. La trasformazione degli arativi in prativi fu piuttosto una caratteristica dei lord inglesi, che nel loro territorio, al tempo di Enrico VIII (e di T. More, che ne parla nella sua Utopia), non potendo usufruire di schiavi, approfittarono del fatto che dalle industrie tessili olandesi (e poi inglesi) la domanda di lana grezza era molto forte. Non furono gli allevamenti intensivi a mandare in rovina l’Italia della Repubblica romana, ma i latifondi, che, ampliatisi sempre più a causa delle guerre, distrussero l’autonomia dei piccoli e medi agricoltori, tant’è che tutti i tentativi di riforma agraria per ridurne le dimensioni fallirono miseramente.

Engels fa molti esempi, contro le tesi di Dühring, per dimostrare che il dissodamento dei terreni più grandi non era avvenuto per mezzo dei latifondisti e dei loro servi, ma grazie ai contadini liberi. Tuttavia resta difficile semplificare un processo così complesso e diversificato nei tempi e nei luoghi. In generale si può dire che là dove esiste schiavismo e servaggio la percentuale dei contadini davvero “liberi”, sul piano giuridico, è risicata, in quanto i latifondisti tendono a rovinarli, inglobando le loro terre (per far ciò usavano la strategia del debito, strettamente legata a quella della guerra, oltre a quella dei prezzi). Per impedire che le contraddizioni esplodessero, lo Stato romano parcellizzava il terreno in parti uguali e assegnava il singolo lotto, confinante con gli altri, al soldato in congedo. Ma si trattava di palliativi rispetto alla gravità del problema. Non si toccarono mai le grandi proprietà già acquisite, se non durante le guerre civili, ma in tal caso per ridistribuirle tra persone già facoltose. Là dove esistono singoli contadini liberi, il motivo, in genere, per cui sono indipendenti sul loro lotto è sempre lo stesso: la terra viene ottenuta in cambio di qualcosa fatto allo Stato o a un altro grande proprietario terriero. Il contadino libero si riconosce dal fatto che, pur non avendo grandi appezzamenti di terra, può assumere, alla bisogna, degli operai salariati.

L’altra possibilità, molto meno frequente, per ottenere della terra in proprietà era quella di ribellarsi. Spesso aiutati dalla borghesia, quando questa ha bisogno di manodopera per le proprie aziende, i servi della gleba si ribellavano ai loro feudatari. Prima delle rivoluzioni borghesi vere e proprie vi furono le tante rivolte contadine, sparse in tutta Europa, incluse la Russia (chi non ricorda quella di Pugačëv?). L’impero bizantino si serviva di contadini liberi per difendere i propri confini e assegnava ad essi delle funzioni militari. Infatti i latifondisti si sentivano nemici dello Stato, come sempre succede, in quanto, a livello locale, vorrebbero spadroneggiare come se fossero dei piccoli sovrani e non hanno molti scrupoli ad associarsi coi nemici del loro stesso sovrano, pur di avere maggiore indipendenza, soprattutto quando il sovrano pretende favori giudicati eccessivi.

È vero, nell’America del nord furono i contadini liberi a dissodare i terreni, ma erano liberi perché fuggiti, per motivi religiosi o economici, dall’Europa. In ogni caso poterono farlo solo dopo essersi resi completamente indipendenti dalla madrepatria e solo dopo aver sterminato migliaia di indiani, che non si piegarono a diventare servi. E dopo averlo fatto, si trovarono a gestire in maniera capitalistica enormi estensioni di terre per le quali avevano assolutamente bisogno di manodopera schiavile. Cioè quegli stessi contadini liberi erano diventati in poco tempo degli agrari borghesi, in grado di acquistare schiavi africani o di pagare salariati agricoli.

Dopo il crollo dell’impero romano d’occidente, a causa delle invasioni barbariche, e a causa del fatto che i grandi proprietari terrieri volevano conservare intatte le loro proprietà, nacquero molti contadini liberi, ma solo perché quei latifondisti erano stati espropriati, se non addirittura trucidati; le terre a disposizione erano diventate ingenti e la manodopera, a causa delle continue guerre, era scarsa. I barbari inoltre non erano interessati a un rapporto schiavile né a vendere derrate alimentari sui mercati, per cui si accontentavano di tributi poco esosi. Il vero, oppressivo, feudalesimo nacque solo coi Franchi, appoggiati dalla Chiesa romana.

Il concetto di “libera proprietà individuale”, connesso a una libertà giuridica in senso proprio, appartiene al mondo borghese, che lo applica anche ai coltivatori agricoli imborghesiti, i quali hanno potuto ottenere la libertà giuridica dopo aver appoggiato le lotte vittoriose della borghesia contro i latifondisti feudali. E quando gli ex-servi della gleba sono potuti diventare liberi, acquisendo un lotto di terra, hanno subito dovuto sottostare alle regole del mercato capitalistico, per cui la loro libertà fu, tutto sommato, abbastanza relativa. Per poter affrontare le esigenze del mercato non era certo sufficiente avere un piccolo lotto su cui praticare l’autoconsumo. Quando dall’Europa borghese iniziarono a emigrare molti contadini nelle colonie oltreoceaniche, erano già tutti piccoli contadini giuridicamente liberi, disposti a trasformarsi in operai salariati. La borghesia non ha mai fatto alcuna redistribuzione equa delle terre confiscate ai nobili o ai monasteri (al massimo le metteva all’asta, al miglior offerente), per cui i piccoli contadini, rovinati dalla concorrenza dei potenti agrari, o diventavano banditi o emigravano, in cerca di lavoro come salariati. Analfabeti com’erano, non avevano altre possibilità.

Ci vorrà la completa astrazione monetaria del capitale, prima di arrivare a dire che la ricchezza può essere del tutto indipendente dalla proprietà terriera. Ma per arrivare a questo ci si dovrà prima illudere che la libertà giuridica sia più importante di qualsiasi possesso fondiario, e che in virtù di essa si può virtualmente possedere qualunque cosa. Insomma, l’analisi storico-economica di Engels spesso non è che una retroproiezione ideologica di una situazione a lui coeva.

La violenza tra nomadismo e stanzialità

Nell’Anti-Dühring Engels si è soffermato molto sul mito di Robinson e di Venerdì (scelto dallo stesso Dühring) per spiegare l’origine della schiavitù. Stranamente non ha utilizzato altri due miti ben più efficaci di quello: Caino e Abele e Romolo e Remo, dove appare molto chiaro che l’origine dei rapporti antagonistici tra le classi risale alla separazione dell’allevamento dall’agricoltura. Gli allevatori, infatti, hanno bisogno di campi aperti per le loro mandrie in continuo movimento. Gli agricoltori invece non possono permettere che i loro terreni vengano attraversati da mandrie del genere, neanche nei periodi invernali. Di qui la necessità di recintarli.

Gli interessi contrapposti erano fondamentalmente quelli che riflettono i rapporti tra nomadismo e stanzialità. È venuto prima l’uno o l’altra? Considerando che l’agricoltura con l’aratro manuale (tirato prima dall’uomo, poi dall’animale) è un’acquisizione relativamente recente, mentre l’addomesticamento degli animali è un’operazione più semplice, la risposta è facile.

La separazione tra agricoltura e allevamento è all’origine delle civiltà conflittuali. Prima di allora le popolazioni vivevano di caccia e pesca, e non vi era né allevamento (se non di piccoli e pochi animali domestici) né agricoltura (di sicuro non quella in cui si creavano dei solchi in file parallele). Non si concepiva neanche l’idea di schiavizzare in massa gli animali perché potessero dare uova, latte, carne, pellicce, forza-lavoro, utensili… L’animale veniva cacciato da selvatico e libero doveva restare. Semmai erano le tribù che si spostavano seguendo le loro periodiche migrazioni.

La stessa agricoltura venne scoperta casualmente dalle donne, mentre si stazionava in un luogo per un certo periodo di tempo, prima di trasferirsi in un altro completamente diverso. Non era quindi un’agricoltura sistematica, fatta con strumenti adeguati. Ciò che si otteneva doveva soltanto integrare le risorse ottenute dalla caccia.

Prima ancora di questo forzato nomadismo, causato dalla povertà di risorse dell’ambiente esterno, uomini e donne vivevano nelle foreste, che garantivano loro cibo a sufficienza, e dove la vita era molto più stanziale che nomade, e dove però non esisteva alcuna forma di agricoltura. Sia questa che l’allevamento sono stati la conseguenza della fuoriuscita dalle foreste, dove la vita era relativamente tranquilla. I problemi legati alla sopravvivenza sono emersi a contatto con l’arida savana, con le steppe, le tundre, e soprattutto con le zone semidesertiche e acquitrinose, prive di fertilità naturale e di stabilità, in quanto periodicamente sconvolte dalle esondazioni dei grandi fiumi, che poi, ad un certo momento, si ritiravano nei loro alvei originari, lasciando dei giganteschi stagni attorno alle loro rive. Tutte le civiltà schiavistiche del passato sorgono in prossimità di questi fiumi, le cui acque andavano canalizzate, altrimenti la vita era impossibile, anche perché quegli acquitrini melmosi erano infestati da una miriade di insetti, che procuravano malattie d’ogni tipo.

Non ha senso usare il mito di Robinson (che proviene dal moderno mondo inglese) e di Venerdì (che proviene sì dal mondo primitivo, ma in maniera caricaturale) per spiegare l’origine dello schiavismo. Prima di quel mito è già passato un periodo lunghissimo, che non si riesce neppure a calcolare.

Ma a parte questo, il vero problema, nell’analisi engelsiana, è che si dissocia nettamente la nascita dello schiavismo dalla violenza fisica, che invece gli è connaturata. Engels non vede mai (almeno non in questo libro) la violenza come forma strutturale delle società antagonistiche né come coercizione extraeconomica dei rapporti produttivi. Marx aveva detto nel Capitale che la violenza “è la levatrice di ogni vecchia società, gravida di una società nuova. È essa stessa una potenza economica”. Engels invece è un determinista: vuol far vedere che i processi storici sono avvenuti come se fossero stati mossi da cause naturali, nel senso che gli aspetti sociali hanno, in ultima istanza, delle motivazioni che potrebbero essere spiegate anche dalle scienze della materia. Non si rende conto che se la sua analisi fosse giusta, nessuna rivoluzione politica sarebbe necessaria, in quanto le transizioni da una formazione sociale a un’altra (inclusa quella al socialismo) dovrebbero avvenire in maniera quasi automatica o comunque del tutto indolore. Dal suo punto di vista una rivoluzione sarebbe addirittura una cosa inutile, una sorta di perdita di tempo contro l’evidenza dei fatti. L’oppressore di turno (schiavista, feudatario o capitalista) dovrebbe infatti limitarsi a prendere atto che il suo ruolo storico è giunto al termine e che deve lasciarsi sostituire da nuove forze sociali. Cosa che però, spontaneamente, non è mai avvenuta in alcun momento della storia. La violenza è intrinseca al regime antagonistico tanto quanto al suo superamento: in questo secondo caso è sufficiente dire che il suo uso non può essere né cieco né illimitato, ma conforme agli scopi rivoluzionari.1

Il fatto che Engels dica che la borghesia ha vinto la nobiltà prima sul piano economico, in maniera pacifica, poi su quello politico, “in maniera spontanea o mediante la lotta”, non sta affatto a significare che la borghesia non sia una classe “violenta”; e tanto meno può stare a significare che il socialismo possa nascere tranquillamente in seno al capitalismo. In una società violenta come quella feudale, ove il potere politico, economico e militare era tutto concentrato nelle mani della nobiltà, e dove la Chiesa doveva inventarsi degli obiettivi etici per tenere a freno i vassalli (come p.es. quello di proteggere i deboli, le vedove e gli orfani), è evidente che non può nascere una classe sociale, come quella dedita ai traffici commerciali, intenzionata ad usare immediatamente la violenza. Per potersi affermare occorre molta astuzia, lungimiranza, perspicacia, diplomazia… È tuttavia sintomatico che un regime corrotto come quello feudale, impostato sulla proprietà privata dei nobili, non abbia potuto impedire la nascita di una classe sociale che sarebbe riuscita ad affermarsi grazie soprattutto alla frode, all’inganno, alla speculazione, allo sfruttamento del lavoro altrui. E su tali “qualità” commerciali e imprenditoriali (se così possono essere definite), oltre che sul rischio dei traffici nelle lunghe distanze, era basato il “lavoro personale” della borghesia.

La borghesia è “violenta” nel momento stesso in cui fa business, solo che non lo è con la spada in mano, come lo erano i nobili, abituati a ragionare in termini di razza e sangue, di diritti ereditari e di privilegi acquisiti. Semmai la borghesia usa la “spada” in un secondo momento, quando i contratti firmati e controfirmati non sono ritenuti sufficienti per il proprio desiderio di accumulare capitali. Ma che essa fosse “violenta” anche sul piano politico, sin dal suo porsi come classe istituzionale, lo attestano i secoli in cui in Italia si sono formati e sviluppati i Comuni, le Signorie e i Principati. Ogni fase storica seguiva la precedente allo scopo precipuo d’impedire che la violenza politica distruggesse quel che si era costruito.

Le città degli Stati regionali erano in netto antagonismo con le campagne dei nobili e dei contadini, nei confronti dei quali assumevano sempre un atteggiamento egemonico; ed erano anche in perenne conflitto tra loro, al punto che ciò sarà motivo di profonda debolezza al cospetto di due nazioni, Francia e Spagna, che si contenderanno l’occupazione della penisola o la sua spartizione.

La borghesia riuscì a staccarsi progressivamente, con la nascita dei Comuni, dal dominio del ceto aristocratico (laico e religioso), proprio perché questo ceto, profondamente corrotto, non aveva titoli morali per impedirlo. Ma riuscì a farlo non perché voleva creare un’alternativa alla corruzione: semplicemente perché voleva esercitarla in altre forme e modi, che solo in apparenza sembravano essere più democratici, in forza degli Statuti comunali sottoscritti dalle persone associate, nonché dei parlamenti urbani e della regolamentazione dei commerci attraverso le corporazioni.

La nascita della borghesia non trovò alcun ostacolo da parte della Chiesa romana, se non quando quest’ultima, una volta scoppiata la Riforma luterana, temette di perdere il proprio potere politico. Il papato anzi si servì della borghesia per contrastare, e non senza successo, le pretese degli imperatori sul suolo italico. E la borghesia, pur essendo fondamentalmente miscredente, fu ben contenta di appoggiare finanziariamente le battaglie del papato, al fine di ottenere una sempre maggiore autonomia commerciale e imprenditoriale nei contesti urbani, gestiti sin dall’alto Medioevo dalle amministrazioni diocesane.

È quindi lecito pensare che in una società violenta come quella feudale (in cui si moriva persino facendo un semplice torneo) potesse nascere una classe mercantile in maniera pacifica, capace di far leva sulla corruzione dei poteri dominanti, al fine di ottenere ampi margini di manovra sui propri traffici commerciali. Ma è assurdo pensare che la borghesia non usasse alcuna forma di violenza per svilupparsi. Sarebbe bastato, da parte di Engels, fare un semplice riferimento ai 300 anni di crociate condotte dalla borghesia in Medioriente contro arabi e bizantini, e agli altri 200 in cui si sono fatte guerre sanguinose nel Mare del Nord e nei Paesi centroeuropei contro gli Slavi. Mezzo millennio di efferate violenze prima ancora di iniziare il moderno colonialismo.

La borghesia italiana aveva fatto l’accumulazione primitiva con la violenza delle crociate, oltre che coi traffici commerciali pacifici: ecco perché non fu interessata a compiere i rischiosi viaggi oltreoceano, risparmiandosi così di avere sulla coscienza delitti ancora più efferati e di raggio ben più vasto. Il fatto che poi non ebbe la forza militare sufficiente per opporsi alla violenza della borghesia francese e, ancor meno, a quella della nobiltà spagnola, arricchitasi improvvisamente grazie alla conquista americana, dipese esclusivamente dalle sue divisioni interne, le quali, purtroppo, riuscirono a impedire l’unificazione nazionale; certamente non dipese dal minor sviluppo economico della borghesia italiana rispetto a quella straniera né da un minor tasso di violenza.

Tutto questo per dire che è impossibile che un sistema democratico come quello socialistico, basato sulla socializzazione dei mezzi produttivi, possa nascere tranquillamente in un sistema violento come quello capitalistico. Si può proporre pacificamente finché si vuole una transizione al socialismo (come fecero per molto tempo i socialisti utopistici), ma non ci si può far trovare disarmati se la proposta viene rifiutata. Un proletariato che non sapesse usare a dovere il principio della legittima difesa per far valere i propri interessi, non sarebbe in grado di gestire alcun potere. Si deve essere contemporaneamente “semplici come colombe e astuti come serpenti”, non si può essere o l’uno o l’altro, se si vuole rivoluzionare il sistema.

Sostenere che la borghesia sia nata senza l’uso della violenza è come dire che in una società di corrotti, come quella feudale, non si aveva bisogno di dimostrarlo per esserlo. In quella società solo i contadini si salvavano, eticamente parlando, e non a caso furono i protagonisti, insieme a molti intellettuali e alla piccola-borghesia, dei movimenti pauperistici ereticali, i quali, a partire dal Mille, volevano opporsi a ogni forma di violenza e di corruzione, fossero esercitate dalla Chiesa, dai nobili o dalla stessa borghesia. Tutti questi movimenti furono duramente repressi: lo furono con la violenza militare dei nobili e con l’appoggio finanziario da parte della borghesia, in nome dell’ideologia religiosa dominante.

La differenza tra questi movimenti pauperistici di origine contadina e quelli egualitari di origine operaio-socialista si porrà, nel migliore dei casi, su due piani: 1) la convinzione che le forze sociali e politiche al potere non hanno alcuna possibilità di autoriformarsi; 2) la decisione di adottare una strategia politico-militare che porti all’abbattimento del sistema. Ma bisogna dire che, sul piano storico, una consapevolezza “proletaria” del genere non la si è quasi mai vista in Europa occidentale.

In ogni caso l’idea che aveva Engels di considerare superato economicamente il sistema feudale solo perché quello borghese è più produttivo, è troppo semplicistica per essere vera. Se al feudalesimo togliessimo il servaggio e il clericalismo dovremmo ricrederci. Un sistema sociale non può essere considerato “superiore” a un altro solo perché lo è sul piano economico-produttivo. L’aumento del benessere materiale, la possibilità di acquistare più merci semplicemente perché col macchinismo se ne possono produrre di più, sono tutti indici quantitativi che non dicono nulla sulla effettiva qualità della vita. Che la borghesia avesse tutti i diritti di surclassare la classe feudale è cosa che va dimostrata, in quanto ogni sistema sociale andrebbe giudicato in sé e non in rapporto a ciò che l’ha rimpiazzato. Il “dopo” non è sempre migliore del “prima”. Per Engels invece sì, come è vero che nella violenza ha la meglio chi ha lo “strumento” più perfetto, e quindi, inevitabilmente, chi viene “dopo”. Come se le vittorie militari dipendessero anzitutto dai mezzi a disposizione!2

I contadini han fatto molte battaglie contro la nobiltà, anche con l’aiuto della borghesia. Ebbene, nulla lascia pensare che sarebbe stata fallimentare un’espropriazione delle terre feudali per la costruzione di un socialismo agrario, senza dover sottostare alle angherie del capitale. Per Engels invece un socialismo agrario non sarebbe stato in grado di emanciparsi neppure dalle “condizioni meteorologiche”!

Non era scritto da nessuna parte che il superamento del feudalesimo avrebbe potuto essere fatto solo dal capitalismo. La rivoluzione tecnico-scientifica e quella industriale non sono elementi imprescindibili di una transizione al socialismo. Anche perché non sono stati questi elementi che hanno risolto il problema della corruzione presente nel feudalesimo. La transizione dal feudalesimo al capitalismo non è stata altro che la trasformazione della corruzione in altre forme e modi. Per gli uomini non è obbligatorio dover sperimentare tutte le forme di corruzione, di estraneazione, di alienazione prima di trovare la strada della vera democrazia sociale.

In ogni caso è assurdo pensare che la possibilità d’essere se stessi, umani e naturali, debba essere considerata una speciale prerogativa della classe proletaria, sorta dalla grande industria, dalla cui emancipazione dipenderà la liberazione dell’intera società. Come se le classi sociali di tutti gli altri sistemi antagonistici fossero state destinate da una qualche entità metafisica a vivere il loro tempo in funzione di un futuro che non avrebbero potuto conoscere! Questa visione deterministica della storia sembra avere un retaggio di tipo mistico. Se per Engels tutti i sistemi antagonistici non sono materialmente governabili, in quanto producono inevitabilmente ciò che li nega, non si capisce perché si debba considerare come “necessario” il passaggio dal comunismo primitivo allo schiavismo. Davvero il socialismo scientifico teorizzato dai classici del marxismo ha tutti i titoli per essere considerato il miglior socialismo della storia?

Note

1 Si potrebbe addirittura sostenere che l’economia, in sé e per sé, non determina quasi nulla, in ultima istanza, poiché in essa non vi è un’“intelligenza delle cose”, ma una sorta di “abitudine inconscia”, il cui significato può essere dato solo da un’interpretazione del contesto sociale in cui essa si manifesta. Semmai le contraddizioni sociali, giunte al massimo grado di esasperazione, possono essere usate come occasione per realizzare una transizione politica, la quale però va preparata in maniera tattica e strategica, in quanto dall’economia in sé non emerge, automaticamente, alcuna vera capacità organizzativa da parte dei soggetti che più subiscono quelle contraddizioni.

2 Engels rifiutava il modo collettivistico di combattere che avevano i russi e preferiva quello individualistico degli eserciti occidentali, in cui si tendeva a fare del singolo soldato una monade autosufficiente, proprio in forza dell’equipaggiamento di cui poteva beneficiare.

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Autore: Mikos Tarsis

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