Rosa e la questione nazionale

Quando nel 1893 fondò, insieme
ad altri tre compagni (tra cui Leo Jogiches), il partito
socialdemocratico del regno di Polonia, Rosa lo fece in opposizione
al partito socialista polacco, che rivendicava l’indipendenza della
Polonia. Fu un errore, anche se effettivamente il PPS era
socialpatriottico, non aspirando affatto a cercare un’intesa tra il
proletariato russo e quello polacco. Il suo dirigente era quello
stesso Józef Piłsudski che diventerà poi un dittatore semifascista
della Polonia.1

Fu un errore perché non aveva
senso negare l’indipendenza vera e propria. Rosa sosteneva che il
diritto all’autodeterminazione nazionale era astratto, utopistico e
piccolo-borghese. Utopistico perché dal punto di vista
economico la ricchezza della Polonia dipendeva per buona parte
proprio dai mercati russi, ove poteva vendere le proprie merci
industriali; inoltre perché, in presenza dell’imperialismo,
l’indipendenza di una nazione insignificante come la Polonia non
sarebbe servita a nulla. Piccolo-borghese perché
l’indipendenza politica avrebbe soltanto favorito il nazionalismo
borghese. (Un’indipendenza del genere si poteva capire solo per i
popoli balcanici oppressi dal feudale impero ottomano, il cui destino
a favore della frammentazione era segnato.) Astratto perché
secondo lei non esiste una nazione come un tutto uniforme e omogeneo:
ogni classe in essa presente ha interessi opposti.

Rosa
non aveva alcuna considerazione per l’indipendenza nazionale. Lo dice
anche in riferimento all’indipendenza rivendicata e ottenuta dalla
Norvegia contro la Svezia, giudicata “una semplice manifestazione
del particolarismo contadino e piccolo-borghese”. Lei si sentiva
un’internazionalista al 100%, sulla scia del Manifesto di Marx
ed Engels, e denunciava questa mancanza di sensibilità negli altri
partiti socialisti. Nell’era dell’imperialismo riteneva un assurdo le
guerre di nazioni contro altre nazioni. Al massimo accettava l’idea
che un Paese precapitalistico si liberasse dal giogo colonialistico
per diventare un Paese socialista, in grado di utilizzare la
tecnologia occidentale. Non si rendeva conto che per infondere idee
internazionaliste negli operai e nei contadini era prima necessaria
una rivoluzione socialista a livello nazionale. Almeno una
rivoluzione ci voleva, che valesse, se non come modello, quanto meno
come esempio che la possibilità di una transizione era fattibile.

La
stessa II Internazionale era piuttosto vaga in merito
all’autodeterminazione dei popoli, anche perché gestita in
prevalenza dai socialdemocratici di una nazione, la Germania, che
proprio in quel periodo rivendicava uno “spazio vitale” tra le
grandi potenze industriali del mondo (nei primi decenni del Novecento
aveva già superato in molti settori la Francia e il Regno Unito). In
effetti è più facile essere internazionalisti quando l’egemonia
imperialistica del capitale non rende più possibile (non solo nelle
colonie ma neppure nei Paesi occidentali più arretrati) un
significativo sviluppo autonomo, in senso nazionale, in direzione del
capitalismo. Quando si arriva a una situazione del genere, le masse
oppresse delle diverse nazioni possono pensare di allearsi per
rivendicare un’alternativa di tipo socialista. Ma non è possibile
pensare che una rivoluzione socialista nazionale possa avvenire solo
grazie all’aiuto di elementi esterni alla nazione. Gli elementi
esterni possono risultare utili e intervenire legittimamente per
difendere una rivoluzione in atto, solo quando vi sono altri elementi
esterni che invece vorrebbero soffocarla (come accadde p.es. in
Spagna, poco tempo prima dello scoppio della II guerra mondiale).

L’internazionalismo
deve servire per proteggere i tentativi insurrezionali a livello
nazionale, non per imporre un modello di comportamento. Bisogna
lasciare che i popoli decidano in autonomia la strada che devono
intraprendere per realizzare la democrazia. Non possono essere
influenzati esternamente. Chi non accetta un’idea del genere, non ha
fiducia nelle risorse combattive del proprio paese, cioè
nell’intelligenza e nella volontà delle masse oppresse, che vogliono
liberarsi della loro schiavitù salariata.

Ai
socialisti l’internazionalismo dovrebbe servire soltanto per far
capire che nella lotta contro il capitale o in caso di guerra tra
nazioni, loro cercheranno di allearsi col proletariato di tutto il
mondo. Non può servire per esportare con la forza le idee del
socialismo o per imporre modelli di comportamento precostituiti. Ogni
popolo va lasciato libero di cercare da solo i mezzi e i modi con cui
emanciparsi dallo sfruttamento. L’internazionalismo serve per
contrastare l’idea borghese di “nazionalismo”, con cui ogni
nazione vuole affermarsi a spese delle altre.

Il
nazionalismo è una delle ideologie preferite dalla borghesia, poiché
con essa riesce a convincere facilmente un proletariato poco
cosciente di sé che bisogna stare tutti uniti quando è in gioco il
destino del Paese in cui si vive. Nei momenti cruciali bisogna stare
tutti uniti – viene demagogicamente detto –, soprassedendo alle
differenze che dividono le classi sociali, anche perché, se quel
momento verrà superato positivamente – si aggiunge, sapendo di
mentire –, tutte le classi sociali avranno da guadagnarci. Il
nazionalismo viene usato come valvola di sfogo nei casi in cui le
contraddizioni del capitale (interne a una nazione, le cui cause
possono essere anche esterne) sono piuttosto esplosive.

Tale
nefasta ideologia esiste ancora oggi, benché non possa più far leva
sui concetti di razza e di sangue, e nemmeno su quelli di lingua e
religione. In tanti secoli di nazionalismo borghese i popoli delle
nazioni che l’hanno subìto si sono mescolati coi popoli delle
nazioni che l’hanno imposto. Oggi le nazioni capitalistiche tendono
ad essere pluriconfessionali, plurilinguistiche, multietniche, benché
la classe dominante si sforzi di conservare una certa egemonia
culturale e/o ideologica.

*

Rosa comincia a essere a favore
dell’autodeterminazione dei popoli nel corso della guerra mondiale,
mentre in prigione scriveva la Brossura Junius.2
Pensava che con questo principio ci si sarebbe potuti opporre meglio
all’imperialismo militaristico. In ogni caso restava convinta che
fino a quando l’imperialismo capitalistico fosse rimasto in piedi,
una qualunque indipendenza nazionale di un Paese di minore importanza
come la Polonia sarebbe stata quanto mai precaria. Secondo lei,
perché l’autodeterminazione dei popoli avesse un senso reale,
occorreva realizzare, preliminarmente, un socialismo democratico a
livello mondiale. Anzi, era addirittura convinta che in presenza
dell’imperialismo, l’idea di “nazionalismo indipendente” avrebbe
soltanto favorito lo sviluppo del capitalismo nell’ambito delle
colonie, in quanto le cosiddette “nazioni minori” vanno
considerate soltanto delle pedine del capitalismo mondiale.

Il suo era un discorso astratto,
estremistico, che si ritrova in pieno anche nel testo intitolato La
rivoluzione russa
, del 1918. Qui paragona il diritto
all’autodeterminazione al “disarmo universale” o alla “Società
delle nazioni”, mere mistificazioni piccolo-borghesi. Anzi, secondo
lei l’idea bolscevica di garantire l’autonomia alla Polonia, alla
Finlandia, alla Lituania, all’Ucraina e al Caucaso, non avrebbe fatto
altro che favorire le rispettive borghesie nazionali di quei
territori, le quali si sarebbero poi opposte alla stessa rivoluzione
d’Ottobre.

A dir il vero i bolscevichi
cercarono di difendere l’integrità dello Stato russo dall’attacco
dei polacchi contro di loro. L’Armata Rossa cercò nel 1920 di
arrivare a Varsavia, ma fu duramente sconfitta sulla Vistola
dall’esercito polacco, aiutato dall’Intesa. L’esportazione bolscevica
della rivoluzione aveva favorito proprio il riemergere del
nazionalismo anti-russo in Polonia, rafforzando il regime autoritario
di Piłsudski.

Rosa non era contraria al libero
sviluppo culturale di una nazione, però restava stranamente
contraria alla sua indipendenza politica, poiché temeva che con ciò
sarebbe venuta meno l’alleanza del proletariato tra nazioni
differenti. Voleva che il proletariato di tutto il mondo fosse
“forzato” a cercare un’intesa trasversale alle nazioni, proprio
per impedire che le nazioni più oppresse ottenessero l’indipendenza
politica. Infatti secondo lei con questa indipendenza la borghesia
interna avrebbe sicuramente dominato il proprio proletariato. I
movimenti di liberazione nazionale li vedeva solo come un’espressione
politica della borghesia e non come un modo di liberarsi
dall’oppressione mondiale del capitalismo. Era un modo curioso di
vedere le cose. La stessa rivoluzione russa per lei era stata fatta
sostanzialmente dagli operai, senza un concorso fattivo da parte dei
contadini e delle nazionalità oppresse dallo zarismo o dall’egemonia
dei “Grandi Russi”.

Oggi si dà per scontato il fatto che i popoli abbiano pieno diritto a sentirsi indipendenti nella loro identità nazionale (che riguarda usi, costumi, linguaggi, concezioni etiche della vita). E, all’interno di queste popolazioni autonome vi è la questione della “giustizia sociale” tra le classi, che non può essere vincolata all’idea di “nazionalismo” e che va affrontata in autonomia, senza interferenza da parte di altre nazioni (cosa che però nell’ambito del capitalismo non avviene mai, in quanto le borghesie di tutte le nazioni del mondo hanno il terrore che una rivoluzione proletaria compiuta in una di esse possa propagarsi nelle altre).

Note

1
Nel novembre 1918, sconfitti gli Imperi Centrali, Piłsudski
rovesciò il Consiglio di Reggenza da essi istituito per governare
la Polonia e assunse la guida della nuova Repubblica Polacca. Con il
Trattato di Versailles (1919) la Polonia ottenne il riconoscimento
dell’indipendenza e inoltre l’acquisto della Galizia, della Posnania
e di uno sbocco al mare (il Corridoio Polacco) con il porto di
Gdynia. Nominato capo dello Stato (1919), Piłsudski cercò di
costituire una federazione con lituani, ruteni e ucraini, con cui,
approfittando della debolezza russa in seguito alla rivoluzione
bolscevica, invase l’Ucraina. L’idea era quella di portare le
frontiere della Polonia sino a Kiev e al Mar Nero, ma non vi riuscì
a causa della controffensiva dell’Armata Rossa, che lo costrinse a
un Trattato di pace, firmato a Riga il 18 marzo 1921.

2
A proposito di questo opuscolo, Lenin, che lo esamina in un testo
specifico, afferma che, per quanto sia “un eccellente scritto
marxista”, “non offre nulla di nuovo in materia di princìpi”,
in quanto non riesce a collegare il tradimento del kautskismo con
l’opportunismo di tutta la II Internazionale. Di conseguenza non fa
capire chiaramente né l’esigenza di creare una nuova Internazionale
né la necessità di spingere le contraddizioni create dalla guerra
mondiale sino allo scoppio di una guerra civile nazionale contro le
rispettive borghesie. (Cfr vol. XXII delle Opere complete di
Lenin, Editori Riuniti, Roma 1969). I due testi, di Rosa e di Lenin,
meriterebbero d’essere pubblicati in un volume a parte.


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