Lenin antipopulista

Uno dei primissimi testi di Lenin, A proposito della cosiddetta questione dei mercati, riguarda una critica rivolta alla relazione di G. B. Krasin, La questione dei mercati. Lo scrisse a San Pietroburgo nel 1893 ed è tutto contro i populisti. Lo troviamo incluso nel vol. I delle Opere complete pubblicate da Editori Riuniti (Roma 1955).

Egli appare come un marxista ortodosso e ripete alcuni luoghi comuni del Capitale di Marx, che abbiamo già commentato in testi specifici dedicati appunto al fondatore del socialismo scientifico. Qui ovviamente non ci interessa minimamente prendere le difese delle posizioni populistiche, oggettivamente errate sulla questione dell’analisi del capitalismo. Ci limiteremo a fissare alcuni punti controversi della critica leniniana.

Vediamo questa prima affermazione: “la prima trasformazione [dell’economia naturale dei produttori diretti in economia mercantile] si compie in virtù del fatto che compare la divisione sociale del lavoro, la specializzazione dei produttori isolati, singoli, i quali sono occupati in una sola branca dell’industria” (p. 87).

In realtà l’economia mercantile nasce quando un soggetto dell’economia naturale si reca all’estero, ove trova degli oggetti che non si producono nel suo luogo d’origine, per cui decide di acquistarli per rivenderli a prezzi molto più alti. Questa figura borghese1 cerca presso le corti signorili gli acquirenti più facoltosi, i ceti aristocratici, laici ed ecclesiastici. Il borghese deve indurre l’aristocratico ad acquistare tali merci esotiche, facendolo sentire un privilegiato, oggetto d’invidia da parte dei colleghi del suo ceto sociale.

La specializzazione del lavoro subentra in un un secondo momento, quando si rubano i segreti del mestiere e si è in grado di riprodurre quegli stessi oggetti esotici, quando cioè si ha la possibilità di allargare autonomamente il mercato, vendendo quelle merci a costi inferiori, più accessibili alla popolazione di medio livello, che dispone di monete, se non di oro e d’argento, almeno di bronzo e di rame. Ed è solo a questo punto ch’entrano in gioco i rappresentanti della religione cristiana, i veri fondatori del passaggio del capitalismo da commerciale a manifatturiero e industriale.

Nell’economia naturale non esistono produttori diretti individuali (ecco un limite dell’analisi marxiana che Lenin riprende acriticamente). Soltanto quando si produce per un mercato nasce la divisione del lavoro e quindi la possibilità che un produttore (p.es. un fabbro, un ceramista…) sia una persona isolata. È dunque l’economia mercantile, quella relativa al commercio sulle lunghe distanze, che favorisce la specializzazione del lavoro, la quale, a sua volta, favorisce l’ampliamento del mercato interno, e questo, retroattivamente, renderà il lavoro sempre più perfezionato.

Il problema semmai è un altro: per quale motivo la trasformazione dell’economia mercantile in capitalistica è avvenuta anzitutto in Europa occidentale e non là dove i fattori dell’economia mercantile erano molto più sviluppati (come p.es. nel mondo bizantino o islamico o in Asia)? Per quale motivo il capitalismo vero e proprio non poteva nascere dalla cultura ebraica, che pur era autorizzata a praticare l’usura e ogni sorta d’inganno commerciale nei confronti dei cristiani? Qui entrano in gioco le motivazioni culturali, che Lenin però non prende in esame, né l’aveva fatto Marx, se non in misura ridottissima e comunque considerando sempre la religione una mera sovrastruttura dell’economia.

Scrive Lenin: “La seconda trasformazione [dall’economia mercantile al capitalismo] si compie in virtù del fatto che i singoli produttori, producendo merci per il mercato ciascuno separatamente dall’altro, entrano in un rapporto di concorrenza: ciascuno cerca di vendere al prezzo più alto, di acquistare al prezzo più basso, e il risultato necessario è il rafforzamento del forte2 e la caduta del debole, l’arricchimento di una minoranza e la rovina della massa, che conduce alla trasformazione dei produttori indipendenti in operai salariati e dei numerosi piccoli stabilimenti in poche grandi aziende” (p. 87).

Senonché questo modo di presentare il passaggio dall’economia mercantile (meramente commerciale) al capitalismo industriale presuppone già uno stile di vita nettamente individualistico, una cultura di tipo occidentale (europea), che non può trovarsi là dove lo Stato (o un’istituzione sovrana) vuole controllare l’economia e quindi la stessa classe borghese (come appunto avveniva nel mondo bizantino, slavo, arabo, indo-buddista, mesoamericano, egizio, mesopotamico…). La concorrenza spietata tra produttori diretti fa già parte del mondo greco-romano, che è individualistico per eccellenza, in quanto le istituzioni si pongono al servizio di interessi privati (dei proprietari di schiavi).

Semmai Lenin avrebbe dovuto spiegare il motivo per cui il capitalismo, con tutte le sue macchine, non sia nato in epoca greco-romana, ma solo dopo la crisi del feudalesimo, e precisamente nei primi Comuni italiani. Anche qui però la risposta è culturale, non economica.

Non ci può essere capitalismo in presenza di schiavismo fisico della persona. Lo schiavismo che si realizzò nel continente americano, in forza del colonialismo, dipese esclusivamente dal fatto che in Europa occidentale esisteva già un capitalismo basato sul lavoro salariato di soggetti giuridicamente liberi, un capitalismo (europeo e nordamericano) che non si faceva scrupolo ad acquistare dagli schiavisti alcune merci che in patria non poteva produrre (o non poteva farlo allo stesso prezzo).

Per realizzare il capitalismo avanzato, basato sul macchinismo, occorrono contratti firmati da salariati giuridicamente liberi. Questa schiavitù salariata è un prodotto di un certo modo “borghese” di vivere il cristianesimo. Il capitalismo è vincolato a una forma di ipocrisia sconosciuta nelle epoche precedenti, caratterizzate dall’antagonismo sociale (quelle della schiavitù fisica o della dipendenza personale). Nel capitalismo il cristiano vede il cristiano (non solo l’ebreo, l’islamico, il pagano ecc.) come un soggetto che si può legalmente sfruttare o raggirare, senza ricadere nei limiti (oggettivi e soggettivi) del mondo greco-romano o feudale. Questa cosa inizia in area cattolico-romana (l’Italia comunale) e si sviluppa enormemente in quella protestantica, soprattutto calvinistica.

Quando Lenin scrive, sulla scia di Marx, che “il concetto di mercato è del tutto inscindibile dal concetto di divisione sociale del lavoro” (p. 94), non si rende ben conto che superare il capitalismo significa creare un tipo di società in cui non può esistere né il mercato (la compravendita delle merci) né la divisione del lavoro (meramente individuale o salariato che sia). Il che, in altre parole, vuol dire tornare all’economia naturale del comunismo primitivo, un sistema sociale fondato sull’autoconsumo e sul baratto delle eccedenze, in cui lo sviluppo della tecnologia non minacciava la creatività umana (quella che permette di produrre oggetti unici e non in serie), né comprometteva l’esigenza riproduttiva della natura. Pensare di creare un socialismo in cui la fatica del lavoro viene svolta interamente dalle macchine, in cui le ore dedicate al lavoro dalla manodopera si riducono a un nulla, in cui il livello del benessere materiale è così alto che ognuno può dedicarsi liberamente a tutti gli interessi che vuole, è pura fantascienza, almeno su questo pianeta.

L’errore di Marx, che il giovane Lenin non riesce a individuare, è che in economia non esistono processi spontanei privi di ragione. Lenin volle mettere in corsivo la seguente frase di Marx, tratta dal vol. I del Capitale: “Un particolare atto lavorativo che ancora ieri era una funzione tra le molte funzioni di un medesimo produttore di merci, oggi forse si strappa via da questo nesso, si fa indipendente, e proprio per questo manda al mercato il proprio prodotto parziale come merce autonoma”. Cose del genere, in realtà, non hanno alcun carattere di “spontaneità”, proprio perché presumono “scelte culturali”, cioè implicano valori di vita opposti a quelli tradizionali. Quando i marxisti parlano di “economia naturale” spesso intendono qualcosa che coesiste con le civiltà schiavistiche o feudali.

Il passaggio da un’economia naturale a una mercantile, in cui si producono merci a titolo individuale, per poterle vendere liberamente sul mercato, è un passaggio traumatico, non istintivo, tant’è che l’economia mercantile è tipica dei regimi schiavistici, anche se non ogni economia mercantile si è trasformata in capitalismo. La trasformazione infatti implica un’altra scelta culturale.

La nascita e soprattutto lo sviluppo della tecnologia implica un processo valoriale (assiologico) ben preciso. Lo sviluppo abnorme, incessante della tecnologia, così come è avvenuto in occidente, presupponeva la presenza di una cultura individualistica, strettamente connessa al cristianesimo, soprattutto nella sua variante calvinistica. Non solo, ma l’accettazione di tale sviluppo nei territori del pianeta in cui prevaleva l’economia naturale o lo schiavismo statale o una sorta di servaggio statale, è stata una forzatura sotto tutti i punti di vista. Il capitalismo è stato un prodotto d’importazione in tutti i paesi del mondo, esclusi ovviamente quelli euroccidentali.

Là dove non è stato imposto col colonialismo e l’imperialismo, il capitalismo è stato accettato condividendo le idee del socialismo scientifico, nell’illusione che con tale ideologia collettivistica si sarebbero potute evitare le tragedie sociali della borghesia, nonché le devastazioni ambientali causate dalla tecnologia industriale gestita privatamente. Non sono pochi i territori del mondo in cui lo sviluppo del capitalismo passa attraverso l’ideologia socialista, nella convinzione, dimostrata infondata, di poter salvaguardare la cultura collettivistica acquisita da tradizioni ancestrali.

Non è affatto da escludere che il capitalismo individualistico dell’occidente venga prima o poi superato da una sorta di capitalismo collettivistico o dal socialismo mercantile del continente asiatico o africano o sudamericano. Ma anche quando ciò avverrà, l’obiettivo del socialismo democratico, inteso come ritorno al comunismo primordiale, non sarà minimamente realizzato. Anzi, probabilmente in nome del socialismo mercantile lo sfruttamento del lavoro altrui sarà di molto superiore a quello verificatosi sotto il capitalismo privato, proprio perché vi sarà una coercizione delle menti, dovuta alla presenza dell’ideologia socialista.

Tale coercizione extra-economica è già stata molto presente nel socialismo statale di marca stalinistica (industrializzato) e di marca maoistica (ruralizzato), ma in quei tipi di socialismo non si era sviluppata la ricchezza dovuta al mercato, all’industria leggera, al commercio estero, all’intraprendenza privata, alla diffusione dei capitali… Ci voleva qualcosa di più raffinato: ecco perché in Russia si è imposto un capitalismo statale e in Cina un socialismo mercantile (la differenza sta nel fatto che la Russia non usa più una ideologia che si ricollega esplicitamente al marxismo-leninismo).

In Russia non si è sviluppato il socialismo mercantile alla cinese, perché nella sua parte europea le influenze provenienti dall’Europa occidentale sono sempre state piuttosto forti. La Russia europea è fondamentalmente individualistica, anche se deve tener conto della cultura e dei valori collettivistici provenienti dalla propria area asiatica. In Cina invece l’individualismo è sempre stato molto debole; anzi, essendo stato associato al colonialismo occidentale, lo si è combattuto con molta decisione. Solo quando si è visto che il socialismo statale produceva miseria e oppressione, si è passati, finito il maoismo, a sviluppare il capitalismo, conservando però, a livello istituzionale, la medesima ideologia socialista e il medesimo potere autoritario del partito unico.

Lenin ha praticamente condiviso la tesi marxiana secondo cui da un’economia mercantile, composta di produttori isolati, si può passare spontaneamente a una società capitalistica, in forza della divisione del lavoro e dello sviluppo della tecnologia borghese. In tale società la produzione viene “socializzata” nell’ambito delle aziende, il cui processo produttivo è infinitamente più efficiente di quello del produttore isolato. Ma, come Marx, non è arrivato a capire che nell’ambito di un socialismo autogestito la tecnologia ha un ruolo molto secondario, proprio perché il mercato è relativo allo scambio delle eccedenze e il valore d’uso di un qualunque prodotto comunitario prevale nettamente sul suo valore di scambio.

Il giovane Lenin si preoccupava di dimostrare, contro i populisti, che lo sviluppo del capitalismo in Russia (dopo la fine del servaggio) non sarebbe stato minimamente impedito dalla presenza dell’economia naturale, né dall’impoverimento dei contadini, proprio perché la tecnologia e i mercati avrebbero assicurato un benessere di molto superiore, pur trasformando tanti contadini in operai salariati. Per lui il problema consisteva soltanto nell’utilizzare la medesima tecnologia borghese dal punto di vista della socializzazione della proprietà. Considerava ingenui i populisti, quando questi pensavano d’impedire la penetrazione del capitalismo nelle campagne in virtù dell’obščina, ma anche la sua posizione era ingenua, in quanto lo sviluppo della tecnologia, avvenuto in Europa occidentale, era legato a una cultura specifica, che la Russia, essendo un Paese prevalentemente ortodosso, non conosceva in tutta la sua pienezza, quella individualistica del protestantesimo.

La Russia europea ha iniziato a vedere l’occidente europeo come un modello da imitare sin da quando fu costruita San Pietroburgo, ma ha da sempre dovuto tener conto di un’anima slavofila, di tipo collettivistico, che la frenava sulla strada del capitalismo privato di tipo occidentale.

Lenin aveva mille volte ragione, contro i populisti, quando diceva che l’impoverimento del popolo non solo non avrebbe impedito lo sviluppo del capitalismo, ma sarebbe anzi stato l’espressione più eloquente che tale sviluppo era crescente. Infatti è una caratteristica del capitalismo trasformare il piccolo produttore privato (agricolo o artigianale) in un operaio salariato all’interno di una grande azienda.

Il successo del capitalismo non sta tanto nelle qualità soggettive di singoli imprenditori, ma nella superiorità indiscussa della tecnologia che viene usata. Sono processi oggettivi imprescindibili, inarrestabili, una volta che se ne è accettata la premessa culturale. Lenin guardava fiducioso allo sviluppo della tecnologia capitalistica, senza chiedersi quale impatto essa avrebbe potuto avere sull’ambiente. E se qualcuno gli avesse detto che tutta questa tecnologia riduce il lavoratore a un puro e semplice ingranaggio meccanico, avrebbe inevitabilmente risposto che sotto il socialismo sarebbe stato molto diverso, in quanto non ci sarebbe stato sfruttamento della forza-lavoro. Su questo non ha mai cambiato idea nel corso di tutta la sua vita.

Ora, paragonando il benessere generale del capitalismo al benessere generale del feudalesimo, cioè astraendo dalle situazioni particolari, è evidente che il capitalismo, grazie alla propria tecnologia e allo sviluppo del mercato, è in grado di garantire una qualità di vita superiore. Tuttavia i confronti non vanno fatti tra due sistemi economici basati sulla proprietà più o meno privata dei mezzi produttivi, in quanto è giocoforza pensare che risulti migliore quello che usa una tecnologia più avanzata. Il confronto va fatto fra un sistema di sfruttamento del lavoro salariato e un sistema basato sull’autoconsumo, privo di sfruttamento, a prescindere quindi dalla tecnologia impiegata. Infatti, è tutto da dimostrare che gli uomini siano facilmente predisposti a rinunciare alla propria libertà personale pur di avere in cambio un maggiore benessere materiale.

Peraltro, chi vive un’esperienza di economia naturale, in cui non esiste proprietà privata dei mezzi produttivi, ha tutto il diritto di chiedere se la ricchezza vissuta in un regime capitalistico sia davvero prodotta in maniera autonoma dalla tecnologia, senza che vi sia la necessità di dominare, senza scrupoli, la natura e le popolazioni che ne sono prive. È solo all’apparenza che l’impiego di un’alta tecnologia nella produzione fa aumentare in maniera spontanea il benessere materiale. Al di sotto dell’apparenza vi è la tragica realtà del colonialismo e dell’imperialismo; e ancora più sotto, là dove il socialismo realizzato non pratica alcuna forma di colonialismo, vi è la devastazione, spesso irreversibile, dell’ambiente naturale.

Note

1 Il borghese poteva emergere dalle città marinare dell’Italia meridionale o da Venezia, che commerciavano da sempre con Bisanzio, ma poteva anche provenire dal mondo ebraico. Gli ebrei erano sparsi in tutto il mondo da tempi immemorabili, conoscevano le lingue straniere, erano acculturati e nelle società cristiane venivano disprezzati a causa della loro religione e perché usurai, quindi tenuti ai margini. Loro potevano recarsi in oriente privatamente e quindi potevano speculare come volevano sul prezzo delle merci.

2 Per “forte” Lenin intende un imprenditore “abile e intraprendente”.

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